Beat. La frequenza della libertà

Beat ***

Robert Schlag, alias ‘Beat’, svolge la sua attività di promoter presso il Sonar Club, affermato luogo di ritrovo della scena techno berlinese, dove si esibiscono DJ di livello mondiale. Droghe chimiche, superalcolici e sesso sfrenato, per chi vuole, sono ingredienti facili da trovare. Le serate al Sonar diventano riti collettivi di liberazione che si trascinano fino all’alba successiva, e oltre. Beat è il sacerdote di un tempio in cui si celebra il culto di una libertà assoluta e livellatrice. Ognuno, all’interno, si annulla nella techno e dalla techno risorge a nuova vita. Tuttavia, una sera accade un evento macabro e imprevisto. Due corpi, squarciati, vengono ritrovati appesi al soffitto. Un sacrilegio.

Inizia così questa serie, in sette episodi, targata Amazon Video, una produzione originale tedesca creata e diretta da Marco Kreuzpainter, già sceneggiatore del controverso “Lui è tornato” (2015). Beat è interpretato dal bravissimo Jannis Niewöhner, visto di recente nel netflixiano Mute, film di fantascienza girato da Duncan Jones. In Beat convergono molti generi, dramma, thriller, horror, spionaggio, crime story, senza che nessuno prevalga mai sugli altri. L’ambientazione è originalissima, una novità nella storia delle serie tv.

Il Sonar ricalca le caratteristiche architettoniche, artistiche, sociali e, in un certo senso, politiche, del celebre Berghain, luogo mitico delle feste techno berlinesi. In una testimonianza raccolta dal quotidiano La Repubblica, in occasione dell’uscita di Beat nel novembre scorso, Roberta, organizzatrice dell’associazione Timeshift di Bologna, ha stigmatizzato le voci negative che girano attorno al Berghain. “Dentro ci sono persone educatissime, ti chiedono se possono sedersi accanto a te prima di farlo, le sale sono piene di divani e zone chill, c’è una gelateria che fa smoothie e gelati con la frutta fresca. Chi vuole può ballare lì dentro per tre giorni consecutivi senza mai assumere una droga. Insomma, la serate da sballo totale esistono, ma sono identificabili con chiarezza in partenza, perché anticipate da inviti che permettono di cogliere subito la tipologia di festa.

Berlino, Germania. Babylon Berlin e Dark sono stati i prodotti di svolta della serialità teutonica. Beat segue a ruota, benché manchi della perfezione stilistica ammirata nel primo esempio citato e non riesca ad emulare l’effetto-sorpresa che distingue, in positivo, il secondo. Tante linee narrative, forse troppe, vengono frullate in questa strana operazione tutta tedesca. Beat sbatte in faccia allo spettatore i terrificanti orrori perpetrati ai danni di poveri migranti, cavie umane scelte con metodo e accuratezza, alla fonte (i punti di sbarco in Sicilia, i campi profughi in Turchia), per fornire organi ‘freschi’ richiesti dal mercato. Una linea di ‘approvvigionamento’ ben illustrata dagli sceneggiatori, fin nei dettagli, agghiaccianti, delle procedure di selezione e di espianto. Materiale a dir poco incandescente, che già da solo potrebbe occupare l’intero immaginario dello spettatore. La serie abbozza sottotrame, traiettorie non sempre sviluppate a dovere: frammenti di ricordi che indicano traumi non risolti, problemi di identità e, ovviamente, i classici scheletri nell’armadio cari ad ogni spia che si rispetti. Ogni personaggio meriterebbe un approfondimento, che, in taluni casi, è appena tratteggiato o addirittura carente. A meno che… le spiegazioni mancanti siano demandate ad una probabile seconda stagione.

Il ventottenne protagonista si trova invischiato in una storiaccia maledetta, che mai avrebbe pensato di dover affrontare. Dopo il lugubre ritrovamento dei cadaveri, un avvertimento lasciato da qualcuno, un monito, una maledizione, un’allegoria che sarebbe piaciuta a Hieronymus Bosch, Emilia (la rossa Anna Bederke), giovane donna appartenente all’ESI, fantomatici Servizi Segreti Europei, aggancia Beat all’uscita di un commissariato di polizia. Il suo amico e mentore, Paul (Hanno Koffler), padrone del locale, si è da poco messo in affari con lo sfuggente loschissimo, Philipp Vossberg. Emilia chiede al promoter di controllare i movimenti di quest’ultimo e di riferire a lei qualunque dettaglio sulle sue attività. In cambio, l’agente promette di fornirgli un prezioso aiuto. Informazioni, indizi, piste da battere per ricongiungersi a due spettri della memoria, persone disperse in remoti ricordi.

