Venezia 2012. Pietà

Pietà ***

In concorso

“Che cos’è il denaro? L’inizio e la fine di tutto.”

Il protagonista del nuovo film di Kim Ki Duk è uno spietato esattore, che lavora per conto di uno strozzino. Gang-do è veramente detestabile, ed è un personaggio di cui in fondo ci importerebbe poco, un’essere umano solo dal punto di vista biologico. In un quartiere popolare e operoso di Seul, pieno di officine e fabbri, passa le sue giornate cercando di recuperare i crediti per il suo boss.

Gli interessi però sono elvatissimi: in tre settimane il prestito si è decuplicato e nessuno riesce a rifondere le somme.

Per rientrare dei suoi crediti, lo strozzino fa firmare a tutti una polizza assicurativa sulla vita e gli infortuni: in caso non riescano a pagare, il protagonista è autorizzato a spezzare gambe e braccia in modo permanente, in modo da consentirgli di incassare il premio.

E’ un sistema feroce e dove la pietà evocata nel titolo non trova spazi.

Vediamo all’opera Gang-do, mentre mozza mani, spezza gambe, convince i debitori a buttarsi da un palazzo. Qualcuno lo anticipa suicidandosi, ma “la morte complica le pratiche del risarcimento”.

La squallida routine prosegue senza tregua, raddoppiata da una messa in scena claustrofobica e degradata, almeno sino a quando una donna misteriosa si presenta al protagonista, affermando di essere la madre che l’abbandonò da bambino.

Sulle prime Gang-do la tratta malissimo, cerca inutilmente delle prove, spingendosi fino a violentare la donna, con una brutalità che lascia atterriti, poi si convice e sembra pian piano affezionarsi.

Questo si riflette, in qualche modo, anche nel suo atteggiamento nei confronti dei debitori: la ferocia lascia il campo al disprezzo ed alla derisione, con risultati non molto diversi.

Ma le cose sono più complesse…

Kim Ki Duk è tornato al cinema della crudeltà. Dopo l’involuzione seguita a Ferro3, la depressione per un incidente capitato sul set di Sogno e la crisi d’identità di Arirang, questo Pietà segna l’uscita dall’empasse creativa degli ultimi anni all’insegna dell’orrore sociale e morale dei suoi esordi.

La metafora si fa esplicita, Kim mette in scena la morte di un’intera classe sociale: il protagonista guarda lo skyline della città, che incombe con i suoi grattacieli di vetro ed acciaio sul quartiere di baracche e lamiera, destinato a sparire con tutta la sua disperazione.

L’esattore è davvero un bad guy, crudele e spietato, ma in fondo sembra essere solo lo strumento di una violenza che passa attraverso di lui. Non c’è umanità in Gang-do, nessun sentimento.

Solitario e onanista, conosce solo il linguaggio estremo dell’abbandono e della ferocia animalesca, insensibile ad ogni supplica, scoprirà cosa vuol dire amare e cosa vuol dire perdere l’oggetto del proprio amore.

Kim si richiama alla pietas cristiana, in un finale che farà discutere, in cui vittime e carnefici sono tutti uniti in una sorta di composizione funerebre, che li abbraccia.

Ma è davvero pietà quella di Gang-do? O solo egoismo? Il suo modo di relazionarsi col mondo è davvero cambiato? O lo spietato protagonista rimane, come dice una delle sue vittime, solo uno strumento del demonio che tenta gli uomini con il denaro?

Il desiderio di essere amati, il ruolo dei soldi, la vendetta più atroce e insopportabile, la vita e la morte separate da un esile confine: Pietà sembra essere per Kim, giunto orgogliosamente al suo diciottesimo film in sedici anni, un nuovo esordio.

In cui però l’umanità sembra inesorabilmente perduta, chiusa in un microcosmo atroce, lercio, un’inferno terreno in cui tutto è perduto e persino il sacrificio della vita è un’amara complicazione.

Già il film precedente, inedito da noi, si chiamava Amen: forse la crisi esplosa in Arirang ha avuto come esito anche un ritorno ad una più forte ricerca interiore?

Pietà si presta ad interpretazioni lontanissime: è un ritratto nichilista e senza uscita di un personaggio disumano, delle cui vicende non ci importa nulla? O è il tentativo di Kim di trovare nella vendetta dell’antico testamento una forma di grazia salvifica, per evadere dall’inferno della vita?

Kim usa un digitale sporco, non particolarmente elegante ed è lontano dai formalismi pittorici di certe sue opere della maturità.

Qui contano il racconto, la sua forza metaforica, le sue parole di fuoco.

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7 pensieri riguardo “Venezia 2012. Pietà”

  1. […] Subito dietro una serie di film meno riusciti, ma comunque significativi a partire da To the wonder di Malick, in cui brilla Olga Kurylenko, quindi il grottesco E’ stato il figlio di Ciprì, poco apprezzato dalla stampa estera e quindi forse difficile anche per la giuria, Après Mai di Assayas, invece universalmente applaudito, per chiudere con i controversi Kitano e Kim Ki duk. […]

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