Mindhunter 2: nella mente dei serial killer

Mindhunter 2 ****

La seconda stagione di Mindhunter è uno dei prodotti da non perdere in questa tarda estate del 2019.

Per chi non avesse seguito la prima stagione, stiamo parlando della serie culto basata sul libro ‘Mind Hunter Inside FBI’s Elite serial crime unit’ scritto da Mark Olshaker e John E.Douglas.

Le vicende sono ambientate nella seconda metà degli anni ’70 e raccontano il rapporto di lavoro e di amicizia tra gli agenti dell’FBI Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) che, con la collaborazione della professoressa Wendy Carr (Anna Torv) sviluppano un nuovo approccio ai crimini seriali, basato sull’integrazione di elementi psicologici e sociologici nello svolgimento delle indagini. Nella prima stagione, accIamata da pubblico e critica, abbiamo accompagnato, tra lo scetticismo di gran parte del Bureau, la nascita dell’Unità di scienze comportamentali e la creazione di un profilo dei serial killer realizzato grazie ad interviste con alcuni dei più famosi assassini detenuti in tutto il Paese. Abbiamo anche accompagnato Bill, Holden e Wendy attraverso le fragilità di una vita privata complicata e spesso sacrificata al lavoro.

In questa seconda stagione, ambientata a qualche anno di distanza dalla precedente, le indagini assumono maggior peso specifico e consentono le prime applicazioni sul campo del metodo sperimentale elaborato dal gruppo di Bill. L’FBI partecipa alla task force che indaga ad Atlanta su di una serie di terribili omicidi che coinvolgono 29 bambini ed adolescenti afroamericani. Tra la sottovalutazione del problema da parte della polizia locale, le questioni razziali e le lungaggini burocratiche, le indagini sono ad un punto morto e sembra che tutti brancolino nel buio. Forse è per questo che, dopo numerose resistenze, la strategia proposta da Holden e Bill viene finalmente accettata. Durante i dieci episodi della stagione il Team di scienze comportamentali partecipa in modo indiretto anche ad altre indagini, come quella su Dennis Rader ovvero BTK (Sonny Valicenti). Tra i serial killer intervistati spiccano Son of Sam David Berkowitz (Oliver Cooper) e Charles Manson (Damon Herriman che lo interpreta anche nel film di Tarantino, Once upon a time in Hollywood).

Perché guardare una serie TV che descrive e racconta il profilo dei serial killer, indagando le loro motivazioni, i trascorsi emotivi, la famiglia d’origine, etc.? L’azione è spesso limitata, quasi frustrata in un’attesa infinita e anche le indagini sono tutt’altro che adrenaliniche: ci immergono in un percorso fatto di strade tortuose, piste inconcludenti, giri a vuoto. I pedinamenti poi si risolvono in “parate” e “cortei presidenziali”. La rappresentazione è così realistica da farci percepire tutto il peso e la noia di un’attività ripetuta quotidianamente e senza gratificazioni. Eppure ci attrae e ci avvince. Anzi, proprio per questo ci coinvolge: al di là della qualità assoluta della rappresentazione, è la straordinaria ricchezza dei livelli di negoziazione a fare la differenza.

NEGOZIAZIONE PROFESSIONALE. L’attività della squadra di Bill Tench si svolge per gran parte degli episodi nell’indifferenza generale: sembrano tutti interessati soprattutto agli effetti che le ricerche possono avere per la propria carriera piuttosto che per la creazione di un nuovo metodo di profilazione. Certo il cambio di direttore nella sede di Quantico garantisce più risorse e una maggiore attenzione alle richieste dell’Unità di scienze comportamentali, ma questo non scalfisce il senso di isolamento che aleggia intorno alla squadra. Quando Holden cerca di parlare in termini scientifici nessuno lo ascolta: tutti (anche i colleghi e gli addetti ai lavori) preferiscono le storie di Bill che volutamente ne accentua il carattere folcloristico per attirare l’attenzione degli uditori. Ciò che colpisce è il fatto che lui e Holden abbiano parlato a tu per tu con Charles Manson e non cosa ne abbiano ricavato: nessuno pensa a come queste informazioni potrebbero rivoluzionare il metodo investigativo. Una situazione che porta lo spettatore ad immedesimarsi con i due agenti nel ricordo di tutte quelle situazioni lavorative analoghe in cui la propria attività non è stata apprezzata perché portatrice di innovazione in un contesto statico e/o fortemente gerarchico. Di frustrazioni professionali la serie è ricca: anche l’attività della professoressa Wendy Carr viene sminuita e limitata all’ambito teorico: quando desidera sperimentare in prima persona la validità del protocollo di domande viene richiamata ed invitata a non impegnarsi direttamente nelle interviste. Sarà facile per tutti identificarsi in percorsi di carriera o di sviluppo professionale a portata di mano ed inspiegabilmente preclusi oppure, specie per le donne, a collegare questa prassi ad un contesto di genere che limita alcune attività alla sfera maschile a prescindere dal merito. Interessante anche il rapporto tra il direttore Wyman ed il pensionamento (obbligatorio): le difficoltà che dimostra nel ridefinire la propria posizione sociale sono comuni a molti uomini che hanno investito nel proprio lavoro così tante energie da renderlo un elemento determinante della propria identità. L’acredine che riversa verso Holden porta in primo piano la difficoltà ad accettare una prospettiva di vita diversa e quindi ad interiorizzare una parte della vita.

