The Mauritanian

The Mauritanian **1/2

“The man in me will do nearly any task
And as for compensation, there’s little he would ask”
Bob Dylan, 1970

Quattordici anni a Guantanamo, nella prigione di massima sicurezza che gli Stati Uniti hanno riempito con 779 presunti terroristi, senza un’accusa, senza un processo, calpestando Costituzione, diritti umani, dignità.

Sono quelli che vi ha trascorso Mohamedou Ould Slahi, nato in Mauritania, cresciuto in Germania, sospettato senza prove di essere uno dei reclutatori dei commando che dirottarono gli aerei schiantatisi sulle Torri Gemelle l’11 settembre 2001.

Suo cugino conosceva Osama Bin Laden e lui era stato nei campi di Al Qaeda nei primi anni ’90. Questo è bastato perchè fosse prelevato a novembre 2001, arrestato e condotto prima a Bagram in Afghanistan e quindi a Cuba e lì detenuto sino all’ottobre 2016, quando fu rilasciato, senza accuse.

Il nuovo film di Kevin McDonald, nipote di Emeric Pressburger, documentarista premio Oscar per Un giorno in settembre, racconta la sua storia, a partire dalle sue memorie, raccolte da Larry Siems e pubblicate anche in Italia da Piemme.

The Mauritanian così come The Report, Vice e i documentari The Road to Guantanamo e Taxi to the Dark Side cerca di illuminare una delle pagine più abominevoli della strategia americana di risposta agli attacchi dell’ 11 settembre.

Le tecniche di enhancement interrogation, sostenute dai consiglieri di Cheney e Rumsfeld, le black ops, il buco nero di Gizmo, restano una pagina vergognosa e non ci sono film a sufficienza, per continuare a ricordarcelo.

Questa, come le altre sopra ricordate, è una storia vera.

Dopo che Mohamedou viene prelevato dai servizi locali e trasferito all’intelligence americana, il film fa un salto in avanti di cinque anni. Ad Albuquerque, New Mexico, l’avvocato Nancy Hollander sollecitata da un collega che è in contatto con la famiglia del prigioniero, decide di accettare il suo caso, pro bono, coinvolgendo la giovane collega Teri Duncan. La Corte Suprema ha da poco stabilito che i detenuti di Guantanamo devono essere accusati e processati, oppure liberati: la loro condizione di detenuti, in attesa di un giudizio che non arriverà mai, non è più tollerabile.

L’esercito incarica quindi il tenente colonnello Stuart Couch, cristiano e padre di famiglia, con un caro amico, deceduto sull’aereo dirottato contro la Torre Sud del World Trade Center, di mettere in piedi il caso, per l’accusa.

Ma le informazioni che gli vengono fornite sono frammentarie, reticenti: solo riassunti accuratamente redatti.

Le stesse che vengono messe a disposizione, con ancora maggior riluttanza all’Avvocato Hollander.

Quando Nancy convince Mohamedou a scrivere nelle sue lettere il trattamento disumano a cui è stato sottoposto per mesi, prima di estorcergli una finta confessione, riusciamo finalmente a capire i confini di un caso tragicamente simile a molti altri.

Anche al tenente Couch, dopo lunghe insistenze e viaggi a vuoto a Cuba, viene concesso di potere leggere i files integrali degli interrogatori del prigioniero: rinuncia così al caso, viene allontanato con l’accusa di essere un traditore.

Ma, come ci informano le lunghe didascalie finali, non sarà sufficiente a Mohamedou il processo conclusosi nel 2010. L’amministrazione Obama lo costringerà ad altri sei anni di prigionia, con un appello primo di significato e ulteriormente afflittivo.

Il film è costruito sulle memorie del prigioniero 760 ed intelligentemente chiude in un ellissi, che conclude il secondo atto, la lunga teoria di torture, lasciando invece che la storia si sviluppi e i personaggi acquisiscano una loro dimensione, a prescindere da quell’evento.

MacDonald utilizza una messa in scena classica, tradizionale, da solido thriller politico e d’inchiesta, alternando i diversi ambienti narrativi: gli spazi di Guantanamo, gli uffici dei legali, le rooms per i documenti top secret, la chiesa dove si reca il tenente Couch da bravo cristiano.

Il montaggio cerca la connessione empatica con tutti i personaggi e i loro dubbi, ma non cerca di dipingere Mohamedou in toni particolarmente positivi. Peraltro, le immagini finali che ci mostra il vero protagonista, ce lo raccontano assai più gioioso, espansivo, simpatico, mentre Rahim lo dipinge con i toni sospettosi e diffidenti, di chi ha subito e continua a subire un trattamento atroce e disumano.

Golden Globe a Jodie Foster per la migliore attrice non protagonista, ma nessuna nomination agli Oscar.

Come spesso è accaduto agli altri film sulla vergogna della lotta al terrorismo, gli americani sembrano voltare la testa dall’altra parte, poco interessati ad approfondire l’ennesima macchia scura che ha macchiato la loro storia.

 

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