Zero Dark Thirty

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Zero Dark Thirty ***1/2

Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow sembra voler chiudere, almeno dal punto di vista cinematografico, la lunga parantesi che il cinema americano ha dedicato all’11 settembre.

La ferita drammatica e sanguinante, prodotta dall’attacco al World Trade Center, ha continuato a pulsare talvolta in modo evidente, più spesso sottotraccia, in quasi tutta la produzione americana dell’ultimo decennio, dal memorabile La 25° ora di Spike Lee, passando per Redacted di De Palma, fino a Fahreinheit 9/11 di Moore ed ai moltissimi documentari che hanno cercato di ricostruire, da ogni punto di vista, quella tragedia e le conseguenze della War on Terror in Afghanistan e Iraq.

La Bigelow aveva già raccontato l’ultima guerra di un paese nato combattendo, con The Hurt Locker, controverso premio Oscar nel 2009, nel quale la missione del protagonista, artificiere sfrontato e incosciente, sembrava accompagnarsi ad un superomismo ideologico, che si specchiava perfettamente nella dottrina politica del presidente G.W.Bush e dei suoi sciagurati consiglieri.

Zero Dark Thirty, nel raccontare  la ricerca lunga quasi dieci anni di Osama Bin Laden, avrebbe potuto risolversi in un altra retorica apologia dell’American Way.

Invece la Bigelow, aiutata dalla sapiente sceneggiatura di Mark Boal, dalla colonna sonora senza enfasi di Alexandre Desplat e dalla  straordinaria protagonista, Jessica Chastain, ci ha regalato forse il suo capolavoro.

Il film non avrebbe potuto essere più definitivo ed onesto intellettualmente. Nonostante le critiche pretestuose rivolte al film dall’establishment politico-militare.

La Bigelow e Boal hanno avuto accesso ad alcuni file riservati della CIA ed hanno potuto ricostruire con una certa fedeltà la lunghissima operazione di intelligence, che ha portato alla scoperta della villa di Abbottabad, in cui si nascondeva il bersaglio numero uno di Al Qaeda.

Hanno anche potuto scoprire che, gran parte del successo di quella operazione, si deve alla perseveranza e all’ossessione di una giovane agente, che nel film si chiamerà Maya.

Zero Dark Thirty è il secondo film americano, dopo Argo, che racconta un’operazione della CIA in termini complessivamente positivi, proprio quando alle torture disumane si sostituisce il lavoro intellettuale, l’intuizione accompagnata dalla logica dei riscontri, la dissimulazione, il gioco di squadra, al quale pure non è estraneo l’uso della forza.

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Il film si apre con le voci disperate dei passeggeri del volo United 93 e degli impiegati che lavoravano alle Torri Gemelle.

Lo schermo rimane nero, non c’è bisogno di mostrare più nulla. Quelle immagini sono ormai parte della memoria collettiva, non solo americana.

Subito dopo siamo trasportati, assieme alla protagonista, in una prigione segreta in medio oriente, dove i sospetti terroristi vengono sottoposti a privazioni di acqua e cibo, legati per giorni interi, bombardati con musica metal e affogati con il waterboarding,  senza alcuna pietà.

Il capo di Maya è Dan, che guida il team dei torturatori, cercando di rompere i silenzi e la resistenza dei prigionieri, in ogni modo possibile.

Non è un sadico, non ha il volto lombrosiano dell’aguzzino, sembra essere piuttosto un agente a cui è stato insegnato ad usare tutti i mezzi leciti ed illeciti, per raggiungere il suo scopo.

Maya se ne sta all’inizio in disparte, forse scioccata dal lavoro sul campo, ma presto è costretta a partecipare ai metodi d’interrogatorio di Dan.

Assieme a loro ci sono gli agenti Jack e Jessica. A gestire l’Ufficio della CIA di Islamabad c’è Joseph Bradley, un burocrate a cui interessa far carriera, sventando possibili attentati nella madrepatria: per lui la caccia a Bin Laden è secondaria.

