The Looming Tower. La tragedia delle Altissime Torri

“Ho visto Shaytan. Può attraversare i cieli, partendo dall’altra parte del mondo, dall’Occidente, fino a qui. Ha delle lunghe dita fatte di luce bianca. Capisci che è Shaytan perché la luce è bellissima. Non puoi voltarti. Non puoi scappare. La guardi, la guardi e poi quella luce abbagliante diventa fuoco. La terra esplode, le pietre esplodono, è così che mia madre e le mie sorelle sono morte. Con le sue dita arriva dove vivi”. Shaytan, Satana in arabo. Chi pronuncia questo ritratto elegiaco della morte è un ragazzino di dodici anni assoldato in un’impresa suicida, un contrattacco terroristico contro la Marina americana. Satana cambia forma. Prima, è un drone che spazza via con un missile teleguidato l’accampamento taliban, dove, su supposizione della CIA, forse si nasconde Osama Bin Laden. Ma Osama non è lì… “Ora Shaytan viene da noi come una nave di metallo. Il metallo non galleggia. Lo sapete, vero? Quindi deve essere Shaytan. Ha lanciato un incantesimo sugli oceani ed è arrivato”. Satana è il cacciatorpediniere USS Cole, attaccato nell’ottobre del 2000 al largo delle acque yemenite.

The Looming Tower è una serie nata sulla piattaforma Hulu e distribuita da Amazon Video. Dieci episodi per raccontare il crollo delle Twin Towers. Dieci episodi per dimostrare come fu possibile ospitare sul territorio degli Stati Uniti cellule appartenenti ad Al Qaida, proprio negli anni in cui la lotta al terrorismo diventava, negli slogan dei Presidenti, un nodo centrale. Meglio ancora: dieci episodi per narrare la più grande tragedia americana dal secondo Dopoguerra in poi, partendo dal presupposto che nulla è inevitabile. The Looming Tower è tratta da un fortunato libro di Lawrence Wright, giornalista vincitore del premio Pulitzer, tradotto da Adelphi nel 2007 con il titolo Le altissime torri, un’inchiesta dettagliatissima sulla formazione ed il consolidamento del terrorismo internazionale di marca jihadista negli anni Novanta, dagli attentati alle ambasciate statunitensi in Africa nel 1998 fino alla tragedia del World Trade Center.

In occasione dell’uscita della serie, Wright ha rilasciato un’intervista, ripresa anche dal Corriere della Sera: “oggi il terrorismo è una metastasi, l’America è più divisa che mai e ogni giorno l’integrità dell’intelligence viene pericolosamente messa in dubbio dal nostro Presidente. Soprattutto, una generazione di giovani è cresciuta senza sapere cosa sia stato davvero l’11 settembre, com’era l’America prima e perché è diventata ciò che è oggi. Ecco perché ‘The Looming Tower’ è fondamentale”. Il giornalista investigativo del New Yorker (autore, poi, di una folgorante inchiesta sull’egemonia culturale esercitata da Scientology a Hollywood, La prigione della fede), dichiara di averci lavorato per cinque anni: “le mie fonti erano terroristi e agenti dell’intelligence”.

I giudizi critici su The Looming Tower sono contrastanti. Accanto ad apprezzamenti agli autori, per la fedele ricostruzione di ambienti, interni, atmosfere, sono arrivate, puntuali, considerazioni negative. Alcuni commentatori hanno avvertito debolezza nei dialoghi, altri la mancanza di appeal nella trama, quasi che, sapendo già come va a finire, lo spettatore non provi il desiderio di proseguire nella visione. Qualcuno ha riscontrato un’ingiustificata asimmetria nel minutaggio dedicato ai vari personaggi ritratti. Ovviamente la sferzante critica rivolta alle agenzie governative, CIA in primis, non ha lasciato indifferenti. Un consiglio: non date troppo credito a queste voci. La serie è bella, coraggiosa e meriterebbe di essere trasmessa in tutte le scuole americane.

