The Alienist 2: una seconda stagione elegante, ma senza mordente

The Alienist 2 **1/2

La seconda stagione di The Alienist ci riporta nella New York di inizio novecento per seguire le indagini dell’alienista (così venivano chiamati gli psicologi all’epoca) Laslo Kreizler (Daniel Bruhl) e della sua squadra di investigatori che comprende i fratelli Isaacson, Marcus (Douglas Dmith) e Lucius (Matthew Shear), due giovani anatomopatologi; il vignettista e giornalista del NYT John Moore(Luke Evans); Sara Howard (Dakota Fanning), una detective privata che nella prima stagione ci era stata presentata come la giovane segretaria del Capo della Polizia Theodore Roosevelt con l’aspirazione di diventare investigatrice. Nella nuova stagione, basata sul secondo romanzo della trilogia di Calebb Carr, Sara ha quindi raggiunto il suo obiettivo aprendo una vera e propria agenzia investigativa dove lavorano solo donne. E’ lei al centro della narrazione, epicentro sia della parte investigativa che di quella drammatico/romantica.

Dal punto di vista della detection Sara è sulle tracce di un serial killer che rapisce neonati e, dopo averli nutriti ed allevati per qualche settimana, li avvelena e quindi li abbandona. Rispetto alla prima stagione, in cui le vittime erano giovani prostituti provenienti dalle fasce più povere della popolazione, ora invece i bambini sono per lo più di condizione sociale agiata. Una frase pronunciata dall’ex commissario Thomas Byrnes (Ted Levine) è peraltro significativa nel sottolineare la differenza di trattamento da parte della polizia sulla base delle condizioni economiche e dello status sociale dei genitori. Non è un caso che l’unica donna di umili origini a cui scompare il figlio, Martha Napp (Hebe Beardstall), finisca per essere accusata e condannata per averlo ucciso, additata come mostro dall’opinione pubblica e giustiziata sulla sedia elettrica.

Quando invece vengono coinvolti direttamente i Vanderbilt, l’indagine viene seguita con particolare attenzione e discrezione da parte delle forze dell’ordine. Una discrezione che avvolge ed ovatta i comportamenti della classe dirigente della città, proprio come avviene nella clinica ostetrica dell’ambiguo Dr. Markoe (Michael McElhatton), dove gli uomini più ricchi si liberano dei figli non graditi delle proprie amanti per evitare qualsiasi scandalo. Qualcosa lega l’ospedale alle sparizioni dei neonati, direttamente o indirettamente. O forse non è qualcosa, ma qualcuno. Un vero angelo del male: l’infermiera Libby Hatch (Rosy McEwen).

Sara si mostra un’investigatrice pragmatica, capace da subito di offrire un contributo rilevante alle indagini, mettendo in evidenza come l’assassino debba essere una donna. Il suo lavoro è meticoloso, coraggioso, audace, ma soprattutto rispettoso degli altri e delle competenze professionali. A questo si deve aggiungere una discreta dose di empatia con le vittime, ma non solo: c’è qualcosa di comune nel passato di Sara e Libby che ha influenzato in modo significativo la vita di entrambe e che le connette in modo speciale. Sara è quindi in grado di capire la mentalità dell’assassina più e meglio di chiunque.

Sara è un personaggio complicato, introverso, con molte sfaccettature. Nella parte drama questo aspetto non facilita il rapporto di ‘affettuosa amicizia’ con John Moore per cui la donna prova un’attrazione profonda, ma in qualche modo trattenuta dalla sensazione di non essere la compagna giusta per soddisfare i desideri di famiglia dell’amico. Inoltre John è promesso sposo di Violet (Emily Barber), figlioccia di uno dei più potenti uomini della città, il magnate dell’editoria Hearst.

Sara e Violet sono due donne agli antipodi: questa cerca il senso della propria esistenza nell’appartenere ad un uomo ed è estremamente rispettosa della società e delle sue regole, quella invece mette al primo posto la libertà e ritiene che tutte le donne abbiano diritto a scegliere la propria strada al di là delle convenzioni sociali. John si trova profondamente combattuto e, anche se appare chiaro per chi propenda il suo cuore, non vuole esporsi con Sara che ha già rifiutato in passato la sua offerta di matrimonio.

