Venezia 2011. Il sesto giorno

DARK HORSE di T.Solondz ***

In concorso

Cos’è un dark horse? Nello sport americano è il team che non gode del favore dei pronostici.

E’ l’outsider che può farcela, quello su cui si può scommettere, se si vuole vincere forte.

E’ rischioso, però, perchè potrebbe rivelarsi una delusione.

Il dark horse di Solondz è Abe, il classico bamboccione sovrappeso di tante commedie americane. Potrebbe essere il fratello di Seth Rogen.

Lo vediamo nella prima scena ad un matrimonio, mentre ci prova spudoratamente con una ragazza palesemente depressa, interpretata da Selma Blair. Le chiede insistentemente il numero di telefono e poi si presenta a casa sua con un mazzo di fiori ed una proposta di matrimonio!

Lei è fin troppo incerta e confusa dalla vita, le sue velleità letterarie ed intellettuali si scontrano con uno stato di apatia, forse indotto dagli psicofarmaci e finisce così per accettare l’assurda proposta.

Abe però vive ancora a casa dei suoi (Christopher Walken e Mia Farrow) in una cameretta tappezzata da pupazzi dei simpsons ed è un collezionista compulsivo, che finiscono per possederlo e plasmarne la personalità, in un trionfo d’infantilismo fuori tempo. E’ un nerd assoluto e senza speranza e per di più lavora nella società del padre, privo di alcun interesse nelle attività immobiliari.

Come il più tipico figlio di papà, occupa una scrivania e passa le giornate senza far nulla, comprando costose action figures su ebay.

Va in giro con un enorme Hummer giallo e con delle magliette improbabili. Non ha più rapporti con il fratello più piccolo, che ha finito l’università, fa il medico e si è trasferito in California: il vincente di famiglia…

Dopo l’ennesimo ritardo, i contrasti con il padre diventano intollerabili, e quest’ultimo decide di licenziare il figlio, facendo precipitare il piccolo mondo di Abe.

Todd Solondz cantastorie dei non integrati, dei depressi anticonformisti, fin dall’esordio di Fuga dalla scuola media, con gli ultimi Palindromes e Life during Wartime, entrambi a Venezia negli anni scorsi, sembrava aver imboccato una strada più cupa, più cinica, alla ricerca del mostruoso, del disturbante.

Qui in invece ritrova leggerezza, senza perdere la sua ironia feroce e caustica.

Il ritratto di Abe è un perfetto cocktail di illusioni e autostima, un idiota come il Gunderson di Fargo, che non si rende neppure conto di esserlo.

Il mondo è sempre stato in discesa per lui, ma non ha saputo approfittare, crogiolandosi nel ruolo della vittima in famiglia e nascondendosi dietro la sua goffa obesità nella vita.

Solondz costruisce una serie di personaggi memorabili ed un racconto che alterna con gusto la realtà da sit-com della famiglia di Abe, catatonica e rincoglionita dalle serie tv con le risate incorporate, a momenti onirici di brillante comicità.

Il ruolo dei sogni nella dinamica narrativa cambia radicalmente rispetto ai film precedenti, poichè si incarica di rappresentare i veri sentimenti dei personaggi, anticipandone scelte e prospettandone opportunità.

Naturalmente il racconto di Abe si fa metafora di una società che vive sopra le sue possibilità e al di là dei propri meriti,  in uno stato di infantile senescenza, succube delle cose che accumula o disperata e velleitaria nel proprio vuoto esistenzialismo.

Magari è troppo scorretto politicamente? Magari è un po’ cinico o nichilista? A noi è invece sembrato che Solondz abbia ritrovato il buonumore ed abbia girato il suo film migliore da molti anni.

Consigliatissimo a tutti i collezionisti di action figures di Star Wars…

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Usciti dalla proiezione stampa del film di Solondz, ci si imbatte in Patti Smith che sul red carpet canta, accompagnandosi solo con la chitarra. Da brividi.

E’  al Lido per un documentario su Fernando Pivano.

Questa è Venezia…

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TINKER TAILOR SOLDIER SPY di T.Alfredson ***1/2

In concorso

Tratto dal capolavoro di John Le Carrè, pubblicato in piena Guerra Fredda, il film di Alfredson è un gioiello raro di scrittura, recitazione e regia, che pur rimanendo nei canoni classici del film di genere, si pone come uno dei risultati più convincenti del concorso.

Quando Control (John Hurt), il capo dell’MI6 – il servizio segreto inglese, confidenzialmente chiamato Circus – viene informato che tra i suoi più stretti collaboratori c’è una talpa sovietica, dà incarico ad uno dei suoi agenti sul campo, Jim Prideaux (Mark Strong) di verificare l’informazione.