Chi scrive questa recensione crede che ogni tentativo di ricostruire gli antefatti di una tragedia di proporzioni epocali, come quella dell’11/9, si scontri necessariamente con un problema filosofico prima che politico. Il crollo delle Torri è, per sua fenomenologia, una sfida a qualunque ipotesi di rappresentazione, tanto che, nel contestato film dedicato all’infausto evento, 11’09’’01 – September 11, l’episodio esteticamente più azzeccato è quello di Alejandro González Iñárritu, uno schermo nero che dice l’indicibile. The Looming Tower ci risparmia l’abusata immagine dello schianto sulle Torri, anzi, non vediamo nemmeno gli aerei in volo né le fasi del dirottamento. Tutto ciò è già sedimentato nella nostra coscienza, fa parte ormai dell’immaginario collettivo, così come la domanda, consueta perché cicatrice indelebile dell’esserci: tu dov’eri quel giorno?

Dietro The Looming Tower c’è la mano di Dan Futterman, attore diretto da registi importanti come Terry Gilliam, Mike Nichols, Michael Winterbottom, sceneggiatore e produttore del notevole Truman Capote – A sangue freddo di Bennett Miller. Nel suo curriculum spicca il lavoro di sceneggiatura per la terza stagione di In Treatment, una tra le più intriganti serie degli ultimi dieci anni. E che cos’è The Looming Tower, se non la messa in scena di una gigantesca seduta di psicoanalisi della politica americana, da Bill Clinton in poi? A cosa si possono associare le sequenze degli interrogatori effettuati dalla Commissione sull’11 settembre, se non ad un’opera di scavo nella coscienza di un popolo ferito? Quanto rimosso è necessario riportare alla luce, per circoscrivere e definire la nevrosi che attanagliava i servizi segreti e i vertici del Bureau, asserragliati in recinti autoreferenziali a scapito della difesa della nazione?

Certo, la serie, che pure ha un montaggio serrato, non brilla per azione, non semina irresistibili cliffhanger al termine di ogni episodio, ma trova la sua ragion d’essere nell’analisi logica di linguaggi confliggenti, nella dolorosa rappresentazione dell’assenza di comunicazione tra realtà ripiegate su se stesse. C’è un taglio verticale, nella narrazione, che cuce passo dopo passo una tesi provocatoria: a quale guerra stiamo assistendo, a quella “di civiltà” tra America e Al Qaida, allo scontro decisivo tra Libertà e Barbarie, oppure, innanzitutto, ad un conflitto, sordo e cieco, interno alla democrazia americana, tra FBI e CIA, per assicurarsi il primato della lotta al Terrorismo? The Looming Tower insinua una domanda atroce: quali differenze di atteggiamento vi sono tra i feroci talebani che, nelle grotte dell’Afghanistan, credono di custodire la Verità del Corano contro gli infedeli, e i raffinati analisti dell’Intelligence che, in bunker tecnologici, non cedono informazioni ai colleghi (una diversa accezione di infedeltà?), convinti della propria correttezza etica, sicuri di essere gli unici interpreti delle priorità strategiche di una nazione?

In The Looming Tower assistiamo a una lucida decostruzione di codici comportamentali e comunicativi insensati. I tentativi di collaborazione tra Agenzia e Bureau fanno ridere, o piangere, per la macchinosità burocratica ai limiti del bizantinismo, le riunioni tra Richard Clarke, a capo del National Security Council (un perfetto Michael Stuhlbarg), e i vertici dei corpi preposti alla difesa e al controspionaggio, per non parlare degli incontri con Condoleezza Rice, sono momenti quasi kafkiani. Dietro le maschere dell’abnegazione patriottica e dell’efficientismo si celano ambizioni corporative e sogni di carriera personali. Splende in opacità la cosiddetta “Alec Station”, unità di élite della CIA specializzata nell’analisi del fenomeno terroristico e finalizzata alla neutralizzazione di qaedisti nel mondo. Tra le mura dei suoi uffici top secret si consuma la rottura drammatica con l’FBI, nonché un’ambigua successione di potere tra il supernerd Martin Schmidt (uno stratosferico Peter Sarsgaard) e l’algida, sensuale, velenosissima Diane Priest (Wrenn Schmidt, in passato nel cast di The Americans), spergiura perfino davanti ai giudici della Commissione. Ecco una testimonianza della realpolitik in salsa CIA:

