Hugo Cabret

Hugo Cabret ***1/2

Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell’infanzia.

Francois Truffaut

Dopo l’ultimo deludente Shutter Island, un thriller che persino uno Shyamalan qualsiasi avrebbe potuto dirigere al posto di Scorsese, ci eravamo quasi convinti che il tempo dei capolavori fosse passato irrimediabilmente.

Il suo cinema sembrava essersi fermato alle soglie del nuovo secolo, al viaggio nella notte newyorkese di Al di là della vita, che ritornava sui temi di Taxi driver con una nota ancora più amara e grottesca.

I successivi Gangs of New York, The Aviator e The Departed sono stati la certificazione di un momento di scarsa felicità narrativa e di un ripiegamento verso opere meno originali, spesso su commissione, in cui il fuoco del cinema di Scorsese sembrava bruciare sotto la cenere, per erompere solo in qualche scena particolarmente riuscita, in qualche personaggio memorabile.

Gli stessi richiami ad alcuni temi chiave della sua opera – dal un milieu criminale, ai condizionamenti dell’ambiente, al mondo del cinema come sogno ad occhi aperti – erano solo un pretesto, per trovare motivi d’interesse anche in questi film complessivamente minori.

Il successo di pubblico sempre crescente, il nuovo sodalizio con un divo come Di Caprio e gli Oscar finalmente conquistati non traggano in inganno: si trattava comunque di opere imperfette, di maniera.

Hugo Cabret è invece un piccolo capolavoro, che emoziona profondamente e che, come ogni grande testo, si presta a molte letture e si offre agli occhi di pubblici diversi: ai tantissimi bambini presenti in sala potrà sembrare solo un’avventura spensierata in una stazione ferrioviaria della fantasia, alla scoperta del meraviglioso segreto custodito da un anziano signore, burbero e severo; agli adulti che li accompagnano il film ricorderà quanta meraviglia è andata smarrita con l’età dell’innocenza e quanta è custodita negli occhi malinconici dei loro genitori; agli appassionati di cinema non sembrerà vero di poter ritrovare di nuovo sullo schermo la magia dei pionieri della settima arte.

Come ha raccontato Scorsese, il film nasce dal suggerimento di una delle sue figlie più piccole: letto il libro illustrato di Brian Selznick, La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, lo suggerisce al padre, che evidentemente se ne innamora e con la scusa del racconto per famiglie, in 3D, finisce per comporre uno straordinario poema sulle origini del cinema e sull’infinita riconoscenza che dobbiamo a chi ha contribuito con tanta grazia a rifondare il nostro immaginario.

Hugo Cabret non è (solo) un film per bambini: si può ben dire che tutto il racconto dell’orfano, che vive nella stazione di Montparnasse negli anni ’30, avendo cura dei suoi orologi e cercando di aggiustare un misterioso automa, lasciatogli da padre orologiaio in eredità, non è che un lungo ed ingegnoso trucco per parlare d’altro. Un perfetto mcguffin hitchcockiano.

Il vero protagonista del film è George, un anziano signore, che la vecchiaia e l’avversità del destino hanno relegato nel piccolo negozio di giocattoli della stazione: Hugo gli sottrae di nascosto ingranaggi e strumenti, per riparare l’automa, fino a quando George non se ne accorge e convince Hugo a lavorare per lui nel negozio. Qui conoscerà Isabelle, anche lei orfana dei genitori, di cui George si prende cura con la moglie Jeanne.

Nel microcosmo della stazione convivono molti altri personaggi: dal burbero ispettore a caccia di bambini solitari da rispedire in orfanotrofio, alla tenera fioraia Lisette, dal saggio libraio, Monsieur Labisse, alla proprietaria del cafè, Madame Emile.

Hugo vive nei meandri della stazione, nella torre dell’orologio e negli alloggi, che erano stati pensati per chi aveva lavorato alla costruzione della stazione, cercando di sfuggire al ringhioso doberman dell’ispettore.

La scoperta che il pezzo mancante dell’automa è proprio una chiave a forma di cuore, posseduta da Isabelle, consentirà ai due ragazzini di entrare in mondo fantastico, che il vecchio George avrebbe voluto tenere segreto per sempre e che invece lo riporterà di nuovo sulla scena.

George infatti non è altro che Méliès, uno dei padri del cinematografo, capace di donare all’invenzione dei Lumière una vita del tutto diversa, spingendola ai limiti dell’immaginabile, grazie alla sua abilità di mago e illusionista ed al suo entusiasmo di pioniere.

Il successo e la fama  furono però effimeri e con le atrocità della Grande Guerra il pubblico smise di entusiasmarsi per le sue storie avventurose e per la magia dei suoi effetti speciali. Distrutte le sue opere e venduta la celluloide, Melies si ritirò deluso nel negozio di Montparnasse.

Sia Hugo e Isabelle, sia George sono perfetti personaggi dell’universo-Scorsese: irregolari, iconoclasti, anticonformisti, sono alla ricerca di un posto nel mondo.

Il racconto di Selznick è assolutamente fedele nel ricostruire la straordinaria avventura di Melies, che realmente visse moltissimi anni di oblio, prima di venire riscoperto dagli storici e laureato con la Legion d’Onore, solo in tarda età.

Come detto, dopo la prima mezz’ora – che Scorsese utilizza per dare a tutti una lezione sull’uso del 3D e per raccontare la cornice entro cui prenderà corpo la sua lezione di cinema – Hugo Cabret comincia a volare altissimo nel racconto elegiaco dei grandi del muto, dai Lumière a Porter, da Harold Lloyd a Keaton, da Fairbanks fino al monello di Chaplin.

E’ lo Scorsese più autenico, che prende il sopravvento: il cinefilo, il restauratore, l’innamorato. E quello che ha fatto degli ousiders e degli emarginati l’oggetto pressochè esclusivo della propria poetica.

Ed è qui che il film prende quota, quando ricostruisce un sentimento senza confini, quando finalmente costringe il vecchio George a ricordare gli anni gloriosi del set, a cominciare dall’immortale Le voyage dans la lune: è la passione del cinema che brucia e divora ogni cosa, tanto forte da non tollerare mezze misure, nel trionfo come nella sconfitta. Supreme contraddizioni: di cinema si può morire, eppure il cinema rende eterni. E’ la morte al lavoro, come diceva Cocteau, ma anche, in positivo, la promessa di un sogno senza fine.

Non c’è nostalgia nel film di Scorsese, ma riconoscenza, gratitudine, riscoperta.

In un mondo in cui ogni cosa invecchia alla velocità della luce, rischiamo di dimenticare persino quegli uomini che hanno fatto della nostra vita l’avventura meravigliosa che abbiamo sotto gli occhi.

Scorsese parla di Méliès, ma naturalmente pensa anche a se stesso, ai suoi film. E non è un caso che si ritagli un piccolo cameo, proprio nel ruolo del fotografo che immortala George e la moglie, davanti al suo teatro di posa.

La straordinaria forza dell’arte si impone sulla vita. Ma ha bisogno di memoria.

In Hugo Cabret c’è tutto il mondo di Scorsese: dall’infanzia solitaria alla scoperta del cinema come sogno, dal trucco all’illusione del montaggio, dalla macchina-cinema trasfigurata negli ingranaggi degli orologi, al viaggio nel tempo e nello spazio, fino alla riconquista dell’innocenza. Ma c’è soprattutto il ricordo ed il racconto di una vita dedicata all’arte.

Piani sequenza impossibili si alternano a carrellate da antologia, gli effetti speciali fanno volare un treno fuori dai binari e verso gli spettatori in un 3D che è, come sempre, puro inganno.

Hugo Cabret è un fuoco d’artificio di cinema, che Scorsese riesce sapientemente a condurre verso il più dolce dei lieto fine, capace di unire le generazioni.

Da segnalare le grandiose scenografie di Dante Ferretti, che sono parte integrante di quel sogno che Hugo ci porta a riscoprire. Meno innovativa la fotografia di Robert Richardson, forse piegata alle esigenze di 3D e computer grafica, splendide le musiche di Howard Shore, usate da Scorsese con grande senso della misura, magistrale come al solito il montaggio di Thelma Schoonmaker.

Bravissimi anche i piccoli (Asa Butterfield e Chloe Grace Moretz) e grandi (Ben Kingsley e Christopher Lee) protagonisti.

Attraverso gli sguardi incantati di Hugo e Isabelle, Scorsese ci incoraggia ad avverare il desiderio di Truffaut: tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte.

E’ una felicità che costa poco, l’unica, forse, che valga la pena di perseguire.

P.S. Prendetela come una provocazione. Questo Hugo Cabret starebbe benissimo nella filmografia di Steven Spielberg: due ragazzini orfani, che cercano un posto nel mondo, una famiglia acquisita in cui l’anziano genitore è anche un padre del cinema, effetti speciali da urlo, dolly infiniti, carrellate, la stessa presenza di Ben Kingsley. Che ci fa Scorsese in una Parigi ricostruita in studio? Il suo non era il cinema delle Mean Streets?

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