Jim però finisce in un agguato orchestrato da Karla, il capo dei servizi sovietici, che lascerà sul campo l’agente inglese e costringerà Control alle dimissioni.

Con lui, sarà costretto al ritiro forzato anche Smiley (Gary Oldman), il suo braccio destro, da poco separatosi dall’amatissima moglie Ann.

Il sottosegretario alla difesa, preoccupato dalla presenza della talpa, riassume subito Smiley, per affidargli la missione segreta di scovarla e consegnarla alle autorità, senza ostacolare il nuovo corso dell’agenzia, rappresentato da Percy Alleline (Toby Jones), Bill Haydon (Colin Firth), Roy Bland (Ciaran Hinds) e Toby Esterhase (David Dencik).

Ad aiutare Smiley ci sono il giovane e nuovo capo dei ‘cacciatori di scalpi’, Peter Guillam (Benedict Cumberbatch), l’agente sul campo da cui tutto ebbe inizio, Ricky Tarr (Tom Hardy) ed una collega analista, ormai in pensione.

Smiley scopre presto che Control, suicidatosi dopo le dimissioni, aveva isolato cinque possibili talpe, soprannominate come nella filastrocca per bambini Tinker, Tailor, Soldier…

Tra i cinque ci sono i quattro al vertice del Circus e lo stesso Smiley.

La scoperta della verità chiederà a tutti un tributo personale altissimo, prima che l’intricato groviglio del doppiogioco sveli finalmente chi è la spia nell’MI6.

Smiley è interpretato da Oldman con un’economia espressiva prodigiosa, con un filo di voce e pochissimi movimenti. Gli occhi sono occultati dietro spesse lenti ed una montatura di bachelite.

Traspare però un’intelligenza rapace ed intuitiva, un sofisticato ragionare, lontanissimo dall’immagine glamour e avventurosa di un James Bond.

Siamo nel regno dell’understatement più tipicamente inglese, nel quale sono le parole a ferire, più delle pistole, ed in cui è il pensiero a correre veloce, più dei corpi.

Il racconto di Le Carrè descrive con grande precisione un mondo chiuso, di persone solitarie, che l’abitudine alla menzogna ed alla dissimulazione ha portato a vivere vite anonime, di servizio, spesso senza conoscere neppure il motivo delle loro azioni.

Sono parte di un circolo chiuso, ma non possono fare a meno di sospettare gli uni degli altri, in ogni momento.

Eppure tra di loro nascono complicità, amicizie, cameratismo e talvolta qualcosa di più.

Ma le relazioni personali sono destinate spesso a fallire miseramente, vinte dalla provvisorietà di alleanze e ideali e travolte dalla ragion di stato.

Alfredson rende meravigliosamente quel mondo malinconico, dimostrando di aver compreso fino in fondo la lezione di Le Carrè, vero agente sotto copertura, smascherato proprio da una spia russa nell’MI6, Kim Philby.

Accanto al bravissimo Oldman, che sarebbe sorprendente non ritrovare sabato prossimo nel palmares della Mostra, quasi tutti i migliori attori inglesi, dal fresco premio Oscar, Colin Firth, all’astro in ascesa, Tom Hardy, sino a Mark Strong e John Hurt.

I detrattori di questo gioiello potrebbero dire che è solo un film di genere, magari non abbastanza spettacolare e bombarolo da far presa sul pubblico dei popocorn e non abbastanza sofisticato e d’autore, per affascinare i cinefili più intransigenti.

Ma è grande cinema, rispettoso del realismo della storia di Le Carrè, magnificamente interpretato e diretto con talento visivo e  senso del ritmo. Non perdetelo.

IO SONO LI di A.Segre **

Giornate degli Autori

Piccolo film girato a Chioggia, da un regista esordiente, con un grande cast capitanato da Rade Serbedja, Marco Paolini e Zhao Tao,  attrice cinese, già in Still Life.

Li è una madre sola, vive e lavora in Italia, prima nelle confezioni di moda, quindi in un bar, per permettere a suo figlio di otto anni di raggiungerla.

Pian piano finisce per fare amicizia con Bepi, che tutti chiamano il poeta, uno slavo scappato dalla Yugoslavia post-Tito, che si ostina a fare il pescatore ed a vivere sul mare, anche se i figli  lo vorrebbero in pensione a Mestre.

Accanto a lui, gli amici di sempre e un giovane sbruffone, che usa la barca per traffici illeciti.

Quando l’amicizia con Li diventa più profonda e prelude a qualcosa di più, ecco che le due comunità, quella italiana e quella cinese, si mettono di traverso.