Se diciamo tutto all’FBI, andrebbero in giro per il mondo ad arrestare soggetti minori, spesso dell’Arabia Saudita. Finirebbe in prima pagina. Il signor e la signora Smith che vivono in un buco come Pittsburgh sarebbero indignati dal rapporto speciale tra l’America e la famiglia reale saudita. Dopotutto, i Sauditi danno rifugio ai terroristi, o almeno così dice l’FBI. E i fondamentalisti in Arabia Saudita sarebbero altrettanto arrabbiati, perché chiaramente gli Americani vogliono fare guerra all’Islam. Le teste reali cadrebbero. I fondamentalisti andrebbero al potere e i loro fratelli nel Medio Oriente e oltre verrebbero incoraggiati. Guerre civili ovunque. E dopo lo spargimento di sangue, coi fanatici al potere in Medio Oriente, il signore e la signora Smith mangerebbero i loro cereali senza capire che si è appena verificato un cambiamento epocale nella struttura politica del mondo e che sono fottuti. Il nostro lavoro è molto semplice. L’Arabia Saudita non dovrà mai cadere”. Con “soggetti minori” Diane Priest intende, tra gli altri, quei “pesci piccoli”, di nazionalità saudita, esecutori materiali degli attentati alle Torri…

E l’FBI, che ruolo gioca dentro l’infernale tritacarne? John O’Neill, a capo dell’unità antiterrorismo denominata I-49, ha le fattezze di Jeff Daniels. Ogni giudizio su questo fantastico attore sarebbe superfluo. Qualcuno ha riscontrato una recitazione sopra le righe, quasi che il buon Jeff volesse a tutti i costi rendere giustizia ad un personaggio forse troppo anodino sulla carta. O’Neill è un donnaiolo impenitente, un bevitore, un peccatore che sa di peccare, e a tratti pare uscito da un’altra epoca, dagli anni Cinquanta o giù di lì. Alla fine, però, è l’unico a intuire la pervasività del pericolo jihadista. “Non abbiamo idea di cosa dobbiamo affrontare”. La sua fine ha caratteristiche da tragedia greca: ‘accompagnato’ alla pensione dalla stessa FBI, è assunto tre settimane prima dell’attacco come sovrintendente alla sicurezza del WTC e muore tra le macerie. O’Neill si avvale dell’aiuto di Ali Soufan, un bravissimo Tahar Rahim, giovane agente di origini libanesi, impiegato sul territorio yemenita, in virtù del suo essere arabo e musulmano. A lui, padrone della lingua, conoscitore a memoria del Testo Sacro e degli hadith (i racconti aneddotici sulla vita del Profeta), sono affidate le delicatissime indagini all’estero e l’ultimo interrogatorio. Qui, smonta l’arroganza di Abu Jandal, guardia del corpo di Bin Laden, svelando la sua ignoranza dei fondamenti dell’Islam.

Lawrence e Futterman dimostrano maggiore indulgenza verso i metodi e gli strumenti utilizzati dall’FBI, quantomeno a confronto con l’ottusità della CIA. L’Agenzia vorrebbe mettere a fuoco e fiamme ogni angolo di Afghanistan, i Federali, invece, avanzano con fatica e a caro prezzo, affidandosi a persuasive tecniche di interrogatorio. Eccelso, per raffinatezza, quello dell’agente Robert Chesney (Bill Camp, volto e baffi magnetici), nel terzo episodio. Da manuale, per intelligenza tattica e sapienza argomentativa, quello, già citato, di Ali Soufan, al termine della serie. La parola, appunto, espediente di verità, o simbolo della frattura tra le parti. La tragedia delle Torri fu favorita da gelosie e ripicche incomprensibili. La serie ci trasmette questa lezione, e non è poco. Slavoj Žižek scrisse, a proposito dell’Undici settembre, un saggio dal titolo Benvenuti nel deserto del reale (Meltemi, 2002). Quando la serie scarta dalla finzione alla realtà, proponendo immagini di repertorio, e irrompono i veri Condoleezza Rice, Richard Clark e George Tenet, un sentimento di irrealtà ci assale. Eppure, dopo di loro, la Storia ha voltato perfino in peggio…

The Looming Tower
Distribuzione: Amazon Video
Numero Episodi: 10 per una durata di 50 minuti ciascuno
Data di uscita del primo episodio: negli USA, 28 Febbraio 2018, in Italia, 9 marzo 2018

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