Kleo – La vendetta è un piatto servito alla tedesca (orientale)…

Kleo **1/2

Dopo la caduta del Muro i media tedeschi definirono la Germania Est ‘il più perfezionato stato di sorveglianza di tutti i tempi’. Alla fine, la Stasi disponeva di novantasettemila dipendenti – un numero più che sufficiente per tener d’occhio un paese di diciassette milioni di abitanti. Ma aveva anche oltre centosettantamila informatori tra la popolazione. Si calcola che nel Terzo Reich hitleriano vi fosse un agente della Gestapo ogni duemila cittadini, e nell’Urss di Stalin un agente del Kgb ogni seimila persone circa. Nella DDR c’era un agente o informatore della Stasi ogni sessantatré persone. Se si aggiungono gli informatori part-time, alcune stime portano la percentuale a un informatore ogni 6,5 cittadini”. Teniamo a mente questa citazione, tratta dal romanzo-inchiesta C’era una volta la DDR di Anne Funder (Feltrinelli, 2010). È la cornice storica in cui si svolge Kleo, serie originale Netflix rigorosamente made in Germany.

Berlino Ovest, 1987. Kleo Straub, un’agente speciale arruolata informalmente dalla Stasi, i temibili servizi segreti della Germania Est, ha una missione da portare a termine. Luogo dell’azione è il Big Eden, una nota discoteca della città degli angeli (il 1987 è anche l’anno in cui Wim Wenders girò Der Himmel über Berlin, ma questa è decisamente un’altra storia). Torniamo alla giovane e affascinante Kleo, che non ha difficoltà a sedurre l’obiettivo, ovviamente un uomo, ad attirarlo nei bagni del locale e, qui, ad “eliminarlo” sfruttando una delle tante abilità acquisite in anni di duro addestramento, per uscire infine indisturbata dalla porta d’ingresso, con estrema naturalezza. Kleo, però, non è passata inosservata. Al bancone ciondola uno strano tipo che poco prima ha tentato di attaccare bottone, senza fortuna, proprio con la bella Kleo. Sven Petzold, il classico perdente della situazione, intuisce subito che quella strana morte non può essere accidentale. Sven è un poliziotto. E inizia a indagare. In fondo, quella può essere l’occasione per imprimere una svolta alla sua deprimente carriera.

Tornata a casa, Kleo rivela a Andi Wolf, suo compagno nonché comandante della diciottesima Divisione ‘Questioni Speciali’, quindi suo diretto superiore, di essere incinta. Kleo fantastica sul futuro della figlia. Per immortalare il momento, si fanno un selfie, sul letto, con una polaroid. Subito dopo accade il fattaccio. Una mattina Kleo sbatte contro un passante. Non trascorre troppo tempo e Kleo viene arrestata con l’infamante accusa di “alto tradimento”, per aver trasmesso informazioni riservate al nemico. Un’accusa assolutamente falsa. Kleo finisce in galera e, come se non bastasse l’atroce ingiustizia, ecco una seconda calamita abbattersi su di lei, una tragedia, una vera sciagura: il coinvolgimento in una rissa tra detenute mette fine alla sua gravidanza. Kleo è cambiata, per sempre. La dottoressa le comunica che non potrà più essere madre.

A seguito di un’amnistia, la condanna all’ergastolo è commutata in una pena minore. Kleo è scarcerata nel 1990, quando la DDR è ormai in pieno disfacimento. Kleo ora ha un chiodo fisso in testa, la vendetta. Tremenda, assoluta, pura vendetta.

La serie Netflix, che mutua il titolo dal nome dell’indiscussa protagonista, è una spy story con tutti gli elementi del caso, una commedia surreale venata di umorismo nero e anche (forse la componente più interessante e riuscita) un ricco bestiario, uno zoo che mette in mostra un ventaglio di creature, pazze e verosimili, della vecchia, sgangherata DDR.

Solo per restare ai personaggi minori… Sull’isola di Maiorca troviamo il “compagno colonnello” Ludweg Wiezcorek, fuggito all’estero con milioni di marchi trafugati dalle casse dello Stato, impegnato nella ricerca di finanziatori per realizzare un avveniristico progetto (o una truffa? Come considerare altrimenti l’idea di una pista di sci vista mare?). Incontriamo Uwe Mittig, pittore dilettante di icone leniniste e spietato sicario con il simbolo della Repubblica Democratica Tedesca tatuato sulla schiena che non dimentica mai, prima di andare in “missione”, di dar da mangiare al suo gatto.

E ancora Anja, la moglie di Andi (l’ex fidanzato di Kleo), incinta di nove mesi, che scopriamo essere la mitica Ramona, primula rossa del regime, già attentatrice alla vita del Presidente americano Ronald Reagan. Personaggi non realmente esistiti, come tutti gli altri della serie, con le eccezioni di Margot Honecker, moglie del Segretario del Consiglio di Stato, e di Erich Mielke, fondatore e direttore della Stasi.

