The Report

The Report ***

“Tu hai mai degli incubi?”

Alla fine dei cinque anni di lavoro sull’enorme mole di documenti interni della CIA, è questa la sola domanda, che uno degli assistenti di Dan Jones rivolge all’uomo, incaricato dal senato degli Stati Uniti di fare chiarezza sui metodi di interrogatorio, attuati dall’agenzia negli anni della War on Terror.

Chiusi in un seminterrato a Langley per cinque lunghi anni, la squadra dimezzata dal forfait degli analisti repubblicani, il loro lavoro limitato e depotenziato dal divieto di interrogare i testimoni di quei fatti, Jones e il suo team sono ormai stremati.

Il loro lavoro ha prodotto un Report di quasi 7.000 pagine, approvato dalla commissione presieduta dalla senatrice Dianne Feinstein, ma nessuno sembra davvero interessato a renderlo pubblico: troppo imbarazzante per la CIA, per il vicepresidente Cheney e il suo gruppo di legali guidati da John Yoo, per la Rice, Powell e gli altri ministri, avvisati sin dal 2002, per gli psicologi Mitchell e Jessen, ispiratori delle tecniche d’interrogatorio potenziate, che viaggiano in confortevoli aerei privati, dopo aver ottenuto  80 milioni di dollari al governo americano, per la loro preziosa consulenza.

Sono loro che hanno piegato la Costituzione americana e la Convenzione di Ginevra, torturando sistematicamente i prigionieri nei Black Spot nella CIA, fuori dal territorio americano, senza riuscire ad ottenere una sola credibile informazione, utile per stanare la rete di Al Qaida.

Il film di Scott Z. Burns si sposta avanti e indietro nel tempo, lungo una linea temporale che collega l’11 settembre 2001 al dicembre 2014, quando un sommario del report di poco più di 500 pagine pesantemente redatte, viene rilasciato al pubblico.

Severo e soffocante nella sua implacabile progressione drammatica, sceglie di sposare quasi interamente il punto di vista di Dan Jones, il giovane assistente, che con la sua testarda determinazione, ha consentito di esporre l’ignominia della tortura.

Altre volte in questi anni il cinema e le serie hanno raccontato pezzi di questo orrore: The Looming Tower lo ha fatto forse meglio di tutti, ma già Rendition di Gavin Hood nel 2007 aveva mostrato l’orrore dei black site molto chiaramente. Vice ha raccontato l’anno scorso il coinvolgimento di Cheney e del suo staff legale nel mettere a punto la dottrina giuridica sufficiente ad evitare che le tecniche fossero identificate come torture e due tra i più grandi documentaristi americani, Alex Gibney e Errol Morris, con i loro Taxi to the Dark Side e Standard Operating Procedure già nel biennio 2007-2008 avevano raccontato l’orrore che si celavano dietro i black spot della CIA.

In The Report tuttavia si mostra un solo altro film, Zero Dark Thirty, che la Bigelow e Boal hanno scritto da embedded con la CIA e che difficilmente potremo rivedere con gli stessi occhi.

Lontano dal cinema politico di questi anni, spesso ibridato con il linguaggio della commedia, The Report è invece un’inchiesta, che affonda le sue radici negli ideali libertari e nella diffidenza verso il contropotere opaco delle agenzie governative, che permeava il cinema civile americano degli anni ’70.

Ma in questo caso non è la stampa, aiutata da qualche whistleblower, a fare chiarezza sugli affari sporchi della CIA e del governo, bensì un uomo all’interno delle istituzioni, con i mezzi e le garanzie che le stesse istituzioni hanno, in ragione del principio della separazione dei poteri e dei checks & balances, che devono garantirne limiti ed efficacia.