Dopo aver ascoltato, dal vivo ed in video, ore ed ore di interrogatori, Maya si convince che la chiave per arrivare al capo di Al Qaeda è quella di individuare l’uomo che si occupa di trasmettere i messaggi alla sua rete terroristica.

Il mito del terrorista rintanato in qualche grotta non regge più: Osama deve essere in città, nascosto da qualche parte, protetto ed in grado di comunicare.

Diversi prigionieri riconoscono il presunto messaggero come Abu Ahmed, ma è solo il suo nome di battaglia. Secondo alcuni è morto fin dal 2001.

La ricerca della sua vera identità richiederà molti anni di indagini e molte vittime, anche nel team di Maya e Dan.

Il film è diviso in capitoli, che attraversano quasi dieci anni di attentati, ricerche, inseguimenti, false piste, battaglie politiche, fino alla fatidica notte del 2 maggio 2011.

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Maya rimane in Pakistan a guidare le ricerche, anche quando Dan ritorna a Washington, dopo il cambio di regime e di strategie, nel passaggio da Bush alla nuova amministrazione.

“La tortura è una vergogna che indebolisce gli Stati Uniti, invece di rafforzare la Guerra al Terrore”: è l’unico momento in cui si vede il Presidente Obama ed è sullo schermo di una televisione.

Anche se due commissioni del Senato hanno accertato che nessuna delle informazioni essenziali per la cattura di Osama Bin Laden è stata ottenuta attraverso la tortura, la Bigelow non ha voluto nascondere le condizioni disumane in cui venivano tenuti i potenziali terroristi da parte della CIA, per molti anni.

Qualcuno ha attaccato la regista per questa scelta, eppure mi pare che sia chiarissimo che la Bigelow esalti un certo tipo d’intelligence, rappresentata proprio dall’apparentemente fragile Maya.

E la scoperta essenziale arriva attraverso la ricerca di un’analista e le conferme degli agenti sul campo, non attraverso una dichiarazione estorta con la forza. Anzi le confessioni estorte con la tortura avevano condotto le indagini su un binario morto. Il film non potrebbe essere più esplicito, pur senza fare la voce grossa, perchè non è quello il registro scelto per Zero Dark Thirty.

La tenacia di Maya sarà alla fine premiata, l’identità di Abu Ahmed rivelata e il rifugio di Bin Laden identificato in Pakistan.

Ma a Washington la nuova amministrazione è cauta, vorrebbe delle prove, un’identificazione sicura, prima di intervenire militarmente: l’ossequio formale alle regole non può essere disgiunto dalla ricerca della verità.

Dopo oltre quattro mesi di tentativi inutili e di ricerche vane di una conferma, finalmente la Casa Bianca decide l’attacco.

L’establishment ha il volto di Leon Panetta, il capo della CIA, impressionato dalla tenacia e dall’anticonformismo di Maya, l’unica a credere fino in fondo alla forza di quell’originaria intuizione.

E la Bigelow – che aveva intessuto sapientemente la trama del suo film con una contrapposizione di momenti significanti, legati da semplici ellissi narrative, con uno stile semplice, al servizio della storia e dei personaggi – mette in scena l’attacco dei due elicotteri invisibili con un’efficacia impressionante.

L’oscurità della notte si fonde con il verde acido delle immagini in visione notturna delle soggettive dei Navy Seals, l’ingresso nel fortino in cui tutti sperano di trovare Osama è lungo, laborioso, accidentato.

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Non ci sono eroi, solo un gruppo di soldati senza volto, che si muovono nel buio della notte:  l’adrenalina sale anche in sala, si segue l’attacco col cuore in gola.

E’ la magia del cinema che si compie ancora una volta: sappiamo benissimo com’è finita, ma la messa in scena di quell’assalto riesce a tenere tutti sulla corda, anche perchè, contrariamente all’attacco dell’11 settembre, le immagini di Abbottabad non sono mai trapelate e sono state pochissime: per motivi di intelligence, per proteggere i militari e per evitare trucidi trionfalismi sul corpo ormai inanimato del proprio nemico.

La Bigelow sembra rispettare questa scelta e non mostra mai il volto di Osama, se non attraverso qualche particolare o nei riflessi delle immagini scattate dal team d’assalto, per avere la conferma della sua identità.

