Venezia 2011. Il terzo giorno

UN ETE BRULANT di P.Garrel *

In concorso

Ecco la prima bufala del concorso ufficiale. Il nuovo film di Garrel racconta l’estate romana di quattro amici, il pittore Frederic e suaa moglie attrice Angele a cui fanno visita due amici che raccontano la loro storia dalla fine.

Dall’incidente in auto di Frederic che si schianta contro un albero, dopo essere stato lasciato da Angele.

Il film è appesantito da una voce off didascalica ed inutile, ma è il meno. La vita dei quattro tra ozi e lusso bohemienne è odiosa e falsa cme una moneta da 3 euro.

E Monica Bellucci dovrebbe far causa a Garrel che le ha regalato un personaggio agghiacciante che la modella italiana interpreta con totale insipienza.

I momenti di ironia involontaria si sprecano e si ride di gusto al tormento amoroso di Angele e Frederic. Mueller avrebbe dovuto rifiutare una tale sconcezza, priva di qualsiasi interesse e ricca solo dei clichè più odiosi del cinema francese.

Nulla si salva: Un ete brulant è un film che nasce da una sceneggiatura che avrebbe potuto scrivere un ragazzino di 7 anni, è recitato come in una recita parrocchiale da un quartetto spaesato e mal assortito ed è diretto senza un’idea da un regista inutilmente prolisso.

Fischi copiosi e risate plateali durante la proiezione stampa.

Evitatelo come la peste bubbonica.

A DANGEROUS METHOD di D.Cronenberg ***

In concorso

La maturità e lo straordinario equilibrio formale di A history of violence e La promessa dell’assassino ritornano ancora in questo sontuoso A dangerous method, tratto dalla piece di Christopher Hampton, che ripercorre in parallelo la storia d’amore tra Carl Jung e Sabina Spielrein e la nascita della psicanalisi all’inizio del novecento.

Il confronto e lo scontro tra il giovane Jung, dottore a Zurigo, ricco borghese, capace di spigere la piscanalisi oltre le teorie sessuali del maestro Freud, e la sua paziente, quindi amante, infine collega – l’ebrea russa Sabina – è il cuore di un melodramma freddo, glaciale, di straordinaria perfezione formale, che deve molto alla scenggiatura di Christopher Hampton.

Cronenberg ci ha abituati a queste passioni violente e trattenute, a questi scontri violentissimi ma dissimulati. Qui ci sono anche le ‘relazioni pericolose’ di Hampton a completare un quadro di rarefatto romanticismo.

Il regista canadese  ricostruisce con precisione  storica e filologica un momento chiave nella storia del secolo breve.

Cinema e piscanalisi hanno la stessa età, si sono guardati con curiosità e rispetto sin dagli esordi, spesso lavorando sull’inconscio con le medesime ambizioni, ma senza che il cinema sia riuscito davvero ad illuminare la talking cure che è a fondamento della psicanalisi.

Molti registi ne sono stati influenzati, soprattutto negli anni sessanta del trionfo della borghesia, da Bergman e Fellini, ad Antonioni, Bertolucci e Allen.

Cronenberg mette in scena le origini senza pedanteria, senza un attimo di noia, pur parlando di teorie scientifiche e mediche, di pazienti e di sogni.

Ricorre spesso allo scambio epistolare, tra il maestro Freud e l’allievo riluttante Jung, in cui la tensione evidente e le differenze, non solo teoriche, ma anche sociali, culturali e di origine, vengono esplicitate in punta di penna con tutto il sussiego tipico d’inizio secolo. Ma non con meno evidenza e rigore.

Eppure non mancano le passioni, fortissime e capaci di sconvolgere la vita dei suoi protagonisti, travolti da un destino di grandezza, ma in fondo umanissimi e per questo deboli, imprudenti, pieni di rimpianti.

A dangerous method ha qualità che lo accomunano a Inseparabili, a M.Butterfly, al Cronenenberg più elegante e impeccabile, capace di mettere in scena il dolore dell’amore e dell’abbandono con forza travolgente, ma a ciglio asciutto.

La fotografia di Suschitzky è come sempre nettissima e questa volta molto diurna, illuminando volti e abiti, senza ombre.

Cronenberg lavora con un terzetto di attori eccellenti, dal fidato Viggo Mortensen al prodigioso Fassbender sino alle bravissime Keira Knightley e Sarah Gadon, nei ruoli femminili di Sabina e di Emma.

Meraviglioso il finale, che cita quello immortale del Padrino parte seconda, e che in fondo ci restituisce l’impossibilità di sondare fino in fondo i recessi dell’animo umano. Almeno con i mezzi limitati del cinema.

Dopo il bellissimo Carnage, il concorso mostra ancora che le attese dell’inizio non sono state mal riposte.

CAFE’ DE FLORE di J.M.Vallée **1/2

Giornate degli Autori

Il cartellone dei Venice Days è come sempre interessante e ricco di proposte. Jean Marc Vallée ci ritorna dopo il fortunatissimo C.R.A.Z.Y. e dopo la trasferta americana con The Young Victoria, con il toccante Cafè de Flore, racconto doppio di un amore che travalica il tempo e lo spazio.

Vallée non ha paura di sporcarsi le mani con l’amore e ne sceglie le declinazioni più difficili: l’amore di una madre sola, per il proprio figlio affetto dalla sindrome di down, in parallelo a quello di un affermato dj per le due donne della sua vita: la prima moglie, conosciuta al liceo e la nuova fiamma, molto più giovane, che i figli e la famiglia non accettano.

Il film procede in un gustoso parallelo che evita ogni facile scorciatoria ed ogni sentimentalismo, raccontando senza paura l’amore clustrofobico della madre, che teme di perdere l’esclusività di quel rapporto, quando il figlio si innamora di una compagna di scuola.

Di pari passo il film segue l’evolversi della vita sentimentale del dj, diviso tra l’amore per la donna di una vita ed un sentimento nuovo che travolgerà la sua famiglia e la metterà in crisi, al di là del divorzio.

Punteggiato da Breathe dei Pink Floyd e da innumerevoli versioni della canzone che dà il titolo al film, Cafè de flore è coraggioso, vitale, indomito nel lungo racconto diviso tra la Parigi del 1969 e il Canada di oggi, ma sceglie la strada più difficile per ricongiungere le due storie, sfidando la sospensione dell’incredulità e tuffandosi in teorie affascinanti quanto improbabili.

Non c’è un lieto fine per tutti, ma in fondo quello che non accade ora, potrà avvenire in futuro: questa è la tesi di Vallée, che forse con la svolta finale, smarrisce la verità nei rapporti amorosi che sembrava essere la chiave positiva del suo film.

Un’opera riuscita a metà, ma certamente la conferma di autore da tenere d’occhio.

8 pensieri riguardo “Venezia 2011. Il terzo giorno”

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