Colette

Colette **

Il nuovo film dell’inglese Wash Westmoreland, il primo dopo la morte del compagno Richard Glatzer, partner, anche sul set, per oltre vent’anni, è una biografia di Colette, scrittrice e attrice teatrale francese, tra le più influenti nella prima metà del Novecento.

Un altro ritratto femminile dopo quello di Still Alice, che aveva portato Julianne Moore sino al premio Oscar, dunque. Ma anche un film certamente più militante, esplicito nei suoi intenti, raccontando l’affermazione della protagonista attraverso un percorso di emancipazione non solo professionale, ma anche sentimentale e affettiva.

La protagonista Sidonie-Gabrielle Colette è una giovane ragazza cresciuta nella campagna della Borgogna, promessa sposa Henry Gauthier-Villars, scrittore, editore e intellettuale parigino, quattordici anni più grande di lei, che la trascina a Parigi nel mondo della Belle Epoque. Willy, questo il nome con cui tutti lo chiamano, gestisce un piccolo atelier di scrittura, in cui tanti giovani di belle speranze lavorano per lui come ghost writers.

Marito infedele e polemista sbruffone, sempre sul lastrico, Willy spinge Colette a scrivere su dei quaderni le sue storie d’infanzia di provincia. Il risultato non sembra soddisfarlo e Cladine à l’ecole rimane in un cassetto della sua scrivania per quattro anni, fino a che i creditori non la vengono a pignorare.

Un po’ per disperazione ed un po’ per mistero, con qualche correzione, il manoscritto viene pubblicato a nome di Willy. Il successo è travolgente e Colette è costretta ad osservare in disparte il successo del marito. Ma le infedeltà di Willy vengono a questo punto ricambiate, soprattutto con altre donne, in quello che appare un menage piuttosto libertino. La serie dei libri di Claudine aumenta ed il successo è travolgente. Colette però sente sempre più stretto il suo ruolo, quello sociale e quello familiare.

Il film di Westmoreland è una biografia a tesi, molto tradizionale, una sorta di sceneggiato in costume, castigatissimo e imbellettato.

Difficile riconoscere nelle sue immagini il regista che ha cominciato la sua carriera nel porno e con Bruce La Bruce. Colette è un film non solo fondamentalmente innocuo, edulcorato, che tradisce profondamente lo spirito anticonformista e libero della sua protagonista, ma un film di modestissima fattura.

Tutto suona di maniera, la messa in scena è priva di qualsiasi ispirazione, la regia invisibile, la direzione degli attori sconta una scrittura conformista e preordinata. Le intenzioni di Westmoreland sono anche meritevoli: il racconto di un personaggio femminile che vive la propria sessualità in modo anticonformista e che in modo altrettanto libero decide di affermare se stessa riconquistando il diritto al proprio nome ed alla fama, senza accettare le convenzioni dell’epoca e gli obblighi patriarcali, poteva essere significativo in questi anni di women empowerment e di nuova consapevolezza femminile.

Solo che il suo Colette è non solo del tutto innocuo, telefonato nelle sue scelte, sempre prevedibile,  privo di qualsiasi urgenza narrativa e incapace di uscire da un perbenismo che traspare da tutte le immagini. La Knightley, che non brilla per espressività, qui è ancor più costretta in un ruolo che si vorrebbe libertino e scandaloso e che appare invece confezionato e di maniera.  Nata per interpretare personaggi in costume, la Knightley dovrebbe però scegliere meglio i suoi personaggi, per non rischiare di diventare un cliché.

Tutto il film sembra come trattenuto, auto-censurato. E’ un continuo vorrei, ma non posso. Si muove in un territorio stranoto e il messaggio che vuole testimoniare è strillato con il megafono, senza alcuna sottigliezza.

Sempre più spesso assistiamo a prodotti americani che utilizzano una drammaturgia ipertradizionale, classica in senso deteriori, debitrice di una messa in scena che troveremmo inimmaginativa persino per un prodotto televisivo degli anni ’50.

Se Colette avesse visto il film che le è stato dedicato – peraltro girato tutto in inglese, onostante protagonisti e set siano interamente francesi – non avrebbe esitato a pubblicare una stroncatura ben più feroce di questa.

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