Kleo Straub è interpretata da Jella Haase, trentenne attrice di Kreuzberg, vista in Berlin Alexanderplatz, trasposizione filmica riveduta e corretta del celebre romanzo espressionista di Alfred Döblin (qualcuno ricorderà anche la miniserie di R.W. Fassbinder, uno degli ultimi lavori del grande regista tedesco), in concorso nel 2020 alla Berlinale. Kleo si incastra alla perfezione con il suo alter ego maschile e pasticcione, il poliziotto dell’antifrode Sven Petzold, destinato a diventare suo partner sul campo. Sven è interpretato da Dimitrij Schaad, visto in Das Boot e Killing Eve, nonché co-sceneggiatore e protagonista di Skin Deep, film vincitore del Queer Lion alla settantanovesima edizione del Festival del Cinema di Venezia.

Kleo è quindi un’opera rientrante a pieno titolo nel sottogenere revenge. L’agente “non ufficiale” della Stasi, una volta tornata in libertà, va alla ricerca dei colpevoli della sua incarcerazione. E li elimina uno dopo l’altro, con l’uso di esplosivi e veleni fabbricati in proprio (anche un pesce palla, all’occasione, può venire comodo), scalando le gerarchie di comando, fino ad arrivare al vertice politico della morente Germania Est. Perché l’hanno incastrata? Chi era il vero obiettivo della sua azione nella cosiddetta “area economica non socialista”, ovvero, tradotto dal linguaggio codificato dell’ex blocco sovietico, in Occidente? Purtroppo, Kleo scopre un’amara verità. Il suo amatissimo nonno colonnello (“ho sempre fatto di tutto per renderti felice”, lei a lui) è parte della cospirazione.

Sven vorrebbe incastrarla, ma i suoi sforzi sono quasi comici e le ambizioni non decollano. Sul lavoro, il suo capo lo umilia regolarmente davanti ai colleghi, soprattutto quando Sven tenta di sottoporgli indizi sul coinvolgimento di una misteriosa spia dell’est nel caso Big Eden, mentre il collega Fred si dimostra, per usare un eufemismo, poco affidabile. In famiglia, la moglie Jenny è sempre più insofferente di fronte alle sue stranezze, a quelli che definisce deliri (e la telefonata finale dal Cile rafforza certe convinzioni), mentre il figlio adolescente, una specie di NEET ante litteram, vive sulle nuvole. Ma è pur sempre Berlino, bellezza! E Berlino è una città notturna, la culla della techno europea.

La techno è la colonna sonora pulsante della serie. Uscita dalle patrie galere, Kleo trova il suo vecchio appartamento occupato da un certo Thilo, alto, magrissimo, palesemente strafatto di acidi, funghi e chimica varia. Thilo rivela a Kleo che una legge recentissima consente ai berlinesi dell’Ovest di occupare legalmente, a un prezzo simbolico, le case abbandonate dai berlinesi dell’Est. I due diventano presto amici. Thilo ha una missione, un dettaglio che lo accomuna a Kleo, con la differenza che la sua non è collegata al desiderio di vendetta, al sangue, alla morte, bensì ai misteri del cielo profondo. Thilo sostiene di venire dalla stella Sirio B (“Lassù non ci vive nessuno”, cerca di persuaderlo Sven, inutilmente), dove lo attende una principessa aliena, e di essere stato catapultato sulla Terra con uno scopo preciso. Thilo coltiva il sogno di aprire un club dove ballare e sballarsi. Servono tanti soldi per allestirne uno, ma chissà, in fondo Berlino trabocca di capannoni dismessi…

I colori di Kleo sono plasticosi, sgargianti, freddi, saturi, a seconda del contesto, se, ad esempio, la scena si svolge in Germania Ovest, o nell’Est, oppure in un triste interno ministeriale o, ancora, negli spazi luminosi del Sudamerica. Sono i colori di un mondo per lo più falso e posticcio, edificato sull’inganno. Anche la musica fornisce un contributo importante alla narrazione. Le canzoni sono spesso utilizzate in chiave ironica, si prenda ad esempio Wind of Change, il singolo più venduto in Germania di tutti i tempi, un pezzo di storia, un immortale inno rock alla riunificazione tedesca. Le note degli Scorpions, peraltro in una straniante versione in lingua russa (eseguita privatamente dalla band davanti a Michail Gorbaciov), accompagnano Kleo mentre si allontana, affranta, dalla casa di sua madre, appena ritrovata e già perduta, una ricongiunzione familiare che si rivela impossibile, al contrario del testo ottimista, retorico e conciliante.

