Cannes 2013. Presenze, assenze, omissioni…

Danish director Nicolas Winding Refn and

Un breve commento è d’obbligo dopo l’annuncio dei film che animeranno il 66° Festival di Cannes a partire dal prossimo 15 maggio.

Innanzitutto è da notare la presenza fin troppo evidente nel concorso ufficiale, di film francesi per produzione, lingua  o autori: si tratta di un gruppo larghissimo, senza precedenti.

Ci sono i film di Ozon, Desplechin, Despallieres, Polanski e Kechiche. A cui vanno aggiunti quelli di Valeria Bruni Tedeschi e di Asghar Farhadi, interamente francesi per produzione, nonchè il film di chiusura, Zulu, e Blood Ties, fuori concorso e diretto da Guillame Canet, con cast e produzione Made in USA.

Il cinema francese è certo il più potente e ricco d’Europa, ma farlo pesare in questo modo e proprio “in casa” è apparsa una forzatura.

Speriamo che tutti i film siano all’altezza, ma certo un Palmarès che non ne conterrà una buona parte, rischia di ripetere le polemiche “all’italiana” dell’anno scorso, quando i cugini d’oltralpe si lamentarono dell’assenza di riconoscimenti nazionali, senza accorgersi che la Palma d’Oro Amour, pur diretta dal tedesco Haneke, sin dal titolo evocava la sua origine francese ed era interpretata da tre magnifici attori nella lingua di Molière, con una produzione in gran parte transalpina. Non è un caso che abbia persino trionfato ai César.

Anche gli Stati Uniti sono ben rappresentati. Dopo il flop dell’anno scorso, quando Fremaux si affidò ai giovani e controversi autori di Lawless, Killing them Softly, The Paperboy e Mud, oltre al delizioso Moonrise Kingdom ed al deludentissimo Cosmopolis di Cronenberg, questa volta sembra essere andato sul sicuro con l’apertura affidata a Baz Luhrmann e Di Caprio, a cui seguiranno i collaudatissimi ed amatissimi Soderbergh – con il suo ultimo film girato per la HBO –  James Gray, Alexander Payne, i fratelli Coen.

Non ultimo Only God Forgives, girato dal danese Refn, con produzione indipendente americana e con la star Ryan Gosling.

L’Italia è più presente del solito con un film – e mezzo – in concorso, grazie a Paolo Sorrentino, per la quinta volta sulla Croisette ed a Valeria Bruni Tedeschi.

Valeria Golino invece sarà ad Un certain Regard con l’opera prima Miele e si vocifera che il duo Grassadonia-Piazza con il loro Salvo sia alla Quinzaine o alla Semaine de la critique: non male per un cinema costantemente in preda a lamenti di morte imminente.

Per il resto c’è da segnalare la buona selezione asiatica, con il bravissimo Jia Zhangke, uno dei pochi cineasti cinesi fuori dalle pastoie dell’agiografia di regime, quindi due giapponesi, l’eclettico Miike e Kore Hada Hirokazu.

Completano il concorso Mahamat-Saleh Haroun, già autore del pregevole Un homme qui crie e due illustri sconosciuti il messicano Amat Escalante e l’olandese Alex Van Warmerdam.

Fuori concorso il nuovo immancabile film di Johnnie To con Andy Lau, un paio di film indiani di cui nessuno sentiva il bisogno e il secondo film di J.C.Chandor (Margin Call), con Robert Redford.

La sezione Un certain regard è la più enigmatica. Si tratta quasi sempre di film di autori meno noti, dall’approccio più sperimentale o dalla durata inconsueta. Spesso è la carta in più del Festival, assieme alla Quinzaine, perchè rappresenta lo spazio ideale per scoprire i nuovi talenti.

Quest’anno apre Sofia Coppola con The bling ring: assieme a lei ci sarà un nuovo film fluviale di Lav Diaz, James Franco che reinterpreta il capolavoro di Faulkner, Mentre morivo, l’esordio di Ryan Coogler, premiato al Sundance, Fruitvale Station già acquistato dai Weinstein, I bastardi di Claire Denis con Chiara Mastroianni e Vincent Lindon.

Da scoprire inoltre il secondo film di Rebecca Zlotowski, Grand Central, con Lea Seydoux, Tahar Rahim e Olivier Gourmet. Gli altri sono pressochè sconosciuti persino al pubblico dei festival.

Chi manca?

L’elenco è lungo. Innanzitutto l’attesissimo Twelve years a slave di Steve McQueen con Pitt e Fassbender, ma non era pronto. Così come Snowpiercer, l’esordio in lingua inglese del miglior regista coreano, Bong Joon ho.

Assenti anche il nuovo Jarmush con i vampiri Tilda Swinton e Tom Hiddleson, Only Lovers Left Alive, Under the Skin di Jonathan Glazer con la Johansson, le cui riprese erano cominciate nel 2011, nonchè Tom a la ferme di Xavier Dolan, che forse non è pronto.

Ovviamente pesa l’assenza di Terrence Malick, che sta montando pare cinque film assieme ed alla cui presenza ci si era abituati, dopo The tree of life e To the wonder.

Ma i suoi film non sono ancora pronti, evidentemente. Magari qualche chance ce l’avrà Venezia, ma più probabilmente dovremo attendere l’anno prossimo.

In generale, Cannes conferma la cura dimagrante cominciata già a Venezia con la gestione Barbera. Meno film in un programma più accessibile, soprattutto considerando gli spazi del festival: 19 film in concorso, più apertura e chiusura, 11 film fuori concorso e 15 al Certain Regard, per un totale di 47.

Così magari si rischia di scontentare qualcuno e di essere meno attenti alla composizione geopolitica e di genere, ma si evitano – forse – una dozzina di film inadeguati che affollano inutilmente il calendario del cinefilo.

Manca anche uno dei migliori film visti al Sundance, Ain’t Them Bodies Saints di David Lowery, ma forse potrebbe essere alla Semaine de la critique o alla Quinzaine, che sveleranno il loro programma la settimana prossima.

Attendiamo quindi che tutto il quadro sia completo. Si annuncia però un’edizione maiuscola con una valanga di divi sulla montées des marches: da Leo Di Caprio a Ryan Gosling, da Matt Damon e Michael Douglas a Jeremy Renner e Joaquin Phoenix, da Benicio Del Toro e Matthieu Amalric a Mads Mikkelsen, Justin Timberlake, Carey Mulligan, Lea Seydoux e Marion Cotillard in due film. E ancora Redford, Emily Watson, James Franco, Mila Kunis, Clive Owen, Berenice Bejo…

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