Venezia 2019. The Kingmaker

The Kingmaker ***

Fuori concorso

Il notevole documentario che la filmaker Lauren Greefield ha dedicato ad Imelda Marcos e alla sua dinastia politica, getta una luce inquietante sul ruolo ancora centrale dell’ex First Lady nel panorama politico delle Filippine.

Se la prima parte di The Kingmaker è un ritratto intervista con l’anziana vedova del presidente Ferdinand Marcos, che ha tiranneggiato il paese per oltre vent’anni tra il 1965 e il 1986, la seconda parte giustifica il titolo scelto, mostrando come Imelda, i suoi figli e i suoi nipoti, siano ancora i burattinai del governo filippino, guidato dal populista Duterte, dopo le disastrose elezioni del 2016.

Il film è un viaggio che attraversa cinquant’anni di storia politica, prima raccontando l’idillio tra la giovane e bellissima Imelda con l’ambizioso Ferdinand, quindi con i vent’anni del loro regno glamour, nei qualli hanno depredato il Paese e accumulato una fortuna inestimabile e mai davvero definita nei suoi contorni, tra dipinti di Picasso, Monet e Michelagelo, palazzi nel centro di New York, gioielli e preziosi senza prezzo.

Ridotto il paese alla miseria, con un paternalismo solo apparentemente caritatevole, i Marcos furono costrtti a fuggire dopo i brogli delle elezioni del 1986, lasciando il paese a Cory Aquino, vedova del leader dell’opposizione, ucciso sulle scale dell’aereo che lo riportva in patria, dopo tre anni di esilio americano.

Ma una volta terminato il governo degli Aquino, con le elezioni presidenziali del 2016, il potere dei Marcos è tornato a stritolare le istituzioni del paese, a forza di banconote regalate ai bambini malati e ai medicanti per le strade della capitale, e dei milioni verosimilmente versati a Duterte, sostegno decisivo per la sua campagna.

E se tutto questo non è stato sufficiente a far eleggere Bongbong Marcos, l’unico figlio maschio di Ferdinad e Imelda, alla vicepresidenza, allora sarà il potere giudiziario a riportare il delfino al potere: pende un ricorso alla Corte Suprema, per invalidare il successo di Leni Robredo, capo dell’opposizione.

La Greenfield usa registri diversi per raccontare l’evoluzione del potere dei Marcos, dalla commedia sentimentale al film d’inchiesta, dalle ricostruzioni d’archivio alle interviste ad amici e conoscenti della famiglia, fino a contrarsi nell’ultima parte sulle elezioni del 2016, che avrebbero dovuto aprire la strada del ritorno di un Marcos nella residenza presidenziale.

Se nella prima parte, il ritratto intervista con Imelda Marcos è straniante e anche piuttosto divertente nelle dimensioni surreali dellle sue memorie degli anni d’oro della presidenza, la seconda si fa via via più inquietante con la denuncia delal corruzione dilagante, dei fondi occultati per Duterte, l’utilizzo di fake news e altri strumenti artefatti per coartare la volontà popolare e inquinare il processo democratico.

Al di là degli eccessi del passato, a cui si può porre rimedio sino ad un certo punto, lasciano senza parole le interviste a giovani studenti di oggi, che ricostruiscono gli anni tragici della legge marziale di Marcos, come un periodo idilliaco, in cui non c’era la povertà, un tempo a cui guardare per riportare le Filippine ad una nuova grandezza.

E’ nell’incapacità di fare i conti con la propria storia e di costruire una memoria condivisa di quegli anni, il grande limite dei governi democratici che si sono succeduti negli ultimi trent’anni.

Non essendo mai stati in grado di farlo, ora il ritorno dei Marcos suona come la più prevedibile delle beffe.

Da non perdere.

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