Vanity Fair Hollywood Issue: un profilo di Megan Ellison

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Sul numero di Vanity Fair America, tradizionalmente dedicato ad Hollywood ed agli Oscar, c’è un lungo profilo di Megan Ellison, la figlia del terzo uomo più ricco del paese, che sta mettendo a soqquadro la Mecca del Cinema.

Con la sua Annapurna Pictures ha firmato quest’anno i film di John Hillcoat (“Lawless”), Andrew Dominik (“Cogan – Killing Them Softly”) Kathryn Bigelow (“Zero Dark Thirty”) e Paul Thomas Anderson (“The Master”).

Solo Zero Dark Thirty è stato anche un successo di pubblico, ma per il 2013 è pronta a rilanciare distribuendo i nuovi film di Harmony Korine e Wong Kar Wai (“Spring Breakers” e “The Grandmaster”) e producendo e finanziando i prossimi film di Spike Jonze (“Her”), Bennett Miller (“Foxcatcher”) e David O. Russell (untitled Abscam picture), oltre al nuovo di Paul Thomas Anderson tratto da Pynchon (“Vizio di Forma”)

Naturalmente i suoi metodi cominciano a dare fastidio, perché produce senza una logica interamente commerciale. Ha assicurato a Paul Thomas Anderson il budget che voleva per The Master ed ha tempestato di chiamate Jessica Chastain per convincerla a fare il film della Bigelow, nonostante l’agente dell’attrice avesse negato la sua disponibilità.

Mentre le cinque sorelle di Hollywood annaspano riciclando fumetti di terz’ordine tra remake, reboot, sequel e bambinate feroci che costano centinaia di milioni di dollari, Annapurna ha preso a modello la vecchia United Artists o le major degli anni ’70, producendo film anticonformisti per un pubblico adulto.

Sinora ha distribuito quasi tutti i suoi film con Harvey Weinstein, ma la partnership è destinata a sciogliersi: nessuno dei due è stato troppo contento delle scelte dell’altro per Cogan e The Master.

Nel frattempo Megan Ellison procede come un treno e nonostante i flop di Dominik, produrrà anche il suo prossimo Blondie, tratto dal romanzo di Joyce Carol Oates su Marylin, con Naomi Watts. Il budget sarà di 20 milioni di dollari.

Non mancano invidie ed accuse: “Megan likes to say no” ha riferito a Vanity Fair un dirigente degli studios, “She didn’t reply to my e-mail. The most powerful people in Hollywood actually return your e-mails. That’s the way it works here. “

Un altro ha criticato il suo approccio da liceale:Something strikes me as high school about Megan’s approach. She’s funding movies of the cool kids to hang out with the cool kids. With the hoodies and the attitude, it feels too studied”.

Anche Soderbergh è rimasto scottato: Annapurna avrebbe dovuto produrre il suo Side Effects. Ma la protagonista scelta, Blake Lively non la finiva più di accampare pretese, fino a che la Ellison non ha deciso di staccare la spina tre mesi prima dell’inizio delle riprese.

Il film poi si è fatto lo stesso, grazie alla Open Road ed alla sostituzione della Lively con Rooney Mara. Ma Soderbergh non ha ricevuto neppure una chiamata: “In my experience, when you’re breaking up with someone, it’s proper form to call them. When ‘Moneyball’ blew up [the film, eventually directed by Bennett Miller, was originally Soderbergh’s project], Sony co-chairman Amy Pascal called me and said, ‘We’re shutting the movie down.’ You’re supposed to pick up the phone“.

Ma è proprio la potentissima Amy Pascal a difendere la Ellison: “Sometimes when you’re a woman, people judge you a little more harshly. I think that if Megan was a guy people wouldn’t be jumping on her as much“.

In fondo a noi interessa che la Ellison continui a produrre e distribuire film coraggiosi e contro corrente. Che poi lo faccia sperperando una piccola parte degli enormi profitti del padre, guadagnando altre nominations agli Oscar e sovvertendo le rigide gerarchie costituite è una preoccupazione che non ci tocca. Se poi invece riuscisse a dimostrare che anche producendo Anderson, Jonze e Dominik si riesce a rendere profittevole il proprio business, allora avrebbe contribuito ad una piccola rivoluzione culturale.

Vanity Fair Hollywood Issue

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