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Venezia 2011. Il quinto giorno

WILDE SALOME di Al Pacino **

Fuori concorso

Il terzo film di Al Pacino come regista è un nuovo viaggio nel teatro. Dopo Looking for Richard, che metteva in scena il Riccardo III di Shakespeare e parallelamente ne ricercava l’impatto sulla cultura americana, qui Pacino si dedica a Oscar Wilde ed alla sua scandalosa Salomè.

Figliastra di Erode, desiderata dal patrigno e da una delle sue guardie, dopo essere stata respinta da Giovanni Battista, rinchiuso in pozzo da Tetrarca che lo temeva e ne era affascinato al tempo stesso, ne chiede la testa su un piatto d’argento.

Come in Looking for Richard, anche questa volta Pacino lavora su tre piani. Il dietro le quinte di una lettura teatrale dell’opera di Wilde avvenuta a Los Angeles nel 2006, la ripresa cinematografica di quella lettura ed un viaggio a Dublino e Londra alla ricerca delle radici dello scrittore.

Il racconto della vita di uno dei maggiori intellettuali del secolo scorso è contrappuntata dalle considerazioni di Tom Stoppard, Toni Kushner, Gore Vidal e Bono.

La messa in scena di Salomè, come semplice lettura del testo, non riscuote il successo sperato e così il film diventa anche il racconto di un nobile fallimento, una ricerca non completata anche per i contrasti con i produttori e le differenze con Estelle Parsons, la regista teatrale.

Battute fulminanti e momenti di poesia si alternano, soprattutto nei momenti più documentari, in cui viene fuori tutta la grandezza di un interprete generoso e appassionato.

Meno interessanti sono i momenti della messa in scena, che pacino non sembra comprendere appieno e che interpreta con  un curioso tono acuto.

La parte di fiction soffre inoltre dei tempi strettissimi con cui è stata ripresa –  e di cui Pacino si lamenta più volte, nel corso del film. Il vero limite del film è proprio nella messa in scena dell’opera di Wilde, che è poco convincente e di cui Pacino non riesce a trasmettere fino in fondo il senso e l’importanza. Solo Jessica Chastain, nei panni succinti di Salomè sembra all’altezza della situazione, donando al film forza vitale e grazia.

In un mondo in cui solo dentisti e medici possono permettersi di andare a teatro, come dice Al Pacino in uno dei momenti più divertenti, Wilde Salomè continua il discorso cominciato con Looking for Richard, in parte divulgativo, in parte capace di tracciare l’eredità del lavoro di Oscar Wilde nella nostra cultura.

Un lavoro di pura passione e di amore per il teatro, non sempre a fuoco,  davanti al quale non si può che rimanere comunque ammirati.

Pacino in conferenza stampa ha dichiarato che per il futuro cercherà di tener fede all’impegno, preso diversi anni fa di scegliere con più attenzione i propri ruoli, diradando le sue apparizioni.

Ne siamo lieti, preferiremmo non vederlo più in film come 88 minuti, Rischio a due, Sfida senza regole.

SHAME di S.McQueen ***

In concorso

Steve McQueen regista e videoartista americano impostosi con Hunger a Cannes tre anni fa, vincendo la Camera d’or per il miglior esordio, torna a dirigere Michael Fassbender in un nuovo viaggio nel corpo, affascinante e tragico.

Se in Hunger, il protagonista, Bobby Sands, terrorista dell’IRA imprigionato dal governo inglese, usava il proprio corpo per contestare la brutalità del regime carcerario ed i soprusi delle guardie, qui Brandon, giovane impiegato newyorkese, lo usa per rinchiudere le proprie ossessioni, un passato che ritorna e lo manda a fondo.

Brandon è un campione del sesso, che consuma con partner occasionali, con prostitute, online o in ufficio, anche da solo, nei bagni della società per cui lavora.

Non si impegna con nessuna, il suo piacere non è nemmeno nella conquista, come per il seduttore di Kierkegaard: è solo nell’atto fisico, nella ripetizione compulsiva della performance sessuale, che trova solo momentaneo appagamento.

Almeno sino a quando arriva a trovarlo a New York la sorella, Sissy, che ha velleità di cantante e si installa nel suo appartamento ikea, sconvolgendone la routine.

Lei non sembra molto diversa dal fratello: si porta a letto David, il capo di Brandon, e vive una vita sentimentale fuori equilibrio.

Come dice ad un certo punto, nel film: noi non siamo cattivi, veniamo da un posto cattivo.

Questo noi non lo sapremo mai. A McQueen interessa solo il presente, il qui ed ora, evita di raccontare chi erano e da dove vengono Brandon e Sissy. C’è un passato doloroso, oscuro, forse violento, come testimoniano le cicatrici sui polsi di Sissy, ma non sapremo di più.

Li vediamo chiusi nella loro solitudine, nella loro incapacità a relazionarsi con gli altri, se non attraverso il linguaggio del corpo e del sesso.

E’ una storia di desideri terribilmente terreni quella di McQueen, che non pretende di giudicare i suoi personaggi, ma lascia che siano loro ad imporsi sul film, in un racconto il più possibile spoglio di riferimenti univoci.

