Giurato numero 2

Giurato numero 2 ***

Limpido, risoluto, essenziale.

Il nuovo ultimo film di Clint Eastwood è secco come un distillato che il tempo non ha invecchiato o ammorbidito.

Prende alla gola senza alcuna dolcezza, scartavetrando le nostre sicurezze su ciò che è giusto e sbagliato con una lucidità e un’amarezza che lasciano senza parole.

Justin Kemp è un giovane giornalista che sta per diventare padre. La moglie, che l’ha salvato dall’alcolismo e da una brutta deriva, ha perso i gemelli che stavano aspettando un anno prima. Ma ora i due ci stanno riprovando.

Chiamato a servire in una giuria popolare in un caso di femminicidio, Justin si rende conto che James Sythe, l’imputato, è verosimilmente innocente. La sera che aveva litigato con la fidanzata in un bar di provincia e lei si era allontanata a piedi sotto il temporale, Justin era a pochi tavoli da loro e stava cercando di resistere alla tentazione di bere, per annegare il dolore per la perdita delle due gemelle.

Dalle ricostruzioni d’aula, Justin comprende di essere stato lui a travolgere inavvertitamente la vittima, scaraventandola giù da un ponte in quella notte di tregenda. Dire la verità ora lo esporrebbe ad una condanna severa, considerato il suo lungo silenzio. Non gli resta che tentare, assieme ad un altro giurato – un poliziotto in pensione che intuisce la verità – di far assolvere l’imputato, smontando l’accusa che l’assistente procuratrice distrettuale Faith Killebrew ha cucito addosso a James Sythe, sperando di trarne un vantaggio nelle prossime elezioni.

In un film che ripete da manuale la lezione hitchcockiana, mostrando subito allo spettatore tutte le sue carte e lasciando crescere la suspense passo dopo passo, i protagonisti di questa storia si trovano immersi sempre di più nelle loro ipocrisie e nei loro sensi di colpa.

Justin non vuole affrontare le proprie responsabilità e continua a mentire a se stesso, cercando di fare la “cosa giusta”. La pubblica accusa deve mostrare sicurezza incrollabile in aula e fuori, per non instillare quel ragionevole dubbio che le farebbe perdere un caso decisivo per la sua carriera. Infine l’imputato ha un passato tumultuoso e il suo rapporto con la vittima lascia ampie zone d’ombra in cui la colpevolezza per gli eventi di quella tragica sera di ottobre sembra un finale già scritto.

Gli altri giurati portano nella discussione il peso dei loro pregiudizi, delle loro convinzioni, delle loro rivincite e delle loro delusioni, come accadeva nel capolavoro di Lumet, La parola ai giurati.

E sarà infine la decisione irremovibile e morale di uno di loro a spingere Justin a recedere dai suoi tentativi, accontentandosi di una soluzione egoista, che lascia verità e giustizia fuori dal quadro.

Nicolas Hoult, che da attore bambino ha passato sullo schermo quasi tutta la sua vita, trova qui un ruolo maiuscolo, psicologicamente complesso, oscuro, appena macchiato dalla solita retorica da A.A.. Toni Colette, con cui aveva già girato About a Boy oltre vent’anni fa, è impeccabile nel ruolo della procuratrice, J.K. Simmons purtroppo esce di scena troppo presto, ma tutto il cast si muove al ritmo implacabile dell’antiretorica eastwoodiana.

Fin dai titoli di testa Eastwood riprende l’icona della dea bendata con la spada in una mano e la bilancia nell’altra, per poi tornarci più volte: eppure quell’immagine ci appare in tutta la sua brutale fallibilità nel corso del film. Quel sistema complesso e formalista che dovrebbe consentire al principio di giustizia di affermarsi nell’aula, attraverso la volontà imparziale di dodici uomini e donne, è lontanissimo da ogni possibile verità.

Il lavoro delle istituzioni – polizia, coroner, procura, giudice e giuria – è disastroso, guidato dall’opportunismo, dalla negligenza, dall’errore, dalla compiacenza, dalla paura, dal pregiudizio.

Più volte Eastwood ha messo alla berlina il sistema giudiziario americano, le sue finte certezze, le sue decisioni inappellabili. E’ evidente che il suo spirito libertario ha giocato un ruolo decisivo e la sfiducia nei sistemi burocratici e spersonalizzanti è sempre stata al centro della sua riflessione di uomo e di artista, fin dalla radicalità di Dirty Harry, per giungere sino al racconto del capitano Sully, il più filosofico dei suoi lavori, quasi un manifesto.

Non meno crudele il suo cinema è stato con gli eroi e gli antieroi solitari, i cavalieri pallidi e spietati, nel tentativo di togliere qualsiasi aura romantica alla violenza individuale e collettiva, dalla Frontiera a Iwo Jima, dall’apogeo degli anni ’60 fino al ring di Million Dollar Baby.

Lo stesso accade con questo Giurato numero 2: Justin ci appare sempre più ombroso e mendace, i flashback non risolvono nulla e impariamo a non fidarci più del suo giudizio, mano a mano che il film procede.

Sulla soglia tra dimensione privata e doveri pubblici, i personaggi si muovono incerti, eppure quando conta è il principio morale a rendere chiara la scelta.

Giurato numero 2 è solo l’ultima testimonianza di uno spirito indomabile, unforgiven, ed è un peccato che la Warner l’abbia lanciato solo per pochi giorni negli USA, senza troppe cerimonie in appena trenta sale, per poi piazzarlo rapidamente su piattaforma. Le major non sanno più che farsene di un cinema adulto, moralmente complesso, sfidante, capace di mettere in crisi le convinzioni dello spettatore. 

Lo sguardo di Eastwood non avrebbe potuto essere più severo e disincantato. Eppure, in quel memorabile finale, che chiude lasciando a noi la parola, grazie ad un campo e controcampo di sublime semplicità, il regista sembra lasciare una flebile speranza: la determinazione testarda e ossessiva del singolo può ancora fare la differenza.

Tante volte ci siamo detti – a partire almeno da Gran Torino – quanto il cinema di Eastwood avesse cominciato ad assumere una forza testamentaria, continuamente procrastinata ad ogni nuova apparizione di un suo film sullo schermo, eppure la forza morale dei suoi finali resta un segno decisivo della sua impronta autoriale, del suo sguardo sulle cose della vita.

Imperdibile.

 

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