Apex

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Nel cinema di Baltasar Kormákur il confronto tra uomo e natura non è mai un semplice sfondo spettacolare, ma una vera e propria matrice narrativa e morale. Fin dai tempi di The Deep, passando per Everest, Adrift e Beast, il regista islandese ha costruito una filmografia in cui l’elemento naturale agisce come forza primigenia, indifferente e spesso crudele, capace di ridimensionare ogni illusione di controllo umano. Con Apex, Kormákur sembra portare questa riflessione a una forma più astratta e, in parte, più disillusa, segnando un’evoluzione significativa nel suo percorso.

Se nei lavori precedenti la natura era ancora leggibile come antagonista concreta — il mare gelido e insondabile di The Deep, la montagna assassina di Everest, l’oceano infinito di Adrift, la savana predatoria di Beast — in Apex essa si trasfigura in qualcosa di più ambiguo: un sistema complesso, quasi una rete invisibile di relazioni che ingloba l’uomo, lo osserva e lo giudica senza mai esplicitarsi del tutto. Non è più soltanto un ambiente ostile, ma una dimensione in cui la presenza umana appare sempre più fuori scala, quasi un errore di prospettiva.

Kormákur lavora qui per sottrazione. Riduce l’enfasi sul disastro immediato e spettacolare per privilegiare una tensione più sottile, che nasce dall’idea di un equilibrio fragile e già compromesso. In questo senso, Apex si colloca in continuità con Adrift, dove la deriva fisica della protagonista diventava anche una deriva esistenziale, ma spinge ulteriormente il discorso verso una dimensione più fredda e analitica. L’elemento naturale osserva, circonda, attende.

Visivamente, il film conferma la capacità del regista di costruire spazi che opprimono senza bisogno di chiudersi. Come in Everest, l’immensità è sinonimo di pericolo, ma qui perde ogni residuo di epica. Le inquadrature insistono su linee orizzontali e verticali che sembrano non finire mai, su superfici che cancellano punti di riferimento. L’uomo non lotta più per conquistare o sopravvivere: tenta piuttosto di orientarsi in un sistema che non riconosce.

Il film si apre su una parete norvegese, durante una scalata estrema: Sasha (una Charlize Theron sorprendentemente fisica e trattenuta) è costretta a lasciare cadere il marito Tommy (Eric Bana) nel vuoto per salvarsi da una valanga. È un incipit che non concede scampo e che definisce immediatamente il cuore del racconto: la sopravvivenza come atto ambiguo, segnato da una colpa irrimediabile.

Cinque mesi dopo, Sasha si sposta nell’entroterra australiano, in un viaggio solitario che ha il sapore di una prova estrema, quasi un rito di espiazione. Qui incontra Ben, interpretato da Taron Egerton, figura inizialmente ambigua e poi apertamente predatoria: un cacciatore che trasforma la natura in un terreno di gioco perverso, annunciando alla donna che diventerà la sua preda in una caccia scandita dal tempo di una canzone.

Da quel momento Apex si trasforma in un duello primitivo, in cui l’orrore nasce dall’intreccio tra paesaggio e presenza umana. Ben è un prodotto deviato di quell’ambiente: un uomo che ha interiorizzato la logica predatoria della natura fino a farsene interprete, arrivando a giustificare rituali cannibalici come forma di sopravvivenza e assimilazione.

Questo segna una differenza sostanziale rispetto a Beast, dove il conflitto era ancora leggibile in termini quasi primordiali — uomo contro animale, istinto contro istinto. Lì il leone incarnava una minaccia naturale ancora leggibile, quasi mitologica, in Apex il predatore è umano e la natura diventa il dispositivo che rende possibile la sua violenza.

Il rapporto tra Sasha e Ben è costruito come una tensione continua tra due forme di sopravvivenza. Da un lato, quella della protagonista, segnata dal trauma e dalla colpa: ogni passo nella foresta, ogni arrampicata, è anche un confronto con il fantasma del marito, che ritorna nei ricordi e nelle allucinazioni come presenza silenziosa. Dall’altro lato, quella del killer, che ha trasformato la sopravvivenza in un sistema ideologico, quasi in una religione personale.

Kormákur mette in scena questo conflitto evitando ogni enfasi psicologica esplicita. La memoria del marito non è spiegata, ma affiora nei momenti di stasi, nei silenzi, nelle pause tra un inseguimento e l’altro. È una presenza che appartiene allo stesso paesaggio: come se la natura stessa trattenesse le tracce di ciò che è accaduto. In questo senso, Apex si avvicina più a Adrift, dove la sopravvivenza era già intrecciata a una dimensione mentale e affettiva, ma qui il discorso si fa più radicale, meno consolatorio.

Visivamente, il film lavora su spazi aperti che non offrono mai libertà. Le gole, i fiumi, le pareti rocciose diventano corridoi obbligati, trappole naturali che rispecchiano la condizione della protagonista. Non c’è mai un vero orizzonte: anche quando Sasha raggiunge un punto elevato, lo sguardo non si libera, resta intrappolato in un paesaggio che sembra replicarsi all’infinito. È una scelta coerente con l’idea di un mondo senza via d’uscita, dove la sopravvivenza è solo una sospensione temporanea.

Il confronto finale tra Sasha e Ben, sospesi su una parete, riporta il film al gesto originario: lasciare andare o trattenere. Quando Sasha decide di tagliare il legame e lasciare cadere il suo inseguitore, il gesto riecheggia quello iniziale, ma senza alcuna possibilità di redenzione. Non c’è liberazione, solo una diversa consapevolezza della propria posizione nel mondo.

Charlize Theron sostiene il film con una presenza quasi ascetica, riducendo al minimo ogni espressione emotiva e affidando il racconto al corpo, alla fatica, alla resistenza. Taron Egerton, al contrario, costruisce un antagonista disturbante proprio per la sua apparente normalità iniziale, che si incrina progressivamente fino a rivelare una logica aberrante ma coerente.

Kormákur continua così a interrogare il rapporto tra uomo e natura, ma spostando il baricentro: non più una sfida, non più una lotta per dominare o resistere, bensì una convivenza forzata in cui l’uomo finisce per assomigliare sempre di più a ciò che teme. Apex è il punto in cui questa trasformazione diventa evidente, lasciando lo spettatore in uno spazio incerto, dove la distinzione tra vittima e predatore si fa sempre più sottile e inquietante.

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