Venezia 2018. Driven

Driven **

Ispirato a fatti realmente accaduti, Driven di Nick Hamm prende le mosse dalla fulminea ascesa di John DeLorean e della DeLorean Motor Company – a cui dobbiamo la DeLorean DMC-12 della trilogia Ritorno al futuro – per arrivare a parlare della clamorosa truffa operata ai suoi danni da Jim Hoffman, ex spacciatore e suo vicino di casa nell’opulenta California dei primi anni Settanta.

È il 1974 e Jim Hoffman (Jason Sudeikis), pilota e padre di famiglia, viene arrestato per spaccio di cocaina. L’agente dell’FBI Benedict J. Tisa (Corey Stoll) ne approfitta per fare di Jim una pedina e utilizzarlo per incastrare il suo fornitore, possibilmente trascinando nell’abisso un altro pezzo grosso per garantire un successo al Bureau.

Una chiusura della sezione Fuori Concorso apparentemente in sordina. I 100 minuti di pellicola scivolano via senza problemi, le battute funzionano, il cast non è mozzafiato ma riserva comunque qualche sorpresa – un Corey Stall da House of Cards, Lee Pace da Lo Hobbit e Guardiani della Galassia.

Manca l’effetto wow: i personaggi rimangono poco caratterizzati – difficile indovinare se per volontá di Hamm o se per un buco nella sceneggiatura -, come diretta conseguenza la recitazione oscilla verso toni neutri da televendita.

La rappresentazione di un processo lungo e combattuto viene ridotta a cornice narrativa minima, i cambi di ritmo e tono ne escono sacrificati e lo spettatore fatica a empatizzare con la situazione e a sentirsi in qualsiasi modo coinvolto nella vicenda.

Qualche trovata anticliché fa sorridere e sembra elevare Hamm a un maggior grado di consapevolezza – il bluff di Delorean che punta una pistola giocattolo a Hoffman dopo averlo attirato nel suo garage – ma l’aura zuccherina e children friendly che emana da tutto il girato spegne sul nascere qualsiasi tipo di tensione. Insomma, abbiamo da subito la certezza che tutto si risolverá per il meglio, ma se anche finisse male non potrebbe importarcene di meno.

Quello che davvero rende questo prodotto sorprendente sono le insospettabili condizioni in cui è stato girato. Se a prima vista parrebbe di trovarsi di fronte all’ennesimo bocconcino Hollywoodiano a metà fra carne e pesce, è sufficiente un veloce giretto su Google o sui profili Instagram degli attori per scoprire che l’intera produzione si è svolta nella Porto Rico post-uragano Maria – famoso anche per essere stato definito da Trump “troppo poco letale per essere considerato una catastrofe” -. Ne parla Ambika Leigh in In the making of Driven.

Provviste alimentari razionate, acqua poco accessibile, ore di fila per accedere a quantità di carburante insufficienti. Se in fase di ideazione i problemi potevano essere quelli di qualsiasi troupe – avremo abbastanza tempo per girare, abbastanza budget, il film verrá accolto bene o no- all’atto pratico le difficoltá si spostano su un piano molto piú basilare. Ma gli sforzi ripagano: “Bisogna considerare la nostra operazione su diversi livelli”, spiega Hamm, “in primo luogo portiamo un ritorno economico fondamentale alla popolazione locale, in secondo luogo lasciamo all’industria cinematografica portoricana la prova che si può andare avanti, è possibile ottenere risultati sorprendenti anche in queste condizioni”.

Senza contare i numerosi abitanti del posto finiti a rimpolpare le fila della crew: “Mancando di nozioni tecniche ci limitiamo a svolgere compiti in cui sono necessarie logica e doti organizzative”, spiega una donna, “alzarsi al mattino e avere qualcosa in cui poter mettere le mani per non sentirsi inerti aiuta molto il nostro equilibrio mentale”.

Pulito e senza grandi sbavature a livello cinematografico, di forte impatto a livello sociale.

In definitiva, ottimo da avere a portata di mano in formato dvd per le domeniche pomeriggio di pioggia.

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