Forse l’ambiguità di due personaggi, senza rete sull’abisso alle loro fragilità può lasciare interdetti: chissà che dietro Brandon e Sissy non ci siano anche le nostre fragilità, i nostri bisogni, le esperienze della nostra vita.

Una conferma del talento di McQueen e dei suoi protagonisti, forse i migliori della loro generazione.

TERRAFERMA di E.Crialese **1/2

In concorso

Siamo arrivati quasi a metà di un concorso che sinora ci ha regalato ben poche delusioni. Ed anche Crialese non ha sbagliato quasi nulla in questo dolente e commovente Terraferma, racconto di come una famiglia di pescatori di Lampedusa cerca di trovare la sua strada.

Il capofamiglia è un vecchio pescatore, Ernesto. Uno dei suoi figli è morto in mare, la vedova ed il nipote, Giulietta e Filippo, affittano la propria casa ai turisti, ma sognano di lasciare l’isola per la terraferma alla ricerca di un lavoro più stabile e di un futuro lontano dalle reti da pesca.

L’altro figlio, Nino, più pragmatico ed egoista, gestisce uno stabilimento con lettini ed ombrelloni ed accompagna i turisti in mare, con la barca, al ritmo di Maracaibo. Lui i migranti non li vuole neppure sentir nominare.

Ai turisti non interessano e ostacolano l’attività.

Un giorno però il vecchio pescatore ed il nipote che l’accompagna si imbattono in un gommone pieno di immigrati clandestini, ne salvano quattro. Tra questi c’è una donna in cinta con suo figlio. Ha fatto un viaggio lungo due anni per arrivare in Italia e deve ricongiungersi al marito che lavora a Torino.

Nelle prigioni libiche è stata stuprata dai soldati del regime ed il figlio che porta in grembo, e che nascerà proprio a Lampedusa, è il frutto di quella violenza.

Intanto ci sono tre giovani turisti del nord a cui nascondere l’arrivo della donna e che vogliono divertirsi in paese.

La guardia di finanza sospettando qualcosa, sequestra la barca di Ernesto, causando la reazione degli altri pescatori: le regole del mare sono eterne e nessuna legge le può sovvertire.

Il racconto di Crialese usa magnificamente tutte le armi narrative a sua disposizione, senza mai essere ricattatorio, ma prendendo una posizione chiara sui respingimenti in mare e sul diritto all’accoglienza.

Eppure i suoi personaggi sono tutt’altro che pallide figurine ideologiche, ma vivono di volta in volta sulla loro pelle, il contrasto insanabile tra il desiderio d’accoglienza e la paura di farlo, rischiando in proprio.

Soprattutto Filippo e la madre Giulietta si troveranno più volte a dover scegliere in prima persona di fronte ad una scelta comunque dolorosa.

Il realismo magico di Crialese, riesce ancora una volta a rendere meravigliosamente la bellezza selvaggia dell’isola e del mare.

L’afflato epico del cinemascope si fonde perfettamente alla grandezza dell’imperativo etico che la tragedia dei migranti ci pone ogni giorno.

Ma se dalla terraferma le risposte possono essere semplici e ideologiche, su quello scoglio di terra circondato dal mare, le cose si fanno più complesse e le risposte non sono più così facili.

Crialese non semplifica e non banalizza, restituisce, con l’approssimazione drammatica del cinema, un interrogativo angosciante e necessario, che si chiude senza sconti con una barca che solca il mare aperto, battuta dalle onde.

Da vedere.

I’M CAROLINE PARKER di J.Demme **1/2

Orizzonti

Jonathan Demme era l’ultimo allievo della factory Corman, fieramente indipendente, nipotino di Hitchcock, per i suoi thriller Il segno degli Hannan e Qualcosa di travolgente, e creatore di commedie deliziose come Una volta ho incontrato un milionario, dopo l’exploit di Il silenzio degli innocenti e di Philadelphia ha deciso di cambiare rotta, alternando piccoli documentari ad opere personali.

Subito dopo l’uragano Katrina si è recato a New Orleans ed ha conosciuto, quasi per caso, Caroline Parker, cuoca in pensione, una colonna di uno dei quartieri più poveri della città.

La sua casa era ancora in piedi, formalmente e nonostante le difficoltà burocratiche ed i saccheggi che l’avevevano svuotata, ha deciso di ritornarci appena sei mesi dopo il disastro.

Con una forza d’animo non comune l’ha rimessa in piedi anche grazie all’aiuto dei due figli, che le sono rimasti accanto.

Demme è ritornato ogni sei mesi a far visita a Caroline, dal 2006 sino alla fine del 2010, testimoniando i progressi e i passi falsi, l’efficacia pubblica e privata, la battaglia per la riapertura della chiesa cattolica di Caroline e constatando la distruzione del quartiere in cui era nata.

E’ un ritratto a tutto tondo, quello di Demme che spinge Caroline a ricordare gli anni dell’infanzia, la segregazione, le battaglie per i diritti civili, l’acquisto della casa con il primo marito.

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