La regina degli scacchi: come sconfiggere il maschilismo in poche, semplici mosse

La regina degli scacchi ****

Anya Taylor-Joy, l’attrice protagonista di The Queen’s Gambit, ha rivelato di essersi così appassionata al gioco degli scacchi, da aver acquistato un set da viaggio, che ora porta sempre con sé. “Mi ha resa molto popolare con le troupe, ci divertiamo tutti a giocare nei tempi morti”. Uno dei motivi del successo di The Queen’s Gambit, titolo impropriamente tradotto in italiano con La Regina degli Scacchi (gli autori con “gambetto di donna”, una mossa di apertura, alludono alle strategie di attacco messe in campo da Beth Harmon per affermarsi in una società rigidamente maschilista), sta nel saper trasmettere anche ai neofiti il fascino della scacchiera. Intrattenere ed emozionare il pubblico insistendo su un tema simile non era semplice.

La miniserie Netflix, in testa alle classifiche dello streaming, ha fatto centro con pieno merito. “Spero che la sua storia ci faccia capire quanto tutti dovremmo ambire a una società in cui non ci venga detto cosa possiamo o non possiamo fare, in cui non ci venga vietato il sogno di diventare qualsiasi cosa si voglia, e soprattutto non esistano differenze in base al sesso o al colore della pelle”. La Regina degli Scacchi segue Beth nel suo difficile percorso di crescita ed emancipazione. Di certo, Anya Taylor-Joy con la sua interpretazione magnetica, ha alzato l’asticella delle sue quotazioni, già in rialzo dopo il film Emma. di Autumn de Wilde, distribuito digitalmente nella primavera scorsa.

Elogi necessari vanno alla piccola Annabeth Kelly e alla giovanissima Isla Johnston, attrici che impersonano Beth Harmon nel primo episodio. America profonda, anni Cinquanta: la morale puritana colonizza le coscienze e indirizza i protocolli educativi. Una bambina dai capelli rossi, dopo la morte della madre (si è suicidata?), resta sola al mondo ed è spedita dalle autorità in orfanotrofio. Il padre, intuiamo, è per lei un’entità misteriosa e assente. In attesa di una possibile e non sempre probabile adozione, Beth riceverà una formazione utile a comportarsi “da donna”. Il futuro che l’attende è incardinato in un destino di sposa e di madre? Le ingiustizie sociali e le tensioni razziali raggiungono le giovani ragazze tra le mura dell’istituto: se sei nera, rischi di restare a lungo un’ospite della struttura. Diverso è il discorso se sei bianca e carina.

Le vie dell’amministrazione per garantire pace e morigeratezza all’interno delle camerate sono infinite. Ogni giorno alle allieve vengono somministrate due pillole. Una di queste è spacciata come utilissima “vitamina” ma non lo è. Verità storica: il massiccio uso di tranquillanti negli orfanotrofi, per quanto oggi possa sembrarci abominevole, era allora una pratica diffusa. “Ci sono rimasta di stucco quando l’ho scoperto”, ha dichiarato nell’intervista Anya Taylor-Joy. La Regina degli Scacchi accende i fari su una tipica contronarrazione della Storia americana.

Ormai sappiamo che in piena guerra fredda le agenzie governative si interessarono all’uso mirato di stupefacenti e allucinogeni. Le inquietanti sperimentazioni portate avanti dalla CIA sulla popolazione in piena guerra fredda, vedi il tristemente noto programma MK Ultra, sono accertate da varie prove e testimonianze. Per le ospiti dell’istituto, la droga è un diversivo, una via di fuga dal grigiore.

La vicina di letto di Beth, la sboccata Jolene, consiglia alla neo-arrivata di non ingoiare subito la magic pill e di conservarla per la notte… Beth imparerà presto a piegare questo trucco a suo vantaggio. Se una pillola addormenta, molte pillole mandano in cortocircuito le sinapsi e stimolano inaspettate connessioni creative. È, a tutti gli effetti, la prima di una lunghissima serie di mosse vincenti.

Come in ogni favola moderna che si rispetti, anche qui abbiamo la figura archetipica dell’oscuro maestro. Mr Shaible, interpretato da Bill Camp (ricordiamo, tra i suoi ruoli recenti, quello dell’ispettore Garrity in Joker di Todd Philips), è un umile custode che nel polveroso silenzio di un seminterrato gioca a scacchi da solo e che agli occhi della direttrice e del personale resterà per sempre un uomo di fatica privo di doti. Beth imparerà da lui le regole basilari, gli schemi classici, l’arte della pazienza e la nobile scelta della rinuncia, ovvero il momento di alzare bandiera bianca perché messi all’angolo dall’avversario senza alcuna possibilità di ribaltare l’esito della partita. La piccola Beth vede i pedoni muoversi a folle velocità nella sua mente e proietta le sue visioni sul soffitto, di notte, complici le pillole ingurgitate di nascosto. Cosa sono quindi gli scacchi per lei, se non una forma originale di salvezza, uno scudo posto tra sé e le intemperie? “Fu la scacchiera a colpirmi, esiste tutto un mondo in quelle 64 case, lì mi sento sicura”.

Non meraviglia il disinteresse di Beth per la religione tradizionale o codificata. Non meraviglia il rifiuto opposto, molti anni più tardi, alle pie donne della Cristian Crusade, che vorrebbero costringerla a una pubblica dichiarazione di anticomunismo in cambio di un congruo sostegno economico. Beth, già campionessa in patria, non andrà in missione a Mosca in nome di un dio a stelle e strisce, non si assumerà l’onere di infliggere una sonora sconfitta ad un’incarnazione del marxismo ateo.

No, Vasily Borgov sarà per lei un rivale acerrimo sul piano del gioco, una pietra d’inciampo sulla strada dell’eternità, dell’assoluto, della consacrazione massima. E il viaggio a Mosca sarà l’ultima tappa di un sentiero glorioso e accidentato, senza implicazioni ideologiche o politiche. Adepta di un culto purissimo ed esclusivo, ossessionata dalla perfezione, sicura all’eccesso dei suoi mezzi, Beth cede a tentazioni che minano la sua integrità di scacchista.

Una domanda le balla in testa come il più perfido dei dubbi teologici: sono l’alcol e le droghe a tenerla in vita, a renderla (quasi) imbattibile? Oppure, nonostante l’alcol e le droghe, è comunque diventata ciò che è? Le pillole che continua ad assumere anche da adulta sono, insieme, la prova e la confutazione del suo genio. Beth cammina sul confine sottile che separa l’esaltazione dall’autodistruzione.

La Regina degli Scacchi ricostruisce con cura l’arazzo sociale ed estetico dei Sixties puntando su mode, interni, musica, acconciature, senza lesinare sui dettagli anche minuti, ad indicare una precisa cornice storica (quando Beth ruba dal droghiere una rivista di scacchi, è impossibile non notare il numero di Newsweek del giugno 1963 con JFK e la sua famosa frase Ich Bin Ein Berliner in copertina). Beth è adottata da una “famiglia cristiana” del Kentucky, il “Bluegrass State” conservatore che in queste ultime, tormentatissime elezioni presidenziali ha riposto di nuovo la sua fiducia in Donald Trump.

Nella serie gli uomini brillano sempre per provvisorietà o supponenza. Il marito di Alma Wheatley, madre adottiva della ragazza, abbandona il tetto coniugale e sparisce, inghiottito dalla sua meschinità.

Se i maschi adulti fuggono a gambe levate dalle responsabilità, i giovani agitano davanti a Beth il ventaglio di tutti i propri radicatissimi pregiudizi. Un esempio? Al suo cospetto, perfino in gara, i rivali si abbandonano a comportamenti leggeri e maleducati, salvo rimangiarsi la spocchia dopo le prime mosse di Beth, fulminee e disorientanti. Gli attacchi feroci sono il preludio a strepitose vittorie-lampo.

Beth non concede compromessi, non si ferma al pareggio. Vincere equivale a dimostrare nei fatti una supremazia, che è frutto di applicazione maniacale a un talento di probabile derivazione genetica (in un flashback vediamo la madre biologica gettare nel fuoco la sua tesi di dottorato in matematica). I compagni di scacchi, incontrati e battuti nei vari tornei, sono riluttanti ad ammettere di aver imparato qualcosa da lei. Molti, pur ammirandone a posteriori la prodigiosa e istintiva bravura, si pongono piuttosto nella posizione comoda e privilegiata di insegnanti. A volte, di buoni insegnanti, a confronto di un soggetto perfezionabile.

La scalata della Regina è irresistibile e si avvale della complicità di Alma, interpretata da Marielle Heller, attrice, sceneggiatrice e regista del pregevole Copia originale del 2018. Il rapporto tra le due è assolutamente centrale. Alma, plasmata in un ambiente maschilista e segregazionista, che ne condiziona i pensieri (“una donna deve conoscere l’arte del risparmio”, “le uniche ragazzine che lavorano sono di colore”), sfoga le sue frustrazioni di pianista mancata nel fumo e nella bottiglia. Vizio mutuato, come detto, dalla figlia. Alma si improvvisa manager di Beth. È un connubio virtuoso. Beth grazie alle dritte estremamente pragmatiche della madre adottiva si trasforma in una macchina per fare soldi: il denaro è un aspetto del tutto secondario per Beth, al contrario essenziale per Alma. In poco tempo, non sarà più Alma a dare la “paghetta” a Beth. I ruoli si invertono, sotto forma di percentuale calcolata sui premi vinti. È l’America, bellezza.

Noi americani siamo individualisti”, dice Benny Watts, agguerrito rivale di nero vestito, poi amico, tiepido amante e soprattutto coach tra le pareti di un “sottano” a NYC. “Loro, i russi, fanno squadra”. Benny ha il volto da falso ragazzino di Thomas Brodie-Sangster, già ne Il Trono di Spade, mentre lo spasimante pronto a rifarsi i connotati pur di conquistare Beth, Harry Beltik, è interpretato dall’harrypottiano Harry Melling. Ah, l’amore… la ragazza si invaghisce di Townes, l’unico che non può garantirle l’affetto nei modi desiderati. La travolgente energia di Beth spingerà Watts, Harry e gli altri (maschi!) a sotterrare le reciproche invidie in nome di un’inedita coalizione. Perché se è vero che l’uomo, per sua natura e colpa, presume di essere nato insegnante, è altrettanto vero che per battere il gelido compagno Borgov serve un’alleanza straordinaria attorno alla stella indiscussa, Beth. Un escamotage retorico e di sicuro impatto, così come l’escalation finale, dove scopriamo che l’attaccamento agli scacchi dei russi origina da una passione popolare coltivata nei parchi pubblici, alla stregua di quanto accade nei Jardin du Luxembourg di Parigi con le pétanque, le bocce.

Sotto il manifesto del torneo mondiale, ispirato all’iconografia socialista, Beth porta a compimento un miracolo laico: concedere un autografo alle donne moscovite che, in visibilio, attendono l’uscita dall’austero palazzo della yankee demolitrice di uomini. Beth è un concreto esempio di affermazione. La campionessa russa di scacchi, alla faccia dell’emancipazione, assiste ai suoi trionfi, mestamente seduta tra il pubblico, con l’espressione triste da romanzo ottocentesco, lei che con gli uomini non ha mai avuto l’opportunità, o l’autorizzazione, di giocare…

Insomma, se Beth fosse stata una donna del vecchio West avrebbe preso in mano un fucile come le terribili pistolere di Godless, altra splendida creatura di Scott Frank, ideatore e regista di The Queen’s Gambit. La sceneggiatura solida è un’evidente qualità de La Regina degli Scacchi, una tra le serie più “letterarie” e ben scritte in circolazione (doveroso ricordare la consulenza commissionata al grande Garry Kasparov), sicuramente oltre gli standard medi delle recenti produzioni di Netflix. Beth Harmon e Alma Whitley, per spessore e credibilità, potrebbero essere le protagoniste di un racconto di Katherine Anne Porter o di Flannery O’Connor.

Parole, occhiate furtive, silenzi: Anya Taylor-Joy è un portento. Al di là delle pur ottime performance del restante cast, è lei ad assicurarsi, di prepotenza, il centro della scena. L’attrice riempie gli spazi con la sua bellezza acerba, incline ad un sottile e perturbante “lolitismo”, grazie a movimenti che ne tradiscono la formazione da danzatrice classica. Il suo sguardo ipnotico in macchina da presa pare una sfida lanciata allo spettatore. Una sfida a guardarsi dentro. Il rischio è che il personaggio le rimanga cucito addosso. Beth Harmon sa che il primato è un punto di non ritorno. Così, la domanda ad un abilissimo rivale in erba troppo fiducioso in se stesso, resta sospesa nell’aria, quasi un quesito filosofico che non può avere risposta: “Se diventi campione del mondo a sedici anni, cosa ti rimane dopo?”.

Titolo originale: The Queen’s Gambit
Numero degli episodi: 7
Durata media ad episodio: tra 45 minuti e 70 minuti l’uno
Distribuzione: Netflix
Uscita: 23 Ottobre 2020
Genere: Drama

Consigliato a chi: ha ritrovato il libro della sua infanzia ad anni di distanza, avrebbe la faccia tosta di paragonarsi a Michelangelo.

Sconsigliato a chi: non ripensa mai ai propri errori, si è ubriacato nel giorno meno opportuno.

Letture parallele:

La Regina degli Scacchi è dedicata alla memoria di Iepe Rubingh, imprenditore prematuramente scomparso e ideatore del Chess Boxing, disciplina che coniuga due nobili arti: la boxe e gli scacchi. Rubingh si ispirò a una graphic novel, Freddo Equatore di Enki Bilal, pubblicata nella Trilogia Nikopol da Alessandro Editore nel 2018;
Nel 1946 Alexandre Alekhine, detentore del titolo di campione del mondo di scacchi, viene trovato privo di vita in una stanza d’albergo: morte accidentale o cold case? L’indagine è al centro di Teoria delle ombre, romanzo di Paolo Maurensig pubblicato da Adelphi nel 2015.

Una frase: È il tuo destino, afferralo”, simbolico ed enfatico passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo.

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