Bella l’ambientazione veneziana, senza glamour e decisamente inedita. Bravi gli attori di navigata esperienza, ma la storia rimane un po’ fragile e prevedibile.

HIMIZU di S.Sono **

In concorso

Dopo l’orrendo Guilty of Romance, visto a Cannes, alla Quinzaine, ecco un nuovo film del prolifico e controverso Sono Sion, che racconta di un giovanissimo ragazzino costretto a confrontarsi con un padre assente e violento ed una madre irresponsabile che fugge con il suo nuovo amante, lasciandolo solo a gestire la piccola attività di noleggio barche, che gli consente di vivere.

Sumida dovrà lasciare la scuola ed affrontare, assieme a dei vicini di casa riparatisi presso di lui dopo la tragedia di Fukushima e ad una compagna di classe perdutamente innamorata di lui, anche un boss della yakuza a cui il padre deve 6 milioni di yen.

Come riesca a ripagare il debito, a risolvere il suo conflitto edipico ed a ripagare l’amore incondizionato della ragazza è il punto debole di un film che non usa le mezze tinte: melodramma urlatissimo, con effetti sonori tonitruanti e violenza senza tregua.

L’implausibilità di tutte le sottotrame zavorra questo Himizu, letteralmente “la talpa”, che è tratto da un manga e ne replica tutti i difetti, con recitazione approssimativa e svolte degne di una telenovela brasiliana.

L’idea che il giovane Sumida sia una sorta di grandiosa metafora del Giappone post terremoto – solo e senza padri, devastato dal solore ed alla ricerca di una identità e del coraggio per farcela – è affascinante e Sono la sfrutta in pieno, accostando alle immagini del protagonista, quelle delle macerie di Fukushima.

L’unico momento di grande cinema è quello del parricidio, laddove la distanza e l’uso del dolly sembrano effettivamente giustificati.

Peccato che il melò di Sono, surreale fino all’estremo e tutto sopra le righe, si sposi male con una riflessione così dolorosa e sottile sul destino di un intero paese.

Solo per appassionati.

QUESTA STORIA QUA di S.Righetti e A.Paris **1/2

Fuori concorso

Annunciato come un documentario su Vasco Rossi, il film dei giovanissimi Righetti e Paris è sorprendente e riuscito, proprio perchè tradisce ogni attesa agiografica, per farsi riflessione sociologica e racconto di un sogno di provincia divenuto realtà.

Non è tanto un film su Vasco, quanto un film su Zocca, il paesino dell’appennino emiliano in cui Rossi è nato, ha mosso i primi passi come giovanissimo cantante e come dj, per poi diventare l’icona che tutti conosciamo.

Il lavoro di Papis e Righetti utilizza foto private e home movies degli anni ’60 e ’70, che ritraggono non solo Vasco, ma l’intera comunità che vive il successo del suo figlio più noto, con l’affetto e l’orgoglio riservati a chi ce l’ha fatta.

I due registi recuperano le origini, la timidezza e l’insicurezza di un’anima fragile, il ricordo del padre dolcissimo, la scoperta delle donne, il cameratismo maschile e la liberazione sessuale, le radio libere e la Bmw del dj di successo.

Non fanno sconti a Vasco nemmeno sulle deviazioni, sulla droga, sulle scelte politiche e sulla grande amicizia con Massimo Riva, compagno di strada di molti successi, morto prematuramente a metà anni ’90, per un’overdose.

Le immagini sono accompagnate dalla musica, ma non è un best of, piuttosto un viaggio emozionale, da cui emerge, di tanto in tanto la voce del cantante, che contrappunta, spiega, ricorda, chiarisce, in una confessione sincera e disarmante.

Una bella sorpresa, non solo per i fan di Vasco.

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8 pensieri riguardo “Venezia 2011. Il sesto giorno”

  1. […] L’idea che il giovane Sumida sia una sorta di grandiosa metafora del Giappone post terremoto – solo e senza padri, devastato dal solore ed alla ricerca di una identità e del coraggio per farcela – è affascinante e Sono la sfrutta in pieno, accostando alle immagini del protagonista, quelle delle macerie di Fukushima. L’unico momento di grande cinema è quello del parricidio, laddove la distanza e l’uso del dolly sembrano effettivamente giustificati. Peccato che il melò di Sono, surreale fino all’estremo e tutto sopra le righe, si sposi male con una riflessione così dolorosa e sottile sul destino di un intero paese. Marco Albanese, Stanze di cinema Link: https://stanzedicinema.com/2011/09/04/venezia-2011-il-sesto-giorno/ […]

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