Cannes 2021. Tout s’est bien passé

Tout s’est bien passé **1/2

Il nuovo film di Ozon, il ventesimo di una carriera molto eclettica e fin troppo prolifica, cominciata solo nel 1998, si avvicina molto per stile, ritmo, interrogativi morali, al penultimo Grazie a Dio, che era a Berlino nel 2019, premiato con l’Orso d’Argento per la migliore regia.

La protagonista di questa piccola odissea familiare è Emmanuelle, una scrittrice che interrompe il suo ultimo lavoro, quando un ictus colpisce il padre André, lasciandolo semiparalizzato e del tutto incapace di provvedere a se stesso.

La madre, malata di Parkinson, e da cui si è allontanato da molti anni, non può essere d’aiuto.

Non restano che lei e la sorella Pascale, che tuttavia ha un rapporto diverso col padre.

Quando l’uomo chiede alla figlia ad aiutarlo a farla finita, Emmanuelle si trova di fronte ad una tempesta emotiva che Ozon racconta con la consueta sensibilità e con una precisione psicologica encomiabili.

Con metodo e lentezza, il film mette in fila date, decisioni, rinvii, litigi, burocrazia, interrogativi, sabotaggi, denunce, fughe e ritorni, fino a quelle parole che danno il titolo al film e che lo chiudono con un dolore muto e non del tutto pacificato.

Il lavoro di Ozon è un lento avvicinamento alla morte, che lascia quasi sempre il dramma sullo sfondo. La sceneggiatura sembra una sorta di diario minimo, che racconta gli eventi nel modo più lineare possibile, raffreddando il melò fino a rendere ogni passo come inevitabile e naturale.

Notai, avvocati, polizia, vecchi amanti, eredità e promesse: il film mette in fila ogni cosa, mostrando il diritto ad una morte dignitosa, come un percorso di avvicinamento progressivo.

Anche i conflitti e le opposizioni non sfiorano mai il protagonista ma, se mai, tutti i soggetti pubblici e privati che si occupano di lui.

Il film non potrebbe essere più lontano dal grande melò Bella addormentata di Bellocchio, che dieci anni fa raccontava una storia simile, mettendo in campo forze molto più grandi sul corpo immobile della sua protagonista: in questo caso la scelta però è chiara, più volte manifestata da chi ha ancora la possibilità di scegliere.

Non ci sono battaglie, se non di retroguardia.

Eppure l’unica soluzione è ancora quella offerta da una costosa clinica svizzera, che spinge il padre a chiedere a Emmanuelle: “come faranno i poveri?” “Aspettano la morte” le risponde la figlia.

Tout s’est bien passé è asciutto, semplice, diretto, senza fronzoli, con qualche giusto alleggerimento comico, perchè ogni vita, persino quando si avvicina alla fine, non è mai solo dramma.

Soprattutto verso la fine, Ozon trova davvero il pudore e la misura adatte, per raccontare il rapporto di André con il suo vecchio amante e la sua ultima cena nel ristorante frequentato da una vita.

Sophie Marceau sostiene il film, esattamente come sostiene il padre, con una maturità espressiva sempre misurata, che non necessita di tante lacrime, di scene madri o di dialoghi urlati.

Dussolier “non è mai stato così brutto” come dice di lui la moglie Charlotte Rampling nel film, ma si adatta al ruolo di chi ha sempre comandato gli altri, incurante dei loro sentimenti, deciso a scegliere per sè, anche nel momento della fine.

Ma il ruolo migliore è quello di Hanna Schygulla, magistrato in pensione, responsabile dell’associazione per il diritto ad una fine dignitosa: i suoi dialoghi con Emmanuelle, due volte a telefono, una volta in presenza nella sala colazioni di un albergo, racchiudono tutta la necessità del film. L’attrice resa immortale da Fassbinder regala al personaggio la sua dolcezza ferma, il suo volto rasserenato,  la sua voce che tradisce tutta la determinazione, necessaria a sostenere il peso e i dubbi di una scelta che è diventata una missione.

E’ lei a pronunciare alla fine le parole, che danno il titolo al film di Ozon, assieme ad un report sintetico, ma efficace e preciso, degli ultimi momenti di vita di André.

Un report ripetuto chissà quante volte, cristallizzato in una formula rituale, per rendere accettabile, a coloro che rimangono, l’ultimo passo verso “la porta dello spavento supremo”.

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