NEGOZIAZIONE NELLA VITA PRIVATA. Se il tema professionale è così ricco di spunti negoziali lo è altrettanto quello relativo alla vita privata: in particolare il rapporto di Bill con la sua famiglia ci sembra significativo. La sceneggiatura sceglie di intrecciare le vicende professionali con quelle private, portando il vissuto familiare al centro del racconto, contrappunto alle indagini e al contempo camera di decompressione per lo spettatore. I problemi che Bill aveva con il figlio (adottato) nella prima stagione ora si sono aggravati: Brian ha infatti assistito all’omicidio di un altro bambino. Un incidente, ma lui era presente. Non solo: ha suggerito agli altri ragazzi di mettere in croce il piccolo nella speranza che resuscitasse, proprio come Gesù (la famiglia del resto è praticante). Tanto basta per avviare un iter obbligato che coinvolge assistenti sociali e psicologi e che per Bill è molto complicato coniugare con gli impegni professionali. Ma l’aspetto più rilevante è che questa vicenda spalanca davanti all’agente dell’FBI la voragine del dubbio: quando parla con Manson si chiede quanto sia responsabile un genitore delle scelte dei figli, quando raccoglie informazioni sull’infanzia dei serial killer ne confronta i comportamenti con quelli di Brian e pensa al figlio come ad un possibile futuro criminale: a più riprese vediamo quest’uomo forte e generoso sovrastato dal peso del dubbio. E’ un sentimento terribilmente umano che prende molti genitori quando pensano al futuro dei figli, ma che al contempo spalanca voragini su temi quali la predestinazione ed i limiti dell’incidenza della famiglia sugli sviluppi della personalità. Holt McCallany è straordinario nel dare voce e soprattutto corpo a queste ansie, a questo macigno che pesa sulle spalle dell’agente Tench. Lo spettatore, sia maschile che femminile, solidarizza con il senso di colpa che prova Bill nel dover rinunciare a stare con la famiglia per gli impegni di un lavoro che ama, ma che lo vincola e limita in modo significativo. Anche la situazione personale di Wendy è ricca di spunti negoziali: per il suo sentirsi fuori posto, per le dinamiche legate alla difficoltà di conciliare la propria sessualità con il lavoro. L’ambiguità nel dichiarare pubblicamente il proprio orientamento sessuale ed il senso di colpa che questo comporta sono certamente un elemento di negoziazione rilevante per quanti vivono situazioni analoghe anche se nel contesto sociale attuale la sensibilità è certamente superiore a quella degli anni ’80.

Perché la negoziazione risulti efficace è fondamentale la qualità della sceneggiatura che in effetti è straordinaria, soprattutto per la capacità di accavallare indagini ed interviste senza sconfinare nel caos. Il ritmo degli interrogatori è serrato, la qualità visiva raffinata e le interpretazioni dei protagonisti coinvolgenti. Nei colloqui che si succedono riusciamo a percepire tutta la brillantezza, la capacità affabulatoria ed il narcisismo dei serial killer, ad avvicinarci al loro mondo e a toccare con mano il loro strabordante Ego: le interpretazioni di Damon Herriman (Charles Manson) e Cameron Britton (Ed Kemper) non hanno certo deluso le aspettative. L’alternarsi delle indagini alla vita privata degli agenti cambia radicalmente il tono emotivo e favorisce quella contaminazione di generi che è una prerogativa delle serie Tv nell’ultimo decennio.

Carl Franklin (House of Cards) ha firmato la maggior parte degli episodi, mentre Andrew Dominik (L’assassino di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Cogan – Killing Them Softly) ne ha invece girati due. Al di là dei tre episodi che ha diretto in prima persona, David Fincher (Zodiac) è il cuore dello show. La tensione che non sfocia nell’azione e per questo rimane stagnante, l’approccio dilatato che serve per aprire il meccanismo investigativo e mostrarlo in tutta la sua natura in un confronto serrato con i serial killer, la ricerca del colpevole come confronto con l’ignoto e l’approdo finale ad un punto che non risolve e non chiarisce, ma di fatto lascia tutti i dubbi ed acuisce il senso di impotenza … in somma questo è Mindhunter e questo è David Fincher.

Titolo originale: Mindhunter
Numero degli episodi: 9
Durata media ad episodio: 55 minuti
Distribuzione streaming: Netflix

CONSIGLIATO: A chi si è sempre chiesto cosa ci sia nella mente di un serial killer, con più interesse all’aspetto antropologico e psicologico che a quello morale.

SCONSIGLIATO: A quanti cercano azione, ricostruzioni processuali e scene del crimine inondate di sangue. Qui il viaggio è tutto interiore, sia per quanto riguarda i serial killer che i loro cacciatori.

VISIONI PARALLELE:

L’alienista, un viaggio nella New York di inizio ‘900 dove un assassino miete vittime senza nome tra i ragazzini che si prostituiscono nei quartieri poveri. Qualcuno però è sulle tracce del killer: una squadra eterogenea in cui compare anche un alienista, quello che oggi definiremmo un esperto di psicologia criminale. Con molta azione e un’affascinante atmosfera storica la serie è godibile e permette di confrontarsi con gli albori dell’applicazione della scienza alla ricerca degli assassini seriali.

UN’IMMAGINE: Charles Manson che si fa regalare gli occhiali di Holden e poi si vanta con gli altri detenuti di averli rubati. L’Ego dei killer è al centro della stagione: rappresenta il principale motore dell’azione insieme al desiderio e alla gratificazione sessuale.

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