Killing Eve: più che nemiche… sorelle

Un killer spietato si aggira per l’Europa, colpendo, senza un’apparente ragione, politici, uomini d’affari, esponenti della criminalità. Chi è? Come trovarlo? Per quale movente uccide? Eve Polastri (Sandra Oh), agente dell’MI5 (Security service), sembra essere l’unica a capirci qualcosa, fin dal primo episodio, quando sorprende tutti con la convinzione che si tratti di una donna. E’ proprio questa intuizione, abbinata alle ricerche che Eve ha condotto pazientemente, da sola, per collegare una serie di delitti sparsi per l’Europa, a convincere Carolyn Martens (Fiona Shaw), capo della sezione Russia dell’MI6 (Secret intelligence), ad affidarle l’incarico di coordinare un gruppo di lavoro sul caso. Le indagini trascineranno Eve in un vero e proprio gioco del gatto con il topo attraverso l’Europa e la porteranno a rischiare la vita, veder morire colleghi e amici, mettere in discussione il proprio matrimonio.

Tratta dal romanzo ‘Codename Villanelle’ di Luke Jennings, Killing Eve è una spy story in salsa britannica che spesso sconfina nella comedy. Gli elementi di originalità, a parte questa re-interpretazione del genere a favore di una contaminazione, risiedono nel fatto che si tratta di uno show con una spiccata sensibilità femminile che ruota attorno alle bravissime Sandra Oh e Jodie Corner. Non è certo una novità il ruolo del detective donna, meno frequente è invece l’interpretazione femminile del doppio ruolo che qui ha il pregio di avvalersi di dialoghi freschi e situazioni non convenzionali. Phoebe Waller-Bridge (Fleabag) è riuscita nel compito, non agevole, di unire profondità a leggerezza con dialoghi realistici (a volte iper-realistici) e mai banali.

Killing Eve mi sembra soprattutto una storia di liberazione dai padri, dalle istituzioni, dai protettori, da tutti coloro che dicono di pensare a te, di volerti bene, di proteggerti, ma in realtà non fanno altro che delimitare il tuo mondo secondo i propri schemi mentali o, peggio, i propri interessi. Questo vale per Villanelle rispetto al suo referente Konstantin (Kim Bodnia), ma in egual misura vale per Eve rispetto a Carolyn (Fiona Shaw).

Da un certo punto di vista vale anche per il rapporto tra Eve ed il marito Niko (Owen McDonnell) e tra Eve ed il vecchio capo Bill (David Haig): entrambi, anche se per ragioni diverse, vorrebbero ridurla al ruolo che lei ha sempre svolto nel loro mondo, senza riconoscere (o accettare?), almeno in prima battuta, il suo voler andare oltre. Con la sola eccezione di Carolyn, queste figure sono uomini e questo lascia naturalmente aperte interpretazioni spiccatamente femministe della serie, suffragate peraltro dall’evirazione come tipo di omicidio praticato in due casi da Villanelle. Parliamo di due donne che, nelle rispettive parti dell’hero/good cop e del villain si affrontano, si sfidano e si cercano per tutta la durata dello show: la sensazione è che entrambe stiano andando oltre i propri limiti, attraversando quella zona oscura che fa paura, ma che sola può garantire una reale crescita. Entrambe sono figure complesse di donne circondate da mediocrità e grigiore.

Più che nemiche o rivali o amanti esse sono soprattutto sorelle. Le due protagoniste affrontano infatti il mondo mediocre che le circonda in modo opposto, ma entrambe hanno la consapevolezza di essere diverse dagli altri, di avere qualcosa in più: ed entrambe riconoscono questo nell’altra. Il loro rapporto di fascinazione è basato su tutto e su niente, è complesso, sfaccettato e non razionale. Si piacciono e basta: non ha senso andare oltre e certamente non intende farlo la sceneggiatura. In Villanelle la consapevolezza di essere diversa dagli altri si spinge fino all’estremo: un mix esplosivo di misantropia, cinismo e innocenza che è irresistibile per lo spettatore e ne fa una dei cattivi meglio riusciti della stagione, anche per merito dell’interpretazione di Jodie Comer.

Negli occhi dello spettatore rimarrà probabilmente il sorriso di Villanelle quando guarda le persone morire, quando si prepara a colpire con soave indifferenza un mafioso o un bambino, quando prende il tè con un’anziana signora di cui si prepara ad uccidere il figlio o quando spia Eve, da lontano: sorriso agghiacciante perché privo di ogni sentimento. Forse sarebbe più appropriato dire perché oltre ogni sentimento: non è una privazione, ma piuttosto un superamento quello che nasconde il sorriso della giovane sicaria.

