Cosa sarà

Cosa sarà **1/2

Il quarto film di Francesco Bruni, dedicato al collega Matti Torre, prematuramente scomparso, chiude la Festa di Roma, dopo aver cambiato titolo e date, a causa della pandemia.

Andrà tutto bene diventa Cosa sarà, ma rimane una commedia agrodolce sulla malattia, sugli equivoci del passato e sullo spettro della morte, che per lui, come per Kim Rossi Stuart, è anche un corpo a corpo personale con la propria biografia.

Il film comincia con un flashback nell’infanzia del protagonista, il regista Bruno Salvati. Poi ci ritroviamo in Ospedale, al Gemelli di Roma, nel reparto oncologico, in una stanza sterile, dove Bruno attende un trapianto di midollo. Perderà i capelli e poi le sopracciglia per la chemioterapia, mentre a poco a poco, il film ricostruisce il lungo e tragicomico percorso della scoperta casuale della malattia, della necessità di individuare un donatore compatibile, mentre vita professionale e personale del regista è ad un bivio: i suoi film non incassano, il suo produttore non riesce a mettere in piedi il successivo, sua moglie si è presa una pausa di riflessione e i suoi due figli reagiscono in modo diverso alla sua malattia.

Quando nessuno dei due ragazzi potrà proporsi come donatore, sarà il padre di Bruno a recuperare dal passato una storia di tradimenti e infedeltà che apre la strada ad un’ultima speranza.

Dopo aver scritto tutti i film di Paolo Virzì da La bella vita a Il capitale umano, adattato per la tv il celeberrimo Commissario Montalbano di Camilleri e collaborato con Mimmo Calopresti, Roberto Faeza, Francesca Comencini e Ficarra e Picone, Bruni da un decennio ha deciso di passare anche dietro la macchina da presa, grazie al fortunato esordio di Scialla!

Tuttavia i suoi film successivi sono rimasti quasi invisibili, accolti con una certa distratta indifferenza.

Non meno sfortunato questo suo ultimo, che si è trovato in mezzo alla più severa crisi del cinema italiano da oltre un secolo, ed è curioso come sia profeticamente centrali mascherine, camici, guanti, distanziamento e un set in buona parte ospedaliero, anche se la pandemia non c’entra nulla.

Così come il suo protagonista, Francesco Bruni ha girato una commedia che non fa ridere, ma che cerca di raccontare l’angoscia della malattia, senza cadere nel melodramma, restando a ciglio asciutto, navigando tra le fragilità del suo protagonista, le miserie e i riscatti del padre, le differenze caratteriali dei figli e gli equivoci con la moglie.

Anche se mette in scena un regista, Bruni cerca di restare fedele alla realtà, con le sue montagne russe emotive, con i suoi sorrisi amari, le sue lacrime agrodