Shutter Island

Shutter Island *

Perchè Martin Scorsese, il più celebrato ed uno dei più talentuosi registi americani, ha deciso di girare un film come Shutter Island, soprattutto dopo che l’Oscar ed il successo mondiale di The Departed lo lasciavano sostanzialmente libero di scegliere qualsiasi soggetto?

Forse è stato Leonardo Di Caprio a coinvolgerlo nel progetto, così come è stato per The Aviator? Non lo sappiamo.

Quello che è certo è che Shutter Island è uno dei punti più bassi dell’intera carriera del regista newyorkese, sconclusionato, diseguale, malissimo montato (!!) e profondamente immorale nei confronti dello spettatore.

E’ una storiella horror degna del peggior Shyamalan, con un colpo di scena finale, che ribalta la prospettiva, normalizzando l’incubo del poliziotto federale, Teddy Daniels, interpretato da Di Caprio e trasformando la sua ansia di verità in qualcosa di diverso, nella impossibile accettazione di una colpa.

Lui ed il nuovo collega  Chuck (Mark Ruffalo) arrivano una mattina a Shutter Island – un centro psichiatrico criminale, posto su un isola nel golfo di Boston – per investigare sulla misteriosa scomparsa di una paziente, Rachel Solando, che sembra svanita nel nulla, nonostante i rigorosi controlli, le guardie, gli inservienti e l’isolamento assoluto dell’istituto.

L’indagine è condotta sotto la supervisione del Dott. Cawley (Ben Kingsley), che è a capo del centro e mantiene un atteggiamento ambiguo nei confronti dei poliziotti: non è palesemente ostile, ma non fa nulla per aiutarli.

Tutti sembrano nascondere qualcosa e pian piano scopriamo che Teddy si è fatto assegnare il caso di proposito, per investigare su un misterioso paziente non registrato, ricoverato a Shutter Island dopo aver incendiato l’appartamento dei Daniels, provocando la morte della moglie del poliziotto.

Ma non è tanto una vendetta quella che cerca Teddy, quanto smascherare gli esperimenti e i segreti, nascosti dentro il reparto C e il faro di Shutter Island.

Intanto sull’isola si abbatte un uragano devastante, mentre le visioni e gli incubi di Daniels sono sempre più frequenti, sia quelli familiari, sia quelli legati alla Seconda Guerra Mondiale ed al campo di concentramento di Dachau, alla cui liberazione il protagonista ha partecipato.

Il film è davvero poca cosa, rispetto anche alle ultime prove su commissione di Scorsese. La sceneggiatura di Laeta Kalogridis è piena di buchi e lo stesso tentativo di Scorsese di evadere dalla rigorosa struttura di genere, si scontra con l’irriducibilità della trama.

Intere sequenze, a cominciare dall’arrivo in traghetto, proseguendo con la scena nel cimitero o quella nella grotta, perdono qualsiasi significato, alla luce della rivelazione in prefinale.

E la stessa conclusione, affidata ad un’ultima battuta di Di Caprio, rimescola ancora le carte, facendo perdere al film qualsiasi credibilità e consistenza…

Il film non riesce a trovare il suo ritmo e le sequenze si affastellano sconnesse: questa volta neppure il montaggio di Thelma Schoonmaker riesce a salvare il film da un naufragio prevedibile, anzi Shutter Island è pieno di plateali errori di raccordo, fin dalla primissima scena sul traghetto, come un qualsiasi B movie girato in economia! E purtroppo gli errori non sembrano neppure voluti o insistiti come in un Godard degli anni ’60…

Certo ci sono momenti di grande cinema, soprattutto nelle visioni di Teddy, che si esaltano nella fantastica fotografia di Robert Richardson, e nel sapiente uso del suono, dagli effetti di genere alla musica classica novecentesca, capace di diffondere ed amplificare quell’atmosfera ossessiva e malsana, che pervade l’isola.

Quando di un film però si inizia a parlare della fotografia e degli aspetti tecnici è sintomo evidente che tutto il resto, attori, sceneggiatura, regia non siano davvero convincenti.

Quanto alle scene ambientate a Dachau, dopo la liberazione, sono pura pornografia: l’uso spregiudicato, del tutto pleonastico e superfluo dell’Olocausto e dei corpi straziati dei prigionieri è quanto di più immorale e gratuito si sia visto nel cinema americano.

In particolare è curioso il percorso seguito da Di Caprio nei film di Scorsese. Arrivati ormai alla quarta collaborazione, si può ben dire che la indubbia bravura dell’interprete si è esercitata su un solo registro e su un carattere costantemente ripetuto di film in film.

I quattro personaggi interpretati da Di Caprio per Scorsese sono davvero molto simili. Uomini che hanno perso la propria identità, costretti al doppio gioco, a mentire e mistificare, disturbati, fino alla schizofrenia ed alla paranoia, non riescono più a comprendere il proprio posto nel mondo: dall’Amsterdam Vallon di Gangs of New York, che cerca ossessivamente una vendetta contro il feroce Bill Cutting, ma ne diventa amico e confidente, al Billy Costigan di The Departed, poliziotto infiltrato nella banda di Frank Costello, che non regge più la sua doppia identità, fino all’Howard Hughes, aviatore e visionario, ma incapace di liberarsi dei suoi incubi e delle sue fobie ed al Teddy Daniels di Shutter Island, anche lui ossessivamente assillato dai ricordi e dal passato.

Sono certo ruoli interessanti, controversi, ma se ci aggiungiamo anche quello di Prova a prendermi di Spielberg, notiamo come il giovane attore si stia troppo appiattendo su un unico carattere tormentato, che rischia di diventare un clichè interpretativo.

Quanto a Scorsese, a cui dobbiamo molti straordinari capolavori, occorre dire con chiarezza che negli ultimi 10 anni, dopo il dolente Al di là della vita, non è più stato in grado di raggiungere la complessità formale, la chiarezza espressiva e l’ambiguità tematica di Mean Streets, Toro Scatenato, L’età dell’innocenza o Casinò, ma neppure è stato capace di regalarci piccole gemme preziose e profetiche come Taxi Driver, Re per una notte, Lezioni di vero, Fuori orario.

Con Shutter Island non siamo neppure dalle parti di Cape Fear o Il colore dei soldi, remake e sequel pieni di amore per il cinema di genere, opere su commissione, certo, ma con una loro perfetta coerenza narrativa ed uno spirito malinconico e nostalgico per i classici americani.

Questo periodo minore – associato ad una misura sempre più kolossal – che sembra contraddire improvvisamente una carriera tutta giocata sull’anticonformismo, ha coinciso purtroppo con la valanga di nominations agli Oscar e con il tanto atteso trionfo di The Departed, nonchè con incassi sempre crescenti e la sua definitiva beatificazione nell’empireo degli intoccabili del cinema americano.

Non vorremmo che tutto questo si tramuti in una sorta di prematura mummificazione dell’iconoclasta Scorsese: sarebbe davvero imperdonabile.

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