Mindhunter: il buio al di qua della siepe

Dobbiamo ringraziare John Douglas. Senza il suo lavoro non solo la mente di molti criminali sarebbe ancora in gran parte sconosciuta, ma ci mancherebbero molti libri, molti film, molti show. Di certo non ci sarebbe questa prima stagione di Mindhunter, serie originale Netflix realizzata con la firma di Joe Penhall e la regia di David Fincher (non tutti i dieci episodi sono di Fincher, ma la sua impronta è chiara).

Negli anni 70 lo studio sul campo dei serial killer per poco non condusse Douglas alla morte: sei anni dopo aver cominciato ad esplorare meticolosamente i meandri delle menti degli assassini seriali, l’agente speciale del Bureau si ritrovò infatti a lottare contro la morte: quarantuno di febbre, duecentoventi battiti cardiaci al minuto, il lato sinistro del corpo paralizzato, vasta emorragia nel lato destro del cervello. E qui ci fermiamo, esattamente dove si ferma la prima stagione di Mindhunter. Un apparente fallimento, privato e professionale: un gorgo buio in cui il bene ha abbracciato il male e si è unito ad esso, assorbendolo a tal punto che il corpo non riesce più a sopportare tutto l’orrore accumulato e cede di schianto.

Chi cerca suspence e azione resterà deluso. Solo nella prima puntata c’è un momento di adrenalina, con la negoziazione messa in atto dal giovane Holden, cioè l’agente Holden Ford (Jonathan Groff). Poi  l’azione è tutta nella dialettica tra procedura/improvvisazione, maschile/femminile, alla moda/resistente alla moda, palese/sommerso, realizzato/irrealizzato, risolto/irrisolto. Difficilmente la contrapposizione trova un superamento o una riconciliazione: in genere resta inconciliabile. Basti pensare alle divergenze tra Holden e l’affascinante fidanzata Debbie (Hannah Gross), a quelle tra Holden ed il collega Bill Tench (Holt McCallany) o ancora a quest’ultimo e alla moglie Nancy (Stacey Roca): tendono tutte ad ampliarsi con il passare del tempo. Nel mondo di Fincher però non c’è spazio per le banalizzazioni, per le semplicistiche distinzioni tra giusto e sbagliato, perché ogni carattere ha una sua profondità, una sua articolazione e una sua evoluzione. Ma se l’analisi introspettiva del singolo è un punto di forza, qualcosa si perde invece nella coppia, in cui le reazioni sono sempre piuttosto consequenziali ai caratteri dei protagonisti e in pochi casi scardinano una logica deterministica. Se qualcosa è meno riuscita nella serie, questa è proprio l’indagine del rapporto di coppia (coppia di agenti o coppia di fidanzati che sia): proprio per questo lo spettatore non vede l’ora di tornare all’evoluzione dell’indagine, perché essa è di gran lunga meno determinata e prevedibile del rapporto all’interno delle coppie.

Tutto questo è descritto con una fotografia fredda, illuminata da chiaroscuri di grande effetto, specie negli interni, nelle sale degli interrogatori, nei corridoi delle prigioni e accompagnato da una colonna sonora sfacciatamente popular, anni ’70 naturalmente. L’importanza della musica è del resto ben chiara quando si leggono le dichiarazioni di Fincher sulla nuova stagione: “L’anno prossimo ci occuperemo degli Atlanta child murders, così da avere molta musica afroamericana nella Serie. La musica evolverà”.

Mindhunter si inserisce naturalmente nella filmografia di Fincher e quindi da questa bisogna partire. Zodiac (2007) è un riferimento imprescindibile: in entrambe le opere assistiamo a thriller in cui l’adrenalina è nelle parole più che nell’azione, in cui il viaggio dentro se stessi da parte degli investigatori è un’indagine nel’indagine (o forse è l’unica  vera indagine di cui quella pubblica non rappresenta che un’appendice), in cui la cura del metodo investigativo è per certi aspetti più rilevante del risultato e la scena del crimine è ridotta ad un mero contenitore. In Mindhunter è spesso inanimata: ripulita, privata dell’azione e perfino delle prove raccolte nel processo investigativo. Su questo palcoscenico emergono, come veri e propri attori (esplicito il riferimento alle teorie di Erving Goffman) tutti i diversi antagonismi presenti nelle relazioni tra i diversi personaggi e che sarebbe troppo semplicistico ridurre a quelle tra i due poliziotti e i serial killer (tra questi una menzione merita Ed Kemper, alias Cameron Britton che riconcilia con l’attorialità, fornendo una memorabile performance prossemica e verbale).

Lo show è adatto a chi non si aspetta una serie in cui l’obiettivo è incarcerare un serial killer, quanto piuttosto capirne i meccanismi mentali e per estensione comprendere il buio che si cela “al di qua della siepe”.

In attesa della seconda stagione, per chi volesse sapere cosa successe all’agente Douglas,  è presto detto: restò in coma per una settimana e quando si risvegliò dovette imparare di nuovo a camminare. Ebbe problemi con la memoria. Non mollò. In cinque mesi si rimise in piedi e ritornò a lavorare per il Bureau. Una fortuna per lui, per l’FBI e per tanti narratori del buio e degli orrori della mente.

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