Cannes 2012. Killing them softly

Cogan – Killing them softly ***

In concorso

I’m living in America and in America you’re on your own. America’s not a country, it’s just a business. Now fuckin’ pay me”

E’ il giorno di Brad Pitt al Festival di Cannes. Dopo il trionfo di The tree of life dell’anno scorso, l’attore ritorna in concorso con CoganKilling them softly, il nuovo film di Andrew Dominik, talentuoso e colto regista australiano, che dopo Chopper e L’assassinio di Jesse James, esplora i territori del noir metropolitano, con stile del tutto originale e con la voglia di raccontare qualcosa dell’America.

Il film si apre con la voce di Barack Obama ed un cartellone che pubblicizza i due candidati alle presidenziali del 2008. Siamo a New Orleans, nel momento piu’ nero della crisi finanziaria: nessuno parla d’altro, la tv e la radio offrono una copertura continua.  Tutto il film e’ punteggiato dai discorsi dei protagonisti e dalle dichiarazioni sul piano di salvataggio messo a punto dall’amministrazione Bush e dal ministro Poulson.

Dominik esplicita il sottotesto, implicito in ogni racconto criminale, fin dagli anni ’30: i gangster movie parlano di soldi. Non importa come siano guadagnati e non importa come siano spesi. Quello che conta sono i biglietti verdi. Ma non solo i criminali sono avidi e senza scrupoli…

Cosi’ come il suo non e’ solo un film di gangsters e di rapine: CoganKilling them softly attraverso il racconto del milieu criminale allude chiaramente all’intero paese, all’illusione democratica della comunita’ ed alle sue istituzioni, che funzionano proprio per massimizzare il profitto: esattamente come la malavita organizzata. E quest’ultima ha finito quindi per prendere a prestito i modelli di gestione delle corporation, con la stessa difficolta’ a prendere decisioni importanti. La loro faccia oggi e’ quella pulita, ma impotente di un anonimo avvocato di provincia.

Il cerchio si chiude perfettamente. Cosi’ come gia’ Coppola nel Padrino parte seconda, anche Dominik si serve della metafora, per guardare nell’abisso della nazione. Che ovviamente non e’ terminato con la crisi del 2008, ma che si e’ prolungato sino ai nostri giorni…

Tutto comincia con due giovani sbandati, Frankie e Russell che accettano il piano di Johnny Amato per rapinare una bisca clandestina gestita da Markie Trattman per conto della mafia locale.

La bisca era gia’ stata rapinata una volta, il colpo l’aveva organizzato proprio Markie, che era riuscito incredibilmente a farla franca. Secondo Johnny Amato, una seconda rapina indirizzerebbe immeditamente i sospetti su Markie, costringendolo a pagare per entrambe.

Il colpo riesce alla perfezione. Salvo che Russell sempre fuori giri per la droga, comincia a parlare un po’ troppo e la mafia viene a conoscenza di tutto. Troppo tardi per salvare Markie, ma in tempo per reclamare una soluzione esemplare.

Per fare un lavoro pulito viene chiamato Jackie Cogan. Un avvocato, Driver, fa da intermediario con la malavita.

Cogan, che non sopporta dover guardare negli occhi le sue vittime, convoca quindi un altro infallibile killer di New York, Mickey, perche’ si occupi dei due responsabili. Ma si accorge ben presto che il professionista di una volta, e’ solo un lontano ricordo. Quello che si presenta e’ un signore di mezza eta’, decisamente sovrappeso, che beve come una spugna e con la fissa del sesso: decide quindi di fare tutto da solo.

Dominik parte dal romanzo di George V. Higgins, scritto negli anni ’70 e dalle convenzioni di genere solo per allontanarsene radicalmente, svuotandole dall’interno. Il suo film e’ fatto di continue accelerazioni e frenate, lunghi dialoghi in auto ed esplosioni di violenza improvvisa, in cui le riprese al rallentatore si alternano ad altre velocizzate.

Il parlarsi addosso di questi criminali di quart’ordine era già una caratteristica del romanzo di Higgins, procuratore distrettuale e maestro di Elmore Leonard, che aveva una visione disillusa e realista del milieu criminale e delle sue regole, in cui l’onore non centra nulla e quello che conta sono solo i soldi.

Dominik, spinto a realizzare Cogan, dopo aver visto Gli amici di Eddy Coyle, l’adattamento di un altro romanzo di Higgins degli anni ’70, diretto da Yates con Robert Mitchum, intuisce le potenzialità dirompenti dei personaggi e li trasporta nell’America del 2008, in piena compagna elettorale: il momento perfetto in cui l’ideale americano maschera per qualche mese l’avidità capitalistica.

Avidità che finisce per mettere in crisi il contesto criminale, come quello più grande dell’intero Paese.

Dominik ha dichiarato in conferenza stampa che il noir è il genere americano per eccellenza, il più onesto, perchè è l’unico in cui è accettabile che tutti i personaggi siano animati da un solo fine: il denaro.

Ed allora i personaggi di questo Cogan – Killing them softly non sono altro che strumenti, pedine senza una vera identità, in una gerarchia già prestabilita e immutabile.

Uno spettatore distratto direbbe che il film manca di ritmo: i protagonisti continuano a parlare, quando dovrebbero agire. E continuano a parlare soprattutto di soldi. Ne parlano quelli che li rubano, ne parlano quelli che vorrebbero recuperarli e ne parlano coloro che si occupano di “risolvere il problema”.

Dominik usa spesso la chiave dell’ironia, soprattutto nei lunghi dialoghi tra Jackie e Driver e tra Jackie e Mickey, per raccontarci le loro ossessioni e per smascherare le loro paure.

Tutto gira intorno al denaro in Killing them softly, in un’America mai cosi’ desolata e squallida. Ci voleva un regista come Dominik, per ricordarci che le coordinate del thriller metropolitano, sono quelle piu’ adatte a raccontare l’America per quella che e’, non per quella che vorrebbe essere, un paese solitario e individualista, alla faccia dell’ipocrisia di Thomas Jefferson.

Nel finale Obama parla alla televisione e Jackie Cogan spiega all’avvocato Driver, che gli chiede uno sconto: l’America non e’ una comunita’, ognuno e’ da solo. Quello che conta davvero non sono le persone, ma gli affari, il business.

Amarissimo.

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