Time

Time **1/2

Settembre 1997, Robert Richardson e la moglie Sibil Fox sono due giovani di colore di belle speranze. Hanno già due figli da mantenere e vogliono aprire il primo negozio di abbigliamento hip hop a Shreveports. Quando uno dei finanziatori si tira indietro, davanti a loro c’è l’incubo del fallimento. Sibil è incinta di due gemelli. Disperati, decidono di rapinare la banca locale. Il loro bottino è di appena 5.000 dollari. Vengono subito presi.

Lei patteggia una condanna a tre anni, lui ci prova per una sotto i vent’anni, ma le cose vanno diversamente e viene condannato nel 1999 a 60 anni di reclusione, senza condizionale e senza libertà vigilata.

In Time, il documentario della regista newyorkese Garrett Bradley, premio per la miglior regia al Sundance 2020, tutto questo non c’è.

Non è un altro true crime, non è un altro film di denuncia di un innocente accusato ingiustamente.

E’ il racconto lungo vent’anni, di una donna che ha pagato il suo debito con la giustizia, ha raccolto attorno a se una famiglia di sei figli, ha ricostruito la propria vita testimoniando le ingiustizie del sistema, senza nascondere le proprie colpe.

La battaglia di Sibil, che tutti chiamano Rich Fox, dopo aver cresciuto i suoi figli, è quella di riuscire a far uscire dal carcere il marito Rob, dopo venti lunghissimi anni di detenzione, in cui le è stata concessa solo una visita di due ore ogni due settimane.

Il film della Bradley è costruito a partire dagli home movies familiari della protagonista, messaggi video inviati al marito, confessioni, appunti, dichiarazioni d’affetto, che mostrano come il tempo abbia trasformato le persone, non solo fisicamente.

Sibil è una forza della natura. Uscita di prigione ha chiesto scusa alla sua famiglia, alla sua comunità, alle persone che aveva ferito e forse anche grazie alla fede e retorica evangelica ha cominciato a parlare della sua storia, cercando un riscatto non solo individuale.

Siamo pur sempre all’interno di un universo molto americano, di quell’America profonda e sudista in cui si risponde Madame e Sir quando ci si rivolge a persone che non si conoscono, che vive ancora nel mito di un sogno che non smette mai di ammaliare, che mostra i segni di un razzismo di cui è ancora impregnata la terra e i suoi umori.

Mahlik, la madre di Sibil è la più esplicita sul sistema giudiziario: “E’ come ai tempi della schiavitù. L’uomo bianco ti tiene dentro finchè non decide di farti uscire. Non è giustizia, è vendetta personale”. 

Ma è anche la più lucida nel condannare le scelte dei due ragazzi: “Fare del male non ti porterà del bene”. 

La Bradley usa immagini di repertorio per far comprendere il tempo perduto, che non ritornerà più, ma segue anche la sua protagonista negli ultimi anni, nel suo tentativo testardo di trovare finalmente un giudice capace di ascoltare davvero.

I minuti che Sibil passa al telefono con le cancellerie, per sapere se il giudice ha finalmente deliberato, anno dopo anno, sono momenti di attesa snervante, tempeste emotive che solo la cortesia sudista riesce a tenere sotto controllo.

Il film però lascia sullo sfondo la denuncia per far emergere il ritratto personale e familiare, l’aspetto emotivo. Per questo le scelte musicali mi paiono decisamente esagerate: il piano solo e poi gli archi nel finale, cercano una sottolineatura che non ha ragion d’essere, soprattutto se accompagnata a due abbracci liberatori, che già raccontano tutto.

Il rischio di Time è forse proprio nella retorica della rinascita, soprattutto se accoppiata alla retorica da pastore di Sibil, che la usa in modo molto teatrale per raccontare e raccontarsi.

Efficace invece, nel finale, il riavvolgersi del nastro dei ricordi, che testimonia il tentativo impossibile di riportare indietro l’orologio della storia personale di Rob e Sibil.

Girato interamente in bianco e nero, co-prodotto dal New York Times, acquistato e distribuito da Amazon.

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