Venezia 2011. Il quarto giorno

ALPS di Y.Lanthimos ***

In concorso

E’ un film spiazzante e misterioso questo Alps, che Lanthimos ha girato dopo il trionfo internazionale di Dogtooth – Kynodontas, vincitore di Un certain regard a Cannes 2009.

Al termine della proiezione stampa si accende il dibattito. Che cosa avrà voluto dire il regista? E’ il film di un umanista o un misantropo? Una presa in giro delle tragedie personali o un’accusa allo sfruttamento del dolore? Il dubbio rimane eppure si resta come ipnotizzati di fronte ad Alps. Un altro gioiello di un concorso di rilievo.

Anche questa volta il regista greco costruisce un microcosmo chiuso di quattro personaggi: una giovane ginnasta ed il suo insegnante, un infermiera d’ospedale ed un collega che presta servizio sull’autoambulanza.

I quattro hanno messo in piedi un gruppo chiamato appunto Alps-Alpi, che si occupa di “sostituire” temporaneamente, presso i familiari, i parenti defunti, per qualche ora alla settimana.

Eseguono le istruzioni, si calano nel personaggio, si vestono come la persona cara che è venuta a mancare, cercando di alleviare il dolore.

Questo almeno nelle intenzioni del gruppo. Persino nel loro tempo libero si divertono ad impersonare divi e personaggi famosi, per gioco.

Il film non prende posizione, descrive con il consueto stile raggelato, alcuni momenti del lavoro dei quattro, in particolare quello dell’infermiera che, contravvenendo alle regole ferree del gruppo ed all’insaputa del capo – che si fa chiamare Monte Bianco – accetta di sostituire una giovane tennista, da poco deceduta in un incidente d’auto e fa sesso con il fidanzato di una defunta.

L’infermiera vive ancora con l’anziano padre, ormai vedovo, che accompagna alle serate di ballo.

I rapporti tra i quattro sono tesi, rigidamente gerarchici, soprattutto quelli tra la ginnasta ed il suo allenatore, retti da un protocollo, che bisogna seguire con i clienti.

Lanthimos mette in scena un’umanità devastata e compromessa: nessuno si chiede il perchè delle sostituzioni, nessuno obbietta alcunchè, nella società dello spettacolo in cui si applaude ai feretri, il dolore diventa pretesto per ogni speculazione.

La squallida messa in scena sembra essere di conforto alle vittime, eppure finisce per mettere in luce la debolezza e la violenza repressa dei quattro, che si aggrappano al loro “lavoro” fino a diventarne dipendenti.

Come se alla fine la terapia sostitutiva servisse più ai sostituti che non ai parenti.

Non a caso, sarà la cacciata di uno dei quattro dal gruppo a determinare la svolta drammatica del film.

Chiuso in interni spogli, spesso fuori fuoco, il regista mette in scena un paese allo sbando, senza più alcun appiglio, se non nella disperazione.

La metafora di Dogtooth era più evidente, più universale. Qui il gioco si fa più oscuro, senza speranza, ossessivo.

Bravissima Aggeliki Papoulia, l’infermiera del gruppo, già in Dogtooth, mentre Arianne Labed, Coppa Volpi l’anno scorso per Attenberg, è fragile e illusa nel ruolo della ginnasta.

CONTAGION di S.Soderbergh **

Fuori concorso

Contagion fa parte di un nuovo dittico di Soderbergh, assieme ad Haywire, che il regista ha già girato. Seguiranno un film su  un gruppo di stripper, Man from UNCLE e il film sl pianista Liberace. Poi forse Soderbergh si ritirerà a dipingere, come ha promesso da un anno ormai.

E forse una pausa non gli farebbe male, perchè i suoi ultimi film, ed anche Contagion non fa eccezione, appaiono come su commissione, privi di una vera necessità narrativa e sostanzialmente inutili.

Si nota che a Soderbergh non interessa molto quello che racconta. Si limita quindi a dirigere con massima professionalità cast di all star su sceneggiature non sue, passando dal thriller al biopic, alla farsa, con facilità e velocità sorprendente,ma anche con esiti sempre più dubbi.

Contagion è un thriller millenarista che racconta il diffondersi di un virus per via aerea e per contatto umano, da Hong Kong in tutto il mondo.

Seguiamo la vittima zero, Gwyneth Paltrow, che lo contrae ad HK e poi lo diffonde in un casinò e poi in aeroporto e quindi negli States.

L’incubazione è velocissima e letale in un caso su quattro. Entrano in gioco la sicurezza nazionale, l’OMS e il CDC americano per le malattie infettive.

Larry Fishbourne è il capo del CDC, Kate Winslett è l’agente sul capo a casa della Paltrow e del marito, Matt Damon, che è immune.

Ci sono poi un blogger che grida al complotto e si arricchisce enormemente, Jude Law, e un medico dell’OMS, Marion Cotillard, che viene rapita ad HK dalle autorità locali, che chiedono il vaccino che si sta sperimentando, come riscatto.

Soderbergh segue in montaggio alternato tutte le fasi di diffusione e contenimento del virus, con la prevedibile esplosione di rivolte e isteria generale.

Il film vola veloce nei suoi 105 minuti, ma alla fine lascia un po’ l’amaro in bocca: i personaggi sono figurine senza spessore, clichè usati mille volte. E anche l’ambiguità del copione di Scott Z. Burns viene sminuita dalla scelta quasi documentarista di Soderbergh, che rinuncia quasi sempre al racconto, per il reportage.

