Città invisibile: un viaggio nel folclore brasiliano senza mordente

Città invisibile **

Città invisibile si apre con l’incendio in cui perde la vita Gabriela (Julia Konrad), antropologa impegnata per la salvaguardia di un lembo di foresta minacciata dalla speculazione edilizia. La donna muore in circostanze dubbie, per un incendio di origine probabilmente dolosa, cercando di ritrovare la figlia sparita durante una festa nel piccolo villaggio di Vila Torè, nei pressi di Rio de Janeiro. Il marito, Eric (Marco Pigossi) che lavora nella polizia ambientale, non si rassegna ad accettare l’evento come una fatalità: pensa che il fuoco sia stato appiccato da qualcuno legato all’impresa che vuole edificare sulla zona ed intende fare chiarezza sull’accaduto. Le indagini prendono però una piega imprevista e lo portano a contatto con una serie di entità legate al folclore brasiliano come i mutaforma Manaus e Tutu, il dio della foresta dalla testa fiammeggiante, Curupira, la strega Cuca[1]: figure mitiche a cui non aveva mai dato credito, ma che ora gli appaiono come forze vive e presenti nel mondo contemporaneo sotto mentite spoglie. Grazie al supporto della collega  Marcia (Aurea Maranhao) e della donna/sirena Camila (Jessica Cores) Eric riuscirà a portare avanti l’indagine scoprendo verità sconvolgenti che metteranno in discussione la sua identità ed in pericolo la figlia Luna (Manuela Dieguez).

I due poli all’interno dei quali si sviluppa la narrazione sono: quello contemporaneo fatto di temi di scottante attualità, in Brasile, ma non solo, come la speculazione edilizia, il destino dei nativi, la corruzione degli organi di polizia, il rapporto tra tradizione locale e presente globalizzato; quello mitico che racconta di entità senza tempo che attraversano le epoche cercando di adeguarsi ai cambiamenti che l’uomo porta alla natura. I due poli si intrecciano solo marginalmente, senza che ci sia una reale interlocuzione: questo compito sembra lasciato a qualche singolo, come il vecchio Cico e lo stesso Eric. La narrazione quindi non riesce a rendere ragione della nascita, della storia e dell’evoluzione di queste entità: manca quell’approfondimento e quella forza rappresentativa che avevano le divinità nella prima stagione di American Gods. La serie tratta dal romanzo di Gaimann è spesso citata come riferimento, ma se nello show prodotto da Amazon gli dei erano parte di un racconto sociale collettivo, portato culturale oltre che religioso di genti e popoli che hanno costruito l’identità comune anche se non sempre condivisa del popolo americano, qui invece le entità sembrano inserite in modo estemporaneo nella società. Agli dei della tradizione brasiliana non viene lasciato un vero spazio narrativo autonomo: solo qualche flash-back e poco altro, peraltro con un tono sempre piuttosto edulcorato tale da orientare la simpatia dello spettatore verso di loro, anche nel caso delle figure più scure come La Cuca. All’inizio sembra che ci sia quasi una guerra in corso tra queste entità, poi la guerra sembra piuttosto ridotta a qualche screzio personale per giungere ad un finale in cui invece il nemico viene identificato esclusivamente nello spirito malvagio denominato “Corpo secco”.

A questa mancata integrazione contribuisce il personaggio che più degli altri dovrebbe svolgere la funzione di collegamento tra i due mondi e cioè il protagonista, Eric. Anche in questo caso  i punti di contatto con Shadow Moon (Ricky Whittle), il protagonista di American Gods,  sono numerosi:  entrambi sono figli di dei (Odino e Manaus) e lo scoprono in modo traumatico; entrambi sono cresciuti senza la presenza del padre, entrambi amavano la moglie e portano il lutto per la sua morte, anche se Shadow Moon non ha figli mentre Eric deve prendersi carico della piccola Luna. Il paragone con il padre è tipico della rappresentazione che dà dei genitori e delle istituzioni la serialità degli ultimi anni: figure disinteressate ai figli, incapaci di essere parti attive nella loro educazione e presenti al loro fianco nell’arco della loro crescita.

La serie è stata realizzata da Carlos Saldanha, regista conosciuto fin qui soprattutto per il suo contributo a discreti prodotti di animazione come Rio, l’Era glaciale 2 – Il disgelo e Ferdinand. Questa volta si misura con un thriller mystery fantasy che ha l’ambizione di avvicinare il grande pubblico (globale) ai misteri del folclore brasiliano. Alla fine la sensazione è che i riferimenti ai miti brasiliani si esauriscano in uno sfondo, una carta da parati che rinfresca giusto un po’ le tonalità tradizionali del crime che sono preponderanti sia a livello tecnico che di scelte narrative. Nella parte investigativa ci sono molti cliché e semplificazioni; il ritmo non è sempre alto e spesso nel passaggio dalla sfera mitologica a quella contemporanea rallenta vistosamente, tuttavia nel complesso la serie tiene fino alla fine ed anzi proprio l’episodio conclusivo riesce ad appoggiarsi maggiormente sull’aspetto folcloristico, lasciando intravedere margini di sviluppo interessanti per la seconda stagione.

A livello stilistico predominano inquadrature e scelte tecniche che rimandano ad un modo più tradizionale di fare TV e che rassicurano lo spettatore sul fatto di trovarsi di fronte, pur nell’originalità del tema, ad un prodotto adatto anche ad un pubblico generalista. Ci sono poche scene di nudo o di violenza e nel complesso l’orientamento è quello di raggiungere il target più ampio possibile. Interessante la fotografia che alterna cromatismi più chiari e vivaci nelle scene diurne all’aperto, valorizzando al meglio i colori caldi di Rio de Janeiro, a tonalità più scure, nelle scene nella foresta e soprattutto in quelle notturne: è questo lo spazio delle entità e viene rimarcato anche a livello cromatico.

Una seconda stagione è tutt’altro che scontata: se è vero che Netflix ha investito molto nel mercato brasiliano è però un dato di fatto che in passato abbia interrotto altre serie, poco apprezzate dal pubblico, come Spectros  e Sulla bocca di tutti.

Titolo originale: Ciudade Invisivel
Durata media episodio: 60 minuti
Numero degli episodi: 7
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Thriller, Fantasy, Crime

Consigliato: a quanti amano le storie che affondano le radice nella cultura popolare ed in quella mitologica: è l’occasione per esplorare l’universo delle entità brasiliane che non mi risulta essere mai stato raccontato in Italia.

Sconsigliato: a quanti non amano le regie televisive più tradizionali e che cercano un intrattenimento senza cadute di ritmo.

Visioni parallele: 

American Gods (Amazon Video, 2017 – oggi) è la serie che più si avvicina, come detto nel nostro articolo, a Cidade Invisivel.

Un’immagine: la farfalla di cui assume la forma Ines/La Cuca (Alessandra Negrini) è del tipo morpho menelaus ed è molto diffusa in America Centrale e Latina. Questa farfalla, conosciuta soprattutto nella variante blu forte, dimora prevalentemente nella foresta amazzonica e solo raramente se ne allontana, cibandosi di frutta, funghi ed anche occasionalmente di animali morti. Il suo nome rimanda a quello di Morfeo, il dio del sonno ed allude al fatto che La Cuca  con il suo canto riesca far cadere gli uomini (e gli dei) in un sonno profondo.

[1] Nel folclore latinoamericano La Cuca è una vecchia strega che può assumere diverse forme per turbare il sonno dei bambini disobbedienti. Fa specie che in questa serie sia interpretata da Alessandra Negrini, non certo identificabile con l’immaginario tradizionale della strega!

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