The Tribe

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The Tribe *

L’esordio dell’ucraino Myroslav Slaboshpytskiy, acclamato alla Semaine di Cannes l’anno scorso e poi vincitore del Milano Film Festival, arriva nelle sale italiane solo ora, con l’aura del capolavoro da riscoprire, ma ha un’ambiguità di sguardo che nasconde intenzioni manipolatorie e compiaciute.

The Tribe è ambientato tutto in una sorta di collegio riservato a ragazzi sordomuti, dove il giovane Sergey si trasferisce all’inizio del film.

Qui scoprirà che l’istituto è retto da 4 ragazzi che regnano sui compagni con le stesse regole di una banda criminale: violenza gratuita e ripetuta, nonnismo, severissimo ordine gerarchico, sfruttamento delle compagne di classe in un racket di squallida prostituzione nei parcheggi dei camion, furti sui treni, assalti e tutto un campionario di abiezioni, a cui Sergey si adatta immediatamente.

Parlato tutto nel linguaggio dei segni, senza alcuna traduzione o sottotitolo, il film è sostanzialmente muto: nessuna colonna sonora, solo qualche rumore, nel tentativo di rendere ancor più straniante e alienante una messa in scena che vorrebbe essere ipercontrollata e formalista, ma che alla fine risulta solo complice e furba.

Quando infatti Sergey si innamora di una delle ragazze a cui fa da protettore, il rigido rituale della tribù si rivolta contro di lui…

Slaboshpytskiy usa una composizione del quadro impeccabile e lunghi piani sequenza, spesso introdotti da carrelli laterali, che impediscono qualsiasi adesione e pongono lo spettatore a distanza, voyeur di una violenza cieca e disperata, quanto apparentemente ingiustificata.

Il microcosmo dei ragazzi sordomuti diventa un universo chiuso e concentrazionario, regolato da leggi inflessibili e dal principio del dominio e della punizione.

L’emarginazione sociale si trasforma, senza mediazioni culturali di sorta, in un crogiolo di pulsioni assolute e senza limiti, che il regista mette in scena con una crudeltà non del tutto onesta, ma più spesso complice, nascondendosi dietro uno stile apparentemente elegante, che non fa altro che esaltare l’immoralità programmatica del suo sguardo.

Non c’è nessuna compassione nella sua messa in scena, nessuna volontà di comprendere e confrontarsi con un mondo che il cinema non è quasi mai riuscito a penetrare, ma solo sadismo compiaciuto nel mettere in scena una realtà ancora più sordida e dissoluta di quella, che vive al di fuori dell’istituto e che Slaboshpytskiy ci mostra solo attraverso gli assonnati camionisti, che accolgono e pagano, senza profferir parola, le due prostitute ragazzine.

Paradossalmente il silenzioso The Tribe è un film costantemente urlato: i gesti delle mani sono sempre eccessivi e netti, i rapporti tra i personaggi prevedono inevitabilmente un contatto fisico continuo, che si tratti di sesso o pugni e schiaffi.

Ma l’abisso dello squallore Slaboshpytskiy lo raggiunge nel finale con un aborto praticato in condizioni disumane e con la vendetta terminale di Sergey sui suoi compagni.

Siamo dalle parti del cinema di Seidl, se volete, dell’anaffettività assoluta e nichilista, in cui pretesto e gratuità sembrano funzionare come la Cura Ludovico di Arancia Meccanica.

Lasciate perdere.

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