Certo Oksana Astankova, in arte Villanelle, ha dovuto superare molte difficoltà ed è il peso del ricordo di queste sofferenze che affronta quando deve tornare in prigione per assicurarsi che Nadia (Olivia Ross) non racconti che lei ha cercato di ucciderla durante l’ultima missione. Il ritorno di Villanelle nella prigione dove era stata rinchiusa da ragazza per aver evirato il marito della sua professoressa di francese è un classico viaggio all’inferno dell’eroe: lei ne torna ancora più forte e consapevole. Al termine dell’avventura capirà che nemmeno del suo mentore Konstantin si può fidare: aveva promesso di tornare a prenderla una volta terminato il compito e invece l’ha abbandonata all’inferno.

Tra i personaggi della serie Konstantin è forse quello che più assolve allo stereotipo del cattivo, se è vero che non sembra provare alcuna pietà non solo per Villanelle, ma perfino per la sua stessa famiglia. Di fronte alle minacce della ragazza di scuoiare la moglie e la figlia, la spia russa si limita ad un gesto di disprezzo, alzando il dito medio, mentre si allontana sul suo motoscafo. Di natura ambigua è anche il suo rapporto con Carolyn, con cui ha sviluppato in passato una collaborazione all’insaputa del suo capo all’intelligence russa. Konstantin sembra essere in rapporti molto stretti con l’Associazione che commissiona i delitti a Villanelle, ‘I 12’, ma, anche di fronte alla minaccia di morte della ragazza, dichiara di non essere uno di loro e di non conoscerne i nomi.

Come abbiamo visto a livello narrativo tutta la vicenda ruota attorno alle due protagoniste, passando per momenti più riusciti e altri meno, appoggiandosi, volutamente, su clichè propri del genere (inseguimenti, doppiogiochismo, hotel decadenti, etc.) e altri propri delle rappresentazioni geografiche (I cipressi toscani, il cielo grigio londinese, gli appartamenti parigini, etc.). Nei primi episodi il ripetersi sistematico degli omicidi ed il progressivo avvicinamento tra le due protagoniste rende lo sviluppo piuttosto prevedibile, ma per fortuna l’attenzione dello spettatore è tutta per il rapporto tra le due donne, a dimostrazione di come questo svolga un ruolo determinante, nel bene come nel male, per lo show.

La fotografia è in grado di passare con naturalezza dagli interni cupi degli hotel russi al calore della campagna toscana, dal riposante verdeggiare del countryshire inglese alla luce fredda berlinese, riuscendo sempre a supportare in modo felice la sceneggiatura e sposandosi con costumi affascinanti e seducenti, specie per quanto riguarda Villanelle e la sua passione per il lusso.

Killing Eve è una serie godibile e ben fatta che ha raccolto meritati apprezzamenti (la seconda stagione è già confermata), ma che nel complesso ci è sembrata sopravvalutata dalla critica internazionale.

Titolo originale: Killing Eve
Numero degli episodi: 8
Durata media ad episodio: 55 minuti
Distribuzione: Tim

CONSIGLIATO: A chi ama l’azione e l’ironia e che pensa che gli eroi non dovrebbero mai prendersi troppo sul serio.

SCONSIGLIATO: A quanti amano le spy story tradizionali, con trame complesse, tanta suspence e senso di claustrofobia.

VISIONI PARALLELE:

Killing Eve, Luke Jennings, Mondadori 2018. Sull’onda del successo dello show, Mondadori ha tradotto e stampato Codename Villanelle. Non l’abbiamo ancora letto e quindi ci risulta difficile esprimere un parere, ma certo è interessante capire quanto la mano di Phoebe Waller-Bridge abbia aggiunto valore all’impianto di Jennings. Se poi avete amato lo show e vi risulta difficile attendere la nuova stagione, questo può essere un valido aiuto.

Nikita, 1990, di Luc Besson. Una spia pronta a tutto, con poca ironia stavolta e la necessità di affrontare scelte obbligate, senza reali alternative. La differenza principale risiede nel fatto che Nikita porta il peso di quello che fa, Villanelle invece ne trae linfa vitale. Anche qui una scena cruenta in cucina, topos talmente diffuso nel genere da lasciar intendere che nel rapporto tra cibo e sangue ci sia qualcosa di più di un facile parallelismo.

UN’IMMAGINE: La presentazione di Villanelle nel primo episodio. In un Eiscafè viennese la macchina da presa si avvicina di spalle ad una donna. Al tavolo di fronte a lei sta una bambina, anch’essa impegnata a mangiare un gelato. Lo sguardo della bambina è curioso, quasi spaventato. La giovane donna le regala un sorriso, freddo e inespressivo. Lei non ricambia: preferisce sorridere al barista che le mostra felice tutti i denti. La donna imita allora il sorriso del barista e stavolta la bambina risponde. Il gesto però non suscita emozione, ma quasi rabbia in lei: Villanelle si alza e uscendo rovescia addosso alla ragazzina la coppetta di gelato che sta mangiando.

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