Venezia 2021. Reflection

Reflection **

Reflection è il quinto film dell’ucraino Valentyn Vasyanovych, formatosi alla scuola di Wajda, poi montatore e direttore della fotografia di The Tribe, quindi vincitore con Atlantis della sezione Orizzonti della Mostra di Venezia due anni fa.

Questa volta Alberto Barbera e i suoi selezionatori l’hanno scelto per il concorso con un lavoro che sembra del tutto coerente con il precedente.

Reflection è ambientato nel 2014, il primo anno della guerra tra Russia e Ucraina nel Donbass.

Il protagonista è Sergej, originario di Dnipro, chirurgo e poi volontario allo scoppio della Guerra.

Lo vediamo all’inizio durante un’esercitazione, quindi in sala operatoria, poi ad un drive in, quando matura la decisione di partire per il fronte.

Un ultimo ascolto ai suoi amati trentatré giri di Beethoven e poi lo ritroviamo su un furgone, disperso in mezzo alla campagna innevata. Catturato dai russi, sarà torturato prima e poi costretto ad assistere ad un aguzzino, durante gli interrogatori degli altri prigionieri.

Tra questi riconosce Andrij, il nuovo marito della sua ex moglie, che con gesto pietoso soffocherà dopo una lunga giornata di torture, per evitargli il secondo giorno di sofferenze disumane.

Si accorderà poi con l’addetto alle cremazioni per nascondere il corpo e restituirlo alla sua famiglia in un secondo momento.

Quando ritorna a casa in uno scambio di prigionieri, dopo aver confessato i suoi atti “terroristici”, nasconde alla figlia Polina e alla ex moglie il destino di Andrij, facendo in modo che il corpo sia restituito davvero, mettendo fine al tormento di chi non conosce la sorte dei propri cari dispersi in battaglia.

Costruito con una teoria di quadri a camera fissa, quasi sempre con impeccabile simmetria centrale e in campo medio, il film di Valentyn Vasyanovych è una nuova ricognizione disturbante nel cuore di una guerra che l’Europa ha finto di non vedere.

Eppure l’equilibrio poetico ed estetico, che rendeva sontuoso e imperdibile Atlantis , non sembra appartenere a questo Reflection, che si muove quasi sempre in interni, che affronta il conflitto più direttamente e soprattutto nella seconda parte, quando Sergej ritorna a casa sembra girare a vuoto molte volte, cercando simbolismi evangelici pasticciati e mettendo in discussione solo superficialmente le azioni del protagonista durante la prigionia.

Nonostante le atrocità subite e testimoniate, la sofferenza di Sergej al suo ritorno è mitigata e occultata da quella della sua famiglia per Andreij ancora disperso.

La riconsegna del corpo sembra quindi rispondere ad un interesse puramente egoistico e non ad gesto di umana pietas.

La seduta finale terapeutica collettiva, in cui la famiglia originale sembra essersi ricomposta sembra andare nella stessa direzione.

Lo sguardo di Vasyanovych e dei suoi personaggi si è fatto meno esistenzialista nel racconto della guerra, la dimensione metaforica e le astrazioni che arricchivano Atlantis sembrano perdute, nonostante le coordinate simili.

Resta il grande controllo formale, che tuttavia diventa un po’ maniera, alla distanza.

E resta un racconto cupo, un po’ fatalista, che apre e chiude la pagina degli orrori, lasciando al protagonista un nuovo inizio. Ma a che prezzo?

E tu, cosa ne pensi?

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