Lei mi parla ancora

Lei mi parla ancora **

Un’anziana farmacista di provincia. Il marito innamoratissimo, che l’ha sposata 65 anni prima, nonostante le differenze, tra le loro famiglie. Una grande casa immersa nella campagna di Ro Ferrarese, piena zeppa di opere d’arte ‘come neanche al Prado‘, come dice uno dei personaggi. Un ghost writer, che si adatta a qualunque lavoro, pur di spingere una famosa editor a leggere il romanzo a cui sta lavorando da anni.

Sono questi gli elementi essenziali, attorno a cui ruota il nuovo film di Pupi Avati, Lei mi parla ancora, un elogio della tenerezza, della fedeltà ai propri sentimenti, in un’Emilia padana, lontana nel tempo, anche quando è quella di oggi.

Nino, il protagonista, vive in questa grande casa-museo, accudito da una serie di domestici, che neanche nell’Ottocento. E quando muore improvvisamente l’anziana moglie, ‘La Rina’ comincia a ricordare meglio e più vividamente il passato assieme, tanto che la figlia, che dirige un’importante casa editrice a Milano, decide di affiancargli qualcuno, che possa mettere su carta queste memorie.

Il rapporto con Amicangelo, interpretato da Fabrizio Gifuni, uno scrittore in crisi personale e professionale, è brusco e sospettoso, come da copione, salvo poi addolcirsi sul filo dei ricordi e dei riflessi che le parole dell’uno finiscono per avere sulla vita dell’altro.

Si tratta di una cornice narrativa, che il film sovrappone al romanzo originale, appesantendo inutilmente una struttura che avrebbe dovuto essere invece esile, leggera. La storia di partenza non contiene infatti elementi di particolare originalità: una lunga e placida storia d’amore di provincia, con appena qualche scossa dovuta alle differenti origini familiari.

Un’ombra di malinconia pervade il quarantunesimo lavoro dell’ottantenne bolognese Avati e se avete riconosciuto dinamiche familiari nel racconto del film è perchè si parla degli Sgarbi, padre, madre, Vittorio ed Elisabetta, che la sceneggiatura non sente il pudore di occultare o camuffare e che invece vengono celebrati in scena, per il loro acume, la loro sensibilità.

Il milanese Pozzetto e la viareggina Stefania Sandrelli sono i due ferraresi da adulti, mentre il napoletano Musella e la palermitana Ragonese interpretano Nino e La Rina da giovani, ed è la parte migliore del film, quella che richiama le storie di ragazzi di ragazze, che Avati sapeva dirigere negli anni ’80, dopo i suoi esordi di genere.

E’ sempre nel racconto di un tempo e un luogo dimenticati e inattuali, che Avati trova le sue note migliori, rievocando nel ricordo uno spazio della memoria: quello in cui si poteva ballare nelle balere all’aperto sulle rive del Po, si poteva discutere Bergman nei cineforum parrocchiali, in cui il pranzo della domenica riuniva zie e parenti.

Solo che il film invece pasticcia con personaggi inessenziali, aggiunge un voice over privo di senso, per legare quello che dovrebbe mostrare, e soprattutto non sembra davvero fidarsi del suo protagonista e della sua storia, che relega in secondo piano, soprattutto nella seconda parte del film.

Questa passione lunga oltre sessant’anni, che Nino rievoca cercando così di elaborarne la fine, viene raccontata con pochissimi momenti onirici: l’incontro a casa di lei, la serata al cineforum, la mattina sul fiume, il matrimonio, il pranzo a casa di Nino, la rinuncia e il ritorno.

Per un regista che ha fatto del dècor dei suoi film una cifra di stile, entrare o ricostruire – il dubbio rimane – nella grande e affollatissima magione degli Sgarbi, dev’essere stato emozionante come per un bimbo entrare alla fabbrica di cioccolato di Willy Wonka.

Ma proprio la grande casa, stipata di opere d’arte, resta più una presenza ingombrante e scomoda, che uno spazio davvero raccontato.

Mancano inoltre quelle note perfide e quella cattiveria invidiosa, che spesso hanno arricchito di note amare, i suoi film migliori, come Regalo di Natale.

Qui prevale l’apologia in punta di penna, con qualche deriva stucchevole e un elogio di buoni sentimenti, di passioni che scorrono sotto traccia e restano immortali.

La sceneggiatura, scritta da Avati con il figlio Tommaso, ha solo il dono della brevità e della sintesi, ma è costruita malissimo, spesso perde per strada qualche battuta, qualche tempo cinematografico, costringendo i suoi attori ad arrangiarsi col mestiere, che non manca a nessuno. Sempre bravissimo invece Alessandro Haber, nel ruolo appena tratteggiato, ma molto vivido del fratello Bruno, un talento che il cinema italiano non è mai stato in grado di valorizzare davvero.

I caratteristi, anche quelli molto bravi come Nicola Nocella, restano sullo sfondo, Gifuni, come spesso accade quando passa dal teatro al cinema, si fa piccolo ed evanescente.

La cosa migliore? Quando Nino/Pozzetto ricorda allo scrittore, che non le riconosce, le parole di Cesare Pavese: “L’uomo mortale non ha che questo di immortale: il ricordo che porta e il ricordo che lascia”.

Dovremmo allora chiederci: che ricordo lascia Lei mi parla ancora?

Un ricordo piccolo, che svanisce rapidamente, purtroppo.

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.