Non ci sono trionfalismi, nè pacche sulle spalle, non ci sono esultanze nelle war room.

Solo la piccola Maya, corpo estraneo in un microcosmo tutto maschile e maschilista, che si fa strada tra i soldati, verso il sacco verde nel quale riposa per sempre l’ossessione di una vita.

Lo stesso senso di vuoto, di isolamento ritorna nell’ultima scena.

La Bigelow non sbaglia nulla, mostra senza abbellimenti le crudeltà della guerra. Non discute le motivazioni personali e quelle ideali di un lungo viaggio verso la notte.

Ma ci mette in guardia: alla fine di tutto c’è solo una vertigine.

Altri sono i film che hanno puntato l’indice contro le miserie di Abu Ghraib e degli altri black site, dove i presunti terroristi venivano torturati e costretti a confessioni che nulla avevano più a che vedere non solo con l’umanità, ma persino con la verità. Altri sono i film che hanno identificato le menzogne e le ipocrisie di una War on Terror scatenata per opportunismo politico, interessi economici e vendetta familiare.

Alla Bigelow non interessava un film a tesi, ma il racconto di un’ossessione, di una vendetta a lungo cercata ed infine trovata grazie al lavoro di molte persone, alla loro intelligenza, alle loro intuizioni, alla loro testardaggine, più che attraverso l’uso di una violenza disumana.

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Maya è un altro dei suoi antieroi solitari, incompresi, che hanno solo la loro lucida follia come compagna di vita.

Non sappiamo nulla della sua vita passata, nè di ciò che accade nel suo privato, qualcuno la teme per i suoi possibili contatti a Washington, altri fanno fatica a tener testa alla sua determinazione.

Qualcuno ha scritto che sembra una di quelle studentesse prima di un esame, private per troppo tempo della luce del sole e delle ore di sonno.

Tutta la sua esistenza sembra non avere senso, senza quella faticosa, testarda ricerca, per cui, alla fine, Maya si sente predestinata.

Sean Penn ha recentemente elogiato Jessica Chastain paragonandola ad uno Stradivari, per la ricchezza espressiva e la qualità emotiva delle sue interpretazioni: in effetti negli ultimi due anni ci ha regalato personaggi memorabili e molto diversi, dalla madre di The tree of life, alla moglie di Take Shelter, dalla bionda svampita di The help alla Salomè di Wilde/Pacino, fino a questa memorabile Maya.

Ad affiancarla un cast maschile di volti efficaci e poco noti: bravissimo Jason Clarke, nei panni del torturatore Dan, riconvertitosi al lavoro di scrivania, già con la Chastain in Lawless; non meno efficace è Kyle Chandler, perfetto burocrate sul campo.

Più piccoli, ma altrettanto indovinati i contributi di Mark Strong, che dirige la caccia da Washington ed Edgar Ramirez, che aiuta la Chastain a stanare il corriere Abu Ahmed.

James Gandolfini è convincente ed ambiguo, nel ruolo di Leon Panetta, il capo della CIA.

Il film è prodotto dalla giovanissima Megan Ellison: a soli 26 anni ha realizzato con la sua Annapurna Pictures, i due film americani migliori dell’anno, Zero Dark Thirty e The Master.

Non so se piacerà al pubblico americano un film così lungo, complesso, antiretorico, senza bandiere che sventolano e nel quale la protagonista è una piccola donna, che non si affretta a gridare “mission accomplished“, ma piange da sola nel ventre di un aereo vuoto.

Il prezzo che è stato pagato in quasi dieci anni, per la cattura di Osama era giustificato? Il sacrificio dei colleghi, le risorse illimitate, la rinuncia ad una vita propria hanno trovato il modo di ricomporsi in quel sacco verde poggiato su una barella?

La Bigelow mostra ancora una volta le ferite insanabili del reduce, l’impossibilità di tornare alla vita normale, la sua irriducibilità alla battaglia. Forse solo in questo disperato finale, The Hurt Locker e Zero Dark Thirty sembrano avvicinarsi.

Da non perdere.

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