Venezia 2011. Il settimo giorno

Ed il settimo giorno il Signore si riposò. Noi invece continuiamo, in diretta dalla Sala Stampa della Mostra.

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WUTHERNG HEIGHTS – CIME TEMPESTOSE di A.Arnold **1/2

In concorso

Il concorso di Venezia 68 non smette di regalare ottimi film, e spendidi adattamenti letterari e teatrali.

Andrea Arnold, la regista di Red Road e Fish Tank, si immerge nell’ottocento di Emily Bronte, per raccontare una delle storie d’amore più conosciute, quella di Heathcliff e Cathy, al centro di Cime tempestose.

Lo fa alla sua maniera, con un realismo straordinario e senza concedere nulla, raccontando la storia del piccolo trovatello di Liverpool, accolto nella tenuta di The Heights, dove dovrà scontrarsi con l’ostilità del fratellastro Hindlay, divenuto capo famiglia, alla morte del padre.

L’arrivo, nella vicina tenuta The Grange, dei ricchi Linton non farà che peggiorare le cose.

La complicità e l’affetto di Heathcliff per la sorellastra Cathy, l’unica a trattarlo da essere umano e non da schiavo, sarà travolta dalla proposta di matrimonio del giovane Edgar Linton, che la ragazza non può rifiutare.

Heathcliff fugge e quando ritorna nello Yorkshire è ricco e sicuro di sè. Vuole riconquistare Cathy, ma forse è troppo tardi…

La Arnold dipinge con stile minimalista la campagna inglese e ne restituisce tutta la forza ancestrale. Battuta dal vento e dalla pioggia, fangosa, umida, la terra è straordinariamente espressiva della forza dei sentimenti in gioco, anche grazie alla fotografia di Robbie Ryan, che sfrutta tutti i toni del marrone.

Anche nelle giornate di sole, la luce è bassa calda e taglia i volti dei personaggi. Gli interpreti, quasi tutti alla prima esperienza, restituiscono verità e dolore, ad un dramma sin troppo conosciuto.

La Arnold sceglie sempre il punto di vista di Heathcliff,  lo segue nel suo mondo libero, mentre osserva gli altri dalle finestre chiuse, dalle fessure nelle porte, quasi fossero rinchiusi dai pregiudizi di censo e dagli obblighi di un codice ormai superato.

In un mondo drogato da dosi massicce di pornografia sentimentale, spacciata per romanticismo, forse qualcuna potrà storcere il naso, di fronte alla raffinatezza della messa in scena, che non concede spazi alle scene madri e significativamente elimina qualsiasi musica extradiegetica, lasciando spazio ad una meravigliosa sinfonia di rumori: la natura si riprende il suo spazio attraverso il vento, le foglie, le porte che sbattono, l’ansimare dei cavalli.

La macchina a mano segue i suoi personaggi standogli costantemente addosso, isolandone frammenti e sguardi fortissimi, quasi fossero lampi improvvisi, ricordi che riemergono prepotenti nella memoria di Heathcliff, quando ormai la tragedia si è consumata.

La Arnold sceglie la strada giusta, per rinnovare una storia che è stata usata dal cinema innumerevoli volte, a partire dagli anni ’20.

La scelta di un attore di colore per Heathcliff, come forse già avrebbe voluto la Bronte, aggiunge senso e spessore alla storia, amplificandone l’isolamento.

Una lieta sorpresa mattutina, che conferma il talento della giovane inglese.

IL VILLAGGIO DI CARTONE di E.Olmi ?

Fuori concorso

Confessiamo che dopo 50 minuti di noia suprema ed occhi che faticavano a restare aperti, abbiamo abbandonato il film di Olmi alla sua strada.

Sino ad allora si era visto un parroco a cui non si sa bene perchè, qualcuno svuota la chiesa con una ruspa, togliendo crocifissi e dipinti. Si rifugia in sacrestia e nella canonica, quando viene raggiunto da un gruppo di extracomunitari, tra cui vi è un uomo ferito che ha bisogno di cure.

Prevedibile e simbolico sino all’eccesso, Olmi, dopo un bel finale di carriera, compromesso dall’ultimo mediocrissimo e controverso Centochiodi, avrebbe fatto meglio a mantenere la promessa di non dirigere più film…

Imbarazzante Rutger Hauer, con sopracciglia dipinte e parrucchino posticcio.

A SIMPLE LIFE di A.Hui ***

In concorso

Ah Tao, abbandonata dai propri genitori e inviata da quelli adottivi, a servizio di una famiglia benestante di Hong Kong, ha prestato servizio nella stessa casa per quattro generazioni.

Ora si prende cura di Roger, che fa il produttore cinematografico, quando un ictus la costringe a rinunciare al lavoro.