Al centro della narrazione c’è l’universo femminile, nelle sue molteplici sfumature. Sia il personaggio principale che il suo antagonista sono donne, il tema delle libertà femminili è toccato a più riprese, anche con riferimenti storici al movimento delle suffragette e l’indagine appare intrecciata al tema della maternità nelle sue molteplici dimensioni.

Il rapporto tra Sara e Libby è di grande fascino e per certi aspetti ci ricorda quello al centro di Killing Eve: due donne che hanno molti punti di contatto, che si capiscono e si rispettano, ma che hanno preso due strade diverse e che proprio per questo si confrontano senza esclusione di colpi. La differenza rispetto a Killing Eve è però la profondità dell’analisi della relazione tra le due donne: qui resta tutto in superficie e non riesce a trasmettere il profondo senso di inquietudine che pervade lo spettatore di fronte alla dipendenza tra Eve Polastri e Villanelle. Anche i dialoghi sono meno brillanti, più lenti ed offuscati da una patina letteraria che in più occasioni rallenta il ritmo e lascia allo spettatore una spiacevole sensazione di accademismo.

Sono queste cadute, a cui si aggiunge il ricorso a qualche coniglio di troppo (cfr. il finale nella casa di famiglia di Libby) a far perdere alla serie gran parte del fascino che in modo indiscutibile esercitano l’ottima fotografia, i costumi e la scenografia al servizio di una ricostruzione storica davvero immersiva. New York di inizio novecento ci riempie gli occhi: non solo i quartieri più poveri e maleodoranti, ma anche le case della ricca borghesia ed i momenti ludici (parchi, ristoranti, giochi di società) sono ricostruiti in un modo impeccabile. Da rilevare anche la crescita di un personaggio come Libby che acquisisce spessore e forza drammatica con il prosieguo degli episodi, sprofondando in un abisso (reso anche cromaticamente) di perdizione e di odio.

Piace notare come all’interno del gruppo di Laslo e Sarah domini un profondo rispetto reciproco: è un valore oggi desueto, ma in questo gruppo di giovani, competenti e determinati, prima di tutto emerge proprio l’atteggiamento di attenzione all’altro che, unitamente alla specializzazione delle competenze, garantisce il raggiungimento degli obiettivi e sancisce una differenza sostanziale rispetto ai metodi investigativi adottati dalla polizia. La specializzazione delle competenze prefigura quindi i moderni metodi investigativi, mentre lo spirito di collaborazione rappresenta un valore che va al di là degli obiettivi investigativi.

The Alienist 2 conferma quindi i punti di forza della prima stagione (scenografia, oggetti di scena, costumi), mettendo questa volta l’universo femminile al centro della narrazione. Purtroppo alcuni scivoloni didascalici, archi non sviluppati e dialoghi poco brillanti finiscono per rendere la serie solo una piacevole occasione di intrattenimento.

Titolo originale: The Alienist 2 – Angel of Darkness
Durata media episodio: 50 minuti
Numero degli episodi: 8
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Crime, Drama, Mistery

Consigliato: a quanti amano i thriller storici realizzati con cura dei dettagli e le indagini che lasciano spazio alla ricostruzione del profilo psicologico del killer. The Alienist piacerà anche a quanti sono stanchi di sentire parolacce, insulti, etc: la serie propone un intrattenimento piacevole, mai volgare. Ideale per il tè del pomeriggio!

Sconsigliato: a quanti cercano una scrittura brillante ed una storia non convenzionale.

Visioni parallele:

The Angel of darkness: nel romanzo di Caleb Carr le figure principali sono piuttosto Kreizler e Moore anche in questa seconda puntata. Un libro ricco di dettagli, in cui la ricostruzione storica della New York di inizio secolo ha un ruolo determinante.

Un’immagine: il dialogo in cui Thomas Byrnes solleva dei dubbi sull’effettivo impegno che la polizia avrebbe messo nella ricerca dei figli di qualche cittadino di umili origini “Credi che se fosse stato figlio tuo sarebbe importato a qualcuno?” grida ad un collega poliziotto. “Quello che fa muovere tutto sono i soldi”. Benvenuti in America.

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