POLLO ALLE PRUGNE di M.Satrapi e V. Paronnaud **1/2

In concorso

Dopo l’exploit di Persepolis, Satrapi e Paronnaud adattano per lo schermo una nuova graphic novel, questa volta con attori in carne ed ossa, ambientata a Teheran nel 1958.

Nasser Ali Kahn, un violinista molto famoso, torna in patria dopo un lungo esilio volontario, finisce per sposare controvoglia una moglie innamoratissima di lui, ma lontana dal suo spirito artistico: Faranguisse è una professoressa di matematica che dopo avergli dato due figli finisce per rompergli il violino, donatogli dal suo maestro, spingendolo così nella depressione più nera.

Nasser deluso dall’impossibilità di riprendere a suonare con altri strumenti e distrutto dall’incontro con una misteriosa donna che sembra non rinoscerlo, decide di morire. Si mette a letto ed aspetta la morte che tarderà solo otto giorni.

Il racconto di quegli ultimi otto giorni di vita, si intreccia con i flashback sul passato di Nasser: pian piano scoprima così comee è diventato musicista, chi è la donna misteriosa che non l’ha riconosciuto e perchè, rotto il suo violino, non può più suonare.

In un paio di divertentissimi flashforward scopriamo anche il destino dei suoi due figli, lontanissimi per temperamento, cultura e attitudini.

Satrapi e Paronnaud fanno centro ancora una volta, grazie alla bellezza del racconto, alla bravura di Amalric e degli altri attori e ad una leggerezza impagabile.

La messa in scena ricalca i toni netti delle tavole e spesso i fondali sono dipinti ed animati.

La commedia dell’inizio si muta in melodramma d’amore e colpisce al cuore. Da vedere.

CUT di Amir Naderi **1/2

Orizzonti

Dopo l’estenuante ed ossessivo Vegas, presentato in concorso proprio a Venezia, qualche anno fa, Amir Naderi torna in Orizzonti, con un grande omaggio al cinema giapponese degli anni d’oro, a Kurosawa, Ozu, Mizoguchi, evocati più volte dal protagonista del film, che si reca persino in pellegrinaggio sulle loro tombe.

Il film racconta di un giovane regista, animatore di un circolo cinefilo, che improvvisamente viene raggiunto dalla notizia, che il fratello, che ha prodotto sinora i suoi film, è stato ucciso nel bagno di una palestra.

Scopre quindi che era uno strozzino della Yakuza e che si era indebitato con un boss per finanziare i suoi film.

Dovrà quindi restituire in 12 giorni 12 milioni di yen altrimenti farà la stessa fine del fratello.

Deciderà quindi di usare lo stesso bagno, per farsi picchiare a pagamento dagli scagnozzi del boss, fino allo sfinimento fisico, raccogliendo così i soldi che deve al boss.

Nel pomeriggio subisce i pugni e le violenze in palestra, la sera sfinito, proietta classici del cinema sul tetto del suo appartamento, rinnovando la passione dei suoi spettatori.

Cut è un film folle e bruciante di amore e ossessione, di orgoglio e onore. Postmoderno nella forma, ma con il cuore nei valori classici del cinema giapponese degli anni ’50 e ’60.

Naderi mette in scena un vero e proprio martirio, per amore del cinema d’autore, quello che sapeva unire intrattenimento e verità.

Non a caso il film termina con i cento pugni dell’ultimo giorno, scanditi dai cento film preferiti dal suo regista.

E non è ancora finita…

PS. Per curiosità i primi tre sono gli eterni Quarto Potere, 8 e 1/2, I racconti della luna pallida d’agosto.

TUTTI I NOSTRI DESIDERI – TOUTES NOS ENVIES di P.Lioret ***

Giornate degli Autori

Toutes nos envies, il nuovo film del regista dell’acclamato Welcome, è l’esempio più lampante della superiorità del cinema francese e del grado di salute in cui versa.

Lioret non è un genio e non sfoggia vezzi autoriali, ma riesce a costruire un racconto formidabile, commovente, sincero, grazie ad una sceneggiatura che non perde un colpo e ad un gruppo d’attori in stato di grazia, guidati da Vincent Lindon e Marie Gillain.

Toutes nos envies è cinema popolare, che colpisce al cuore, quello che noi in Italia abbiamo smesso di produrre negli anni ’70 e che non siamo più capaci di fare, spinti da due forze centrifughe:  le commedie facili e paratelevisive ed il cinema d’autore, spesso senza autori e senza idee.

Lioret racconta l’incontro di due giudici, una giovane, idealista, che cerca di difendere una madre sola, dai soprusi delle finanziarie del credito al consumo, ed uno più maturo, che aveva sotterrato nella routine quotidiana il coraggio della gioventù.

Finiscono quindi per collaborare, quando il Presidnete del Tribunale toglie il caso alla più giovane, perchè non ha detto di conoscere la donna.

Ma la battaglia legale contro gli imbrogli dei contratti dei consumatori rimane spesso sullo sfondo, perchè a Lioret interessano gli uomini e le donne. Segue così i due giudici e la donna, le loro famiglie i figli.

E la malattia che colpisce uno dei protagonisti, travolgendo ogni cosa e facendo emergere sentimenti e ricordi lontani.

Lioret non sbaglia un colpo, non eccede nel sentimentalismo e mantiene il piano sociale e giuridico, parallelo alle storie personali, fino alla fine.

Vincent Lindon è bravissimo ancora una volta, con la naturelezza di sempre e l’umanità ruvida e spiegazzata, che lo contraddistingue.

Infiniti applausi alla proiezione ufficiale. Da non perdere, quando uscirà in Italia.

 

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