Si trasferirà in una casa per anziani, dove pian piano rimprenderà a parlare e camminare come prima, grazie all’aiuto di Roger che non le farà mai mancare l’affetto e la compagnia che di solito destiniamo ai parenti.

Il racconto di Ann Hui è semplice, come la vita che racconta. Non ci sono grandi svolte narrative, nè sottotrame, ma solo l’idea che dopo essere stati cresciuti ed accuditi per tutta la vita, nel momento del bisogno, occorre prendersi cura delle persone care.

I legami di sangue contano poco, le famiglie sono quelle che si costruiscono giorno per giorno. Ed anche se Ah Tao non è la madre di Roger, nè una sua parente, il produttore non può far a meno di prendersi cura dell’anziana donna.

Il racconto procedere per momenti di delicata malinconia e con un tono leggero ed ironico, lontano da ogni eccesso melodrammatico.

Anche nel momento della fine, le scelte che tante polemiche suscitano in Italia, nel dibattito pubblico, appaiono semplici, inevitabili, giuste.

Il film della Hui è un viaggio nella vecchiaia: pacificato, pieno di umanità e comprensione umana, di una dolcezza che contrasta forse con le durezze e i toni forti di molti altre opere del concorso. E’ un elogio commovente della riconoscenza e della dedizione al proprio lavoro.

Non c’è dubbio però che un concorso internazionale come quello di Venezia debba restituire pienamente non solo la complessità della vita, ma altresì i diversi modi di raccontarla.

Menzione obbligata per Andy Lau che si toglie la maschera del divo, per calarsi nei panni ordinari e senza glamour del produttore, e per Deanie Ip, assolutamente perfetta nel ruolo di Ah Tao e di diritto tra le favorite per la Coppa Volpi.

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PEOPLE MOUNTAIN PEOPLE SEA  di C.Shangjun ***

In concorso – Film a sorpresa

Come tradizione, il cartellone di Mueller presentava un film a sorpresa. Oggi l’attesa è terminata con la proiezione ufficiale, funestata da una lunga interruzione per un sospetto incendio, di questo film cinese, nascosto fino all’ultimo, per evidenti motivi di opportunità, perchè opera dissidente, pericolosa, che racconta senza abbellimenti l’inferno della Cina di oggi.

Ancora una volta il festival finge di presentare le opere che il regime preferisce, per poi aprire le sue porte all’ultimo momento e senza annunci a cineasti coraggiosi, controcorrente, non riconciliati, tutti fratelli ideali del maestro Jia Zhang ke.

Il protagonista è un minatore di poche parole. Quando la polizia gli comunica che il fratello è stato ucciso a sangue freddo e che il sospetto assassino è scappato, lascia tutto e si mette alla ricerca del colpevole.

Raggiunta la città, il minatore è prima ospite di un amico spacciatore, che, d’accordo con un  (falso) poliziotto, gli ruba tutti i soldi, quindi decide di andare a trovare la moglie separata ed il figlio.

Dopo aver violentato lei ed abbandonato lui, ritorna in paese, dove la polizia non ha novità, se non quella che forse il colpevole sta lavorando in una miniera clandestina al nord.

Ritroviamo quindi il protagonista a lavorare in questa miniera d’altri tempi, nella quale ogni problema si risolve con la violenza più brutale, quasi fossimo tornati ai tempi di Dickens.

Qui il film trascende ogni limite narrativo, si fa opera politica, morale, racconto assoluto e potentissimo, squarciato da una deflagrazione finale fuori scala, che prelude ad una salvezza che non può prescindere da un’altra violenza apparentemente incomprensibile.

Di fronte ad un film come People mountain people sea il critico è in difficoltà: l’importanza culturale e politica di quello che si vede nel film e la qualità straordinaria di alcuni momenti di agghiacciante verità e puro cinema, superano anche la pretestuosità del film a tema.

Il viaggio del protagonista, per tre quarti del film, non è che un modo per mettere in scena  la crudeltà che si accompagna al progresso della locomotiva cinese, pronta a travolgere tutto: affetti, giustizia, lavoro, diritti individuali e sociali.

Ma è il finale che spalanca le porte dell’orrore su un abisso letterale che riemerge improvvisamente con la forza di un vulcano in eruzione.

Molte immagini restano nella memoria: la baraccopoli, il ponte, l’abbandono di moglie e figlio, l’esecuzione nella miniera, il giaciglio di fortuna che replica quello de Il fosso di Wang Bing.

Per una volta la somma delle parti supera il tutto. People mountain people sea è un film che procede a strappi, per grandi quadri significanti, che squarcia il velo dell’ipocrisia, per rilanciare un’immagine non riconciliata di un paese che preferisce che sia rappresentata la sua storia millenaria edulcorata (come in Detective Dee ad esempio), piuttosto che il suo presente pieno di contraddizioni.

Apocalittico.

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