La fiction Rai Uno sbirro in Appennino segue Vasco Benassi (Claudio Bisio), stimato commissario di polizia bolognese trasferito a Muntagò, il borgo dell’Appennino dove è cresciuto. Il trasferimento costringe Vasco a confrontarsi con sé stesso e con la propria storia, in un ritorno alle radici che rievoca traumi irrisolti e amori passati.
L’arrivo di Vasco coincide peraltro con l’improvvisa morte di un anziano che nel testamento lascia in eredità i propri beni, più ingenti del previsto, alla giovane badante. Una scelta osteggiata dalla famiglia e che porta la donna a diventare una sospettata agli occhi del commissario, inizialmente l’unico a credere realmente nella pista dell’omicidio. Nel territorio comunale viene inoltre scoperta una piantagione illegale di marijuana che vede il coinvolgimento del giovane Magico (Michele Minutillo), figlio di Nicole Poli (Valentina Lodovini), neosindaca di Bologna e amore irrisolto di Vasco.
Le indagini sono condotte dal commissario e dalla sua squadra, composta dalla giovane poliziotta campana Amarante (Chiara Celotto), desiderosa di imparare il mestiere “dal più bravo”, dalla cugina ispettrice Gaetana (Elisa D’Ausanio) ed infine da Fosco (Michele Savoia), poliziotto sui generis, abile nel lavoro d’archivio e nella ricerca di informazioni, ma spaventato dai cadaveri.
L’intreccio tra le vicende private della squadra di Benassi e le indagini rappresenta uno dei tratti più riusciti del racconto, perché non solo fornisce respiro e spessore ai personaggi (a parte Fosco, che rimane prigioniero di un ruolo di supporto a metà tra il comico e l’investigativo), ma anche perché illumina i tratti della comunità locale e più in generale dei rapporti intergenerazionali. Dei tre registri: investigativo, comico e drammatico, proprio quest’ultimo ci è parso il più rilevante, almeno a livello sociologico. Quando vediamo e analizziamo una serie di impronta generalista come questa, l’analisi sociologica è di solito particolarmente interessante perché la narrazione riflette le aspirazioni e le tensioni proprie del pubblico in un determinato periodo storico. Il riferimento all’ansia dei giovani o al loro desiderio di andare oltre alla dimensione lavorativa dello sfruttamento delle risorse (umane, ma anche territoriali) rappresentano questioni che non sempre trovano spazio nel racconto seriale, così come la dimensione del rapporto intergenerazionale ci è parsa rilevante per spazio e prospettive. La differenza di visioni e di mentalità tra le generazioni non riguarda solo l’ambito genitoriale, ma anche quello lavorativo, come dimostra la relazione tra Vasco e Amarante, complessa e contrastata, ricca di molteplici sfumature.
Se la parte di tono drammatico presenta interessanti spunti sociologici, lo stesso non può dirsi per la parte comica, spesso decontestualizzata e affidata alla singola battuta di Bisio più che ad un racconto comico; anche la parte investigativa, almeno nei primi due episodi, stenta a decollare e in generale cede il passo, nell’interesse dello spettatore, alla parte drammatica: il rapporto tra Vasco e la sindaca, così come quello tra il Magico e Amarante sono di gran lunga più interessanti delle indagini e dei pochi momenti di vera adrenalina. E’ in questo squilibrio che la serie naufraga, perdendo la sfida, ambiziosa e non banale, di realizzare un poliziesco progressista capace di raccontare un territorio con specifiche peculiarità.
Nell’Appennino infatti Benassi si ritrova immerso in un mondo che non è solo sfondo, ma parte attiva della narrazione: un luogo isolato, carico di dinamiche comunitarie e segreti che influenzano lo svolgimento delle indagini. In un contesto paesaggistico di pregio che la serie intende chiaramente veicolare a fini turistici, sull’onda di quanto avvenuto in passato con altre serie nostrane (A due passi dal cielo), le indagini si alternano al racconto delle dinamiche proprie delle piccole comunità e delle loro problematiche, di cui in primis la mancanza di attrattività per le giovani generazioni. Anche per questo il rapporto tra genitori e figli assume un ruolo così importante: da esso dipende la sopravvivenza della comunità.
Da apprezzare la regia di Renato De Maria che si sofferma sulla bellezza del paesaggio, valorizzandolo al meglio, grazie ad una fotografia calda e ad inquadrature panoramiche basate su campi larghi. Il cast ha fornito una prova convincente, non solo per quanto attiene alle singole interpretazioni, ma anche per sintonia e coinvolgimento. Ciascuno ha interpretato al meglio la propria parte, a cominciare da Bisio che si è calato con generosità in un ruolo drammatico che non appartiene in toto alle sue corde, ma che egli ha saputo rendere con la consueta vivacità e vitalità, sia mimica che vocale. Il tutto sulle note di una colonna sonora originale, di impronta country.
Nel complesso Uno sbirro in Appennino si presenta come una serie godibile e visibile, soprattutto in famiglia, anche grazie all’ampia descrizione delle dinamiche generazionali. A tratti la sensazione è quella di un prodotto con potenzialità maggiori, forse penalizzato dalla mancanza di un supporto narrativo adeguato.
TITOLO ORIGINALE: Uno sbirro in Appennino
DURATA MEDIA DEGLI EPISODI: 50 minuti
NUMERO DEGLI EPISODI: 4
DISTRIBUZIONE STREAMING: Rai Play
GENERE: Family Drama Crime
CONSIGLIATO: a quanti cercano una storia da vedere in famiglia, con uno sguardo inclusivo sul mondo che ci circonda e sui rapporti intergenerazionali.
SCONSIGLIATO: a quanti cercano un racconto crime compatto e adrenalinico, personaggi con sfumature morali e travagli esistenziali.
VISIONI PARALLELE: un buon prodotto capace di mischiare generi, cultura locale e racconto corale è certamente How to Get to Heaven from Belfast. Rimandiamo alla nostra recensione per quanti volessero un racconto eclettico a sfondo crime.
UN’IMMAGINE: più che un’immagine, una frase che sintetizza lo spirito del racconto: “Qui in Appennino le notizie arrivano prima al bar che su Internet” che mischia il senso di comunità con quello di doversi comunque confrontare con l’invecchiamento della popolazione e quindi con l’uso meno frequente e spregiudicato dei social.