Come spesso accade in queste occasioni è la determinazione dei singoli a fare la differenza. Tanti alla CIA e alla Casa Bianca sapevano, qualcuno si è anche opposto, mettendo a rischio la propria carriera, ma ci è voluto Dan Jones, il suo piccolo team spalleggiato dalla Feinstein e dalla sua commissione senatoriale, perchè il quadro si componesse pian piano, mostrando per intero il suo volto tragico e infame.

I prigionieri denudati, sottomessi, picchiati, incappucciati, privati del sonno, seppelliti vivi, incatenati, costretti a vivere per mesi nei propri escrementi, tra gli insetti, torturati con il waterboarding, con elettrodi e musica metal: le foto di Abu Ghraib fin dal 2004 mostrarono al mondo l’abominio che stava prendendo forma nell’oscurità di quelle prigioni segrete, ma nessuno aveva interesse a interromperlo, nè a comprenderne il meccanismo sistematico.

Ammettere che la tortura non era la deviazione di qualche soldato isolato, ma una prassi attuata con finalità pseudo-scientifiche, in ciascuna delle prigioni, non era possibile: troppi responsabili negli alti ranghi della gerarchia militare e politica. Troppi interessi in gioco e soprattutto la paura.

La vera arma che ha guidato e continua a guidare l’America post 11 settembre. In questo caso soprattutto la paura dei democratici di non fare abbastanza, di essere giudicati deboli, di essere accusati di ostacolare il trionfo della giustizia, in realtà la più bieca e sadica delle vendette a sangue freddo.

La morte di Bin Laden nel maggio 2011 fu poi utilizzata per dimostrare all’opinione pubblica che quasi dieci anni di torture a qualcosa erano pure servite. Ma nonostante le dichiarazioni di Cheney e Rumsfeld, nessuna informazione rilevante per la cattura fu davvero ottenuta con le “tecniche avanzate di interrogatorio”.

Tecniche che di “avanzato” non avevano proprio nulla.

Nessuno è stato mai indagato o condannato, per la morte e la tortura dei prigionieri.

Nel finale di The Report ascoltiamo le parole di John McCain, uno dei pochi uomini politici che nel corso di quegli anni tumultuosi è stato in grado di mantenere una visione non partigiana della Storia.

D’altronde se il nuovo direttore della CIA, Gina Haspel, nominata da Trump era proprio la responsabile dal 2002 del Cat’s Eye uno dei centri di detenzione in Thailandia, mostrati nel film, è evidente che la necessità di un lavoro come The Report appare ancor più evidente.

Solo che Amazon, che l’ha acquistato al Sundance lo scorso mese di febbraio, ha recentemente cambiato le sue strategie distributive e invece di lanciarlo nelle sale, come avrebbe meritato, ha deciso di renderlo disponibile quasi esclusivamente sulla sua piattaforma Prime, limitando di fatto ad un’apparizione tecnica il suo passaggio nei cinema.

La retorica che da sempre accompagna la narrazione dei giganti dello streaming, sul fatto che i loro film hanno una distribuzione globale pressochè illimitata e impossibile da ottenere con altri canali tradizionali, è tanto vera quanto fuorviante.

Su Prime, così come su Netflix o sugli altri servizi, i film e le serie si perdono nel panorama di un offerta sterminata, ma di fatto ingestibile, orizzontale, in cui l’ultima animazione natalizia, la serie locale, il teen drama e un lavoro come The Report sono poste tutte sollo stesso piano, magari sollecitate dalle preferenze di un algoritmo.

E così l’aura si perde del tutto, gli investimenti pubblicitari si riducono a zero e la rilevanza culturale, ideologica e politica di un lavoro come questo di Burns si dissolve in un attimo, confusa in un’offerta tanto ricca quanto inutile.

Non tutti hanno la forza di Martin Scorsese, per mantenere alta l’attenzione sul suo The Irishman e un lavoro complesso, rigoroso e inquietante come The Report avrebbe meritato un palcoscenico diverso, mentre rischia purtroppo di perdersi in un indistinto rumore di fondo.

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