Cannes 2012. Lawless

Lawless *1/2

In concorso

Annunciato da Harvey Weinstein per Venezia, ma scelto a sorpresa ed in anticipo da Cannes, Lawless, tratto dal romanzo di Matt Bondurant, The wettest County in the world, e’ un modesto incrocio tra la classicita’ ieratica dei western rurali e la scalata ambiziosa dei gangster movie, ambientati ai tempi del proibizionismo.

Siamo nella Contea di Franklyn Virginia nel 1931 e tre fratelli, Jack, Howard e Forrest Bondurant, sono i protagonisti di questa storia vera. Contrabbandieri famigerati e rispettati anche dalla polizia, dovranno affrontare i metodi brutali del nuovo procuratore federale e del suo special deputy, l’agente Charley Rakes, decisi a mettere fine al traffico illegale di alcolici.

Nel frattempo il giovane Jack si innamora della figlia del pastore protestante, Howard deve tenere a freno la sua ira proverbiale e le sue sbronze, mentre Forrest assume la rossa Maggie, fuggita da Chicago, per gestire il suo locale.

Ci saranno agguati all’arma bianca, lunghi periodi di ricovero, ricambi generazionali nella conduzione degli affari, fughe d’amore e violentissimi scontri a fuoco, fino al redde rationem finale, come in ogni film di genere che si rispetti: i buoni contrabbandieri da una parte, la polizia federale perversa e cattiva dall’altra.

Davvero niente di nuovo sotto al sole. La sceneggiatura di Nick Cave e’ iper-tradizionale e non aggiunge nulla a quanto gia’ sapessimo sui tempi del proibizionismo: le distillerie clandestine, le auto truccate, i fucili automatici, i gangster di citta’ come modelli per i piccoli contrabbandieri di provincia.

Bravi e indovinati gli interpreti Shia LaBeouf, Tom Hardy e Jason Clarke, nei panni spesso insanguinati dei Bondurant, Mia Wasikowska e Jessica Chastain, nei ruoli femminili classici della figlia ribelle e della donna che scappa dalla citta’ e da un passato misterioso, quindi Guy Pearce nella parte dell’agente speciale, sempre sopra le righe e Gary Oldman, perfetto come sempre nella parte del boss.

Peccato che recitino tutti degli stereotipi piuttosto bidimensionali. Ci si chiede: che cosa ci fa un film come questo nel concorso di Cannes? Forse è qui perchè Venezia gli ha rifiutato giustamente l’apertura e Weinstein ha convinto Fremaux a prenderlo assieme al più riuscito film di Dominik. Si tratta a tutti gli effetti di politica distributiva e di rapporti di forza.

Bellissima invece la fotografia di Benoit Delhomme, di profondita’ e definizione superba. Altre che 3D…

Nonostante gli inviti ai festival e la bella confezione, John Hillcoat, alla sua terza prova, rimane solo un buon illustratore di storie classiche, non certo un autore, forse piu’ adatto ad una serie tv della HBO, che ad un festival cinematografico europeo.

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