Athena

Athena **1/2

Il terzo film di Romain Gavras, figlio del venerato Costa, maestro del cinema politico degli anni ’70, è prodotto da Netflix, a partire da una sceneggiatura di Ladj Ly che racconta la lunga giornata di guerriglia urbana nel complesso della banlieu parigina chiamato Athena, fatto di una piazza e un quadrilatero di condomini.

Qui è appena morto il tredicenne Idir, per mano di un manipolo di poliziotti, secondo quando si vede in un video finito su YouTube.

Il quartiere è pronto ad esplodere. Durante la conferenza stampa della polizia, al commissariato locale, Karim, uno dei tre fratelli di Idir lancia una molotov, che scatena la rivolta, prima nella stazione della gendarmerie, dove viene rubata una cassaforte piena di armi e poi ad Athena, dove sono pronte le barricate per resistere alle forze speciali.

Gli altri fratelli di Idir vivono la lunga giornata d’assedio da punti di vista differenti. Il soldato Abdel, che ha combattutto in Mali, cerca di far desistere Karim dai suoi propositi di rivolta, il trafficante Moktar è invece interessato solo ad i suoi affari loschi, con una frangia deviata della polizia, a cui dovrebbe consegnare un carico di droga e armi.

Le posizioni dei tre cambieranno nel corso della giornata, soprattutto quando un poliziotto viene preso in ostaggio.

Ad Athena si nasconde anche un terrorista sociopatico, Sebastian, che troverà il modo di farsi notare.

Così come I Miserabili, anche questo Athena è un racconto delle tensioni esplosive che covano nelle case popolari dove la legge riesce a mostrare solo il suo lato perverso. Anche questa volta è un video a scatenare la rivolta.

I confini fra torti e ragioni si fanno labili, la giusta indignazione per l’omicidio insensato di un tredicenne si trasforma in una violenza dilagante e distruttiva. Non è più rilevante se quel video sia autentico o meno, se gli autori siano poliziotti o fomentatori, quello che conta è alimentare il circolo perverso della rivolta e della repressione, fino a che tutto non salta letteralmente in aria, lasciando solo macerie.

Ly e Gavras costruiscono un meccanismo drammatico che si giova della concentrazione spaziale e temporale, in cui però la dimensione ideologica finisce per imporsi in modo sin troppo evidente: Athena non alimenta complessità e ambiguità, in modo piuttosto manicheo, soprattutto in un finale che dice troppo e dice male.

Come molti lavori prodotti da Netflix, anche Athena lascia la sensazione che una maggiore cura gli avrebbe giovato.

Anche se la sceneggiatura evoca inevitabilmente la tragedia greca, la scrittura si affida sin troppo ad una serie di legami familiari, che vengono stressati a uso e consumo di svolte narrative piuttosto improbabili.

Il meccanismo è troppo esplicito, si sente tutto il determinismo della pagina scritta, in un racconto che vuole per forza essere paradigmatico.

Il regista usa la fluidità di steadycam, dolly, droni e la computer grafica a legare le immagini in lunghissimi e spettacolari piani sequenza, che sfidano la logica della messa in scena, in modo sempre più radicale. La macchina da presa avvolge i personaggi, li segue, li precede, li sorvola, li riprende dal basso e di fronte, restituendo allo spettatore una sensazione immersiva rispetto al conflitto. Qualcuno potrà ritenere che questa esibizione formalista sia eccessiva, stordente e più vicina all’immaginario dei videogames, che a quello del cinema.

Il rischio è evidente, una certa spettacolarizzazione della violenza pure, soprattutto perchè il film preferisce affidarsi all’azione, riducendo al minimo qualsiasi altro spazio narrativo.

E perchè il messaggio è sin troppo semplificato ed esplicito: Cherchez les nazis!

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