La CIA su Zero Dark Thirty…

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Zero Dark Thirty, il film di Karthyn Bigelow che ricostruisce al lunga caccia a Bin Laden, è uscito in questi giorni a New York e Los Angeles.

Il successo di critica e i primi riscontri di pubblico non hanno oscurato il fortissimo dibattito sul film, che coinvolge politici, intelligence e opinione pubblica.

Due sono i punti più controversi: innanzitutto il ruolo di quelle che la CIA chiama enhanced interrogation techniques, con un eufemismo ipocrita, e che in realtà sono metodi di tortura, mutuati dalla Cina e dalla vecchia Unione Sovietica.

Quindi il ruolo avuto dall’agente che nel film si chiama Maya e dai suoi più stretti collaboratori.

Sui metodi di interrogatorio dei sospettati e sulla loro efficacia lo scontro riproduce quello tra le ultime due amministrazioni: i repubblicani vicini alle posizioni di Bush, Cheney e Rumsfeld hanno sempre rivendicato l’efficacia della tortura, per ricavare informazioni essenziali per la cattura.

I democratici e la nuova amministrazione della CIA hanno attenuato l’importanza di tali informazioni, ottenute nel modo più disumano.

Il presidente Obama ha modificato i protocolli e posto fine alla tortura nei Black Site della CIA e questo è mostrato dal film in modo chiarissimo.

Dianne Feinstein, senatrice californiana a capo della commissione sull’Intelligence, assieme al Senatore Carl Levin ed a John McCain ha rilasciato già la settimana scorsa un comunicato nel quale si afferma che Zero Dark Thirty presenti “grossly inaccurate and misleading in its suggestion that torture resulted in information that led to the location of Osama Bin Laden.”

Oggi il capo temporaneo della CIA, Michael J. Morell ha rilasciato un comunicato dello stesso tenore, nel quale si accusa il film di creare “the strong impression that the enhanced interrogation techniques that were part of our former detention and interrogation program were the key to finding Bin Laden. That impression is false… the truth is that multiple streams of intelligence led C.I.A. analysts to conclude that Bin Laden was hiding in Abbottabad. Some came from detainees subjected to enhanced techniques.”

In secondo luogo Morell afferma che: “the hunt for Usama Bin Ladin was a decade-long effort that depended on the selfless commitment of hundreds of officers.  The filmmakers attributed the actions of our entire Agency—and the broader Intelligence Community—to just a few individuals.  This may make for more compelling entertainment, but it does not reflect the facts.  The success of the May 1st 2011 operation was a team effort—and a very large team at that.”

In realtà entrambe le critiche appaiono piuttosto ingenerose e pretestuose: non diversamente da quanto accade in Italia, il dibattito è inficiato da opinioni precostituite, partigiane e poco obiettive.

Abbiamo visto Zero Dark Thirty in anteprima e la Bigelow, sul tema della tortura, ci è parsa assolutamente onesta e trasparente. Avrebbe potuto evitare persino di inserirla nel film. Invece mostra esattamente quello che Morell dichiara essere avvenuto: alcuni prigionieri sono stati torturati ed una piccola parte delle informazioni necessarie ad identificare il nascondiglio di Osama è stata ottenuta in questo modo.

La Bigelow però mostra anche chiaramente che altre informazioni estorte hanno sviato le indagini e che le informazioni migliori sono state ottenute con metodi di intelligence più civili e sofisticati: dalla dissimulazione all’inganno, dal pedinamento all’uso dei mezzi informatici, dal lavoro di squadra a quello di archivio.

Quanto alla seconda critica è francamente risibile: il racconto cinematografico non può far altro che restituire un’impressione di realtà.

Che la cattura di Bin Laden sia stata il frutto di un lungo lavoro di squadra è evidente. Che ci siano stati passi falsi e resistenze pure. Che qualcuno abbia avuto l’idea giusta e la perseveranza di seguirla sino in fondo, è verosimile.

Ma certo un film può dar conto della complessità di questa caccia decennale in maniera relativa, dovendo rispondere non solo ad un’esigenza di verità, ma anche alla logica del racconto cinematografico, alle sue regole, ai suoi limiti temporali ed alle sue inevitabili semplificazioni.

La vera agente Maya – la cui identità è tuttora protetta – si è lamentata perché, a suo parere, avrebbe meritato un trattamento diverso rispetto ai molti colleghi, che sono saltati sul carro del vincitore in extremis, prendendosi il merito della sua intuizione.

La risposta di Morell sembra diretta più a lei che non alla Bigelow.

D’altronde Zero Dark Thirty tocca un nervo scoperto. Adesso la risposta la darà il pubblico americano.

In Italia l’uscita è prevista per il 7 febbraio.

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