Beat è cresciuto in orfanotrofio, abbandonato dai genitori, spariti nel nulla per motivi ignoti, quando aveva appena quattro anni. Questa duplice assenza lo segna, invade i suoi sogni e batte come un martello pneumatico nella sua testa. Lo scambio è allettante, ma Vossberg, trafficante di armi e, si scoprirà, anche di disperati, è un osso molto duro. Il criminale ha il volto di Alexander Fehling, uno dei due reduci dal film Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino presenti nella serie. Il secondo è Richard Diemer, attore di spessore, molto noto e celebrato nel panorama cinematografico tedesco, qui nei panni di un superiore di Emilia, Christian Berkel, dal passato non limpidissimo, ossessionato dal suo lavoro e attratto da strane manie voyeuristiche e feticistiche.

Christian è un manipolatore. Si serve di Jasper Hoff (Kostja Ullmann), inquietante soggetto, psicolabile e pericoloso, per intrufolarsi nell’organizzazione criminale messa in piedi da Vossberg e, soprattutto, per avvicinarsi a Beat, il suo reale obiettivo. Attraverso Beat, l’ex poliziotto federale, scampato in gioventù a una malattia provocata dalle zecche, vorrebbe regolare i conti con se stesso, e ‘rimediare’ ad antiche colpe. Christian è la faccia spuria della serie, figura in chiaroscuro, anima in pena che oscilla tra dannazione e purezza. Un limite di Beat è la chiarezza preventiva che accompagna i ruoli, quasi si sia trattato, per gli autori, di piazzare pedine su uno scacchiere. Vossberg è la quintessenza del cinismo e dell’infamia, Emilia è un esempio di integrità professionale ed etica, Lina (Anna Bederke) è una caricatura grottesca e crudele, Paul è un uomo ambizioso, reso vulnerabile dalla casualità del male e costretto dalle circostanze ad inseguire i capricci di Vossberg, Karen (Claudia Michelsen), collega e amante di Christian, non promette niente di buono fin dalla prima inquadratura, il dottor Lundgaard (Börje Lundberg) è un demone del sottosuolo, maschera dostoevkiana torturata dalle sue azioni. Tutti, in qualche modo, incarnano un tipo morale. La serie rischierebbe di scadere a stereotipo, ad una banale rincorsa tra gatto e topo, se non fosse per una variante: la scheggia impazzita Robert ‘Beat’ Schlag.

Jannis Niewöhner sfodera una prestazione maiuscola, sorreggendo, grazie a un talento adrenalinico, molto fisico, e a una spontaneità espressiva mai sopra le righe, l’intero impianto della serie. Il suo personaggio, schizzato, libertario, trasgressivo, è dinamismo puro, potenza vitale che spezza la monotonia del copione. Beat nel ballo/sballo inventa la sua redenzione e sperimenta un processo di trasformazione. Fuori dal Sonar, Beat è uno schiavo degli acidi, un soggetto marginale, irriducibile a qualsivoglia inquadramento borghese, tra le pareti del club, invece, Beat si mescola a gente di varia provenienza ed estrazione che, nel suono, nella trance, nel ritmo industriale, trascende la sua identità codificata e procede, unita, verso il medesimo orizzonte chimerico. Il Sonar realizza una forma di anarchia, l’unica oggi possibile, una enclave dotata di statuto e di autonomia provvisoria, definita dai teorici della cultura rave TAZ, Zona Temporaneamente Autonoma.

Il sentiment (ideologico?) del fruitore di techno è colto da Vanni Santoni in WorldWide Raver’s Manifesto Project, appendice al libro Muro di casse (Laterza, 2015): “Il nostro stato emotivo è l’estasi. Il nostro nutrimento è l’amore. La nostra dipendenza è la tecnologia. La nostra religione è la musica. La nostra moneta è la conoscenza. La nostra politica è nessuna. La nostra società è un’utopia sebbene sappiamo che non avrà mai luogo. Potete odiarci. Potete ignorarci. Potete non capirci. Potete essere inconsapevoli della nostra esistenza. Possiamo solo sperare che non ci giudichiate, perché noi non vi giudicheremo mai. Non siamo criminali. Non siamo disillusi. Non siamo tossicodipendenti. Non siamo dei bambini ingenui. Siamo un villaggio globale, tribale, di massa, che trascende dalla legge fatta dall’uomo, la geografia e il tempo stesso. Noi siamo una unità. L’unità”. Un programma di sovversione e di rivolta anticapitalistica che riassume bene la filosofia di Beat. Oltre i confini di classe, contro le distinzioni di sesso, etnia, religione, ceto, credo e ideologia, la techno è la via privilegiata allo spossessamento di sé, è palingenesi opposta alla barbarie sociale. Il suono fonde, nel suo grembo ipnotico, le moltitudini.

Consideriamo quattro momenti clou della serie, contrassegnati da altrettanti passaggi discorsivi. All’inizio, Beat risponde così ad Emilia che tenta, con notevole fatica, di ‘arruolarlo’: “Hai ragione, sono senza valore. E una cosa senza valore non si può comprare”. Il dottor Lundgaard, nel terzo episodio, consiglia ad un membro dell’associazione criminale dedita al traffico di migranti di convincersi che quelli “non sono esseri umani”. A metà serie, è Emilia a rivolgersi con le seguenti parole a Beat: “Tu festeggi la tua libertà, ma non hai idea di quanto costi”. Infine, all’interno di un dialogo che non sfigurerebbe tra i capolavori della letteratura nichilista, Vossberg dice a Beat, ormai lanciato a precipizio nel gioco al massacro e smascherato: “Devi abituarti all’idea che il mondo è governato da persone che non distinguono il bene dal male”. La serie si cimenta su un tema delicato: l’ambiguità terminologica e sostanziale del ‘valore’, punto di contrasto tra senso morale e utilitarismo tecnico-economico. In tale ottica, assume importanza il ‘tirarsi fuori dal mercato’ di Beat, che concorda ancora una volta con la resistenza, reale e simbolica, offerta dal Sonar.

Su un piano estetico, Beat resta fedele ad una logica narrativa tradizionale. Alcune sequenze sono intense e cariche di tensione, si veda il festino ‘eyeswideshuttiano’ nell’hotel con annessa sparatoria o il pranzo finale a casa di Vossberg, anticamera del redde rationem che tutti si aspettano. Didascalico è l’uso dei colori, esterni cittadini desaturati versus interni del club roboanti e lisergici. Basilare è l’onnipresente tappeto sonoro, uno strato ritmico minimale ed elettronico, mai abbassato a elemento decorativo, che assurge a funzione di raccordo e di sottotesto. È paradossale, ma il difetto maggiore della serie è l’indolenza: Beat manca spesso di ritmo (!) Pregio autoriale, non di poco conto, è l’aver rappresentato una capitale tedesca algida e spietata, lontana dalla retorica. Che freddo, che desolazione, fuori dal Sonar. Non ci sono più angeli sopra Berlino.

CONSIGLIATA A CHI: ha custodito un diario segreto dentro un peluche, selezionava i dischi alle feste delle scuole medie, sogna di essere coinvolto in una missione impossibile;

SCONSIGLIATA A CHI: da bambino si è smarrito in un giardino botanico, teme di essere osservato da un occhio invisibile, risponde “tutta!” alla domanda: “quale musica ti piace?”

PERCORSI DI VISIONI E DI ASCOLTI PARALLELI:

  • Un libro fondamentale, scritto da un grande etnomusicologo e antropologo francese: Gilbert Rouget, Musica e trance. I rapporti fra la musica e i fenomeni di possessione, Einaudi, 2019;

  • I dischi dei Moderat (Moderat, II, II), trio berlinese di musica elettronica;

  • Un film che può essere considerato il “padre” cinematografico della serie: Berlin calling (2008), protagonista il DJ Paul Kalkbrenner.

TITOLO ORIGINALE: Beat
NUMERO DI EPISODI: 7
DURATA DEGLI EPISODI: tra 50 minuti e 70 minuti
DISTRIBUZIONE originale
: Amazon Video
DATA DI USCITA: 9 Novembre 2018

UN’IMMAGINE: Beat che danza a petto nudo sulla pista, con gli occhi spiritati, un Dioniso innescato da una reazione chimica.

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.