L’indagine congiunta di Kleo e Sven, due sradicati che non possono non piacersi, individua l’oggetto misterioso, una valigia rossa che, probabilmente, contiene segreti di Stato inconfessabili, tanto da giustificare la neutralizzazione dell’agente nel 1987. Come da tradizione, la ricerca approda a un punto cieco. La valigia, recuperata al termine di una sequenza di morti ammazzati, non senza l’irruzione di macabra fantasia (anche involontaria) nella realizzazione degli omicidi, non contiene quello che i due si aspettavano. Chi l’ha scambiata? I servizi segreti occidentali svolgono un ruolo nella complicata vicenda.

Cosa non si fa per diecimila marchi… Anne Geike, interpretata da Alessija Lause, dirige gli uffici della BND di Berlino Ovest. Per diecimila miseri marchi, appunto, ed è direttamente lei a dircelo, ha collaborato con la Stasi. Alta, mascolina, ovviamente ben addestrata nelle arti marziali (gli agenti segreti combattono ricorrendo anche alle mosse di sumo? la domanda è lecita, fidatevi), Anne commette l’errore di sottovalutare una sua dipendente, Min Sun, a suo giudizio la più “inconcludente”, cui affida il caso del Big Eden. Perché le parla in cinese, la sua presunta lingua madre, citando massime del tipo “tutte le guerre si basano sull’inganno”? Forse per invadere il suo campo? Per incuterle timore? Per superiorità? Gli errori si pagano. Sono gli outsider a scardinare il sistema. La perspicace Min Sun, interpretata da Yun Huang, è uno dei personaggi più intriganti di Kleo. Con il suo volto enigmatico, Min Sun assorbe i colpi e li restituisce in silenzio. È lei ad avvicinare Sven, ormai disoccupato, promettendogli un contratto, a condizione di collaborare segretamente con la BND.

Kleo, che rientra nel filone continuamente aggiornato di serie tv ambientate a Berlino, rinvia un po’ a Deutschland 83/86/89, non solo per l’ambientazione ma anche per il tema, centrale del conflitto tra potere autoritario e libertà individuale, e un po’ a Beat, per il richiamo alla techno e alle relazioni tra la controcultura dei primi anni Novanta e il pensiero anarchico (il concetto di Zona Temporaneamente Autonoma, sviluppato Peter Lamborn Wilson alias Hakim Bey, appare attorno al 1991). “La distruzione non è una cosa negativa”, dice Thilo ad un suo amico DJ nel secondo episodio, “solo così possiamo creare qualcosa di nuovo”. Né capitalismo, né socialismo: una terra di mezzo dove ognuno prende se è disposto a dare.

Kleo è soprattutto una parodia cinica e surreale, debitrice di Tarantino e dei Coen, di un mondo in sfacelo. Nell’episodio in cui ci vengono presentati gli snodi della vita passata della protagonista, in parte girato in un enorme edificio vuoto, una teatralizzazione dei ricordi che sfocia nell’esperienza onirica, la bambina Kleo non sa ripetere a memoria l’agghiacciante preghiera mattutina del perfetto pioniere socialista (“indosso il mio foulard, è sempre con me e illumina il mio futuro di un blu acceso”) ed è ripresa dalla maestra. Quella bambina diventerà una spietata killer in risposta alle aspettative del nonno e dell’intera società. I suoi metodi saranno i metodi appresi nella palestra della DDR. Kleo lascerà dietro di su una scia di sangue, tra scherno e ilarità, vendicando la sua giovinezza rubata. Il finale lascia intendere una probabile seconda stagione. Kleo tornerà nelle nostre case. Permettete, però, un ultimo suggerimento: chiudete a chiave gli armadi quando andate a letto.

Titolo originale: Kleo
Numero di episodi: 8
Durata: 50 minuti l’uno
Distribuzione: Netflix
Uscita: 19 agosto 2022
Genere: Spy, Thriller, Action, Comedy

Consigliato a chi: odia dormire da solo, chiama l’aerobica ‘ginnastica pop’, conserva foto strappate a metà.

Sconsigliato a chi: ha un paio di scarpe che cigolano, non conosce il segreto degli squali, pensa che i camerini non nascondano insidie.

Letture e visioni parallele:

  • Uno straordinario affresco degli anni che hanno preceduto la caduta del Muro: Uwe Tellkamp, La torre, Bompiani, 2010.

  • Ci sono luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato ad allora: La Transnistria e la ‘Soviet-nostalgia’, disponibile sul Canale ARTE.

Un soprammobile: il cane che dice sempre SI.

Una prelibatezza: la torta muschio.

Un gesto: sempre pronti e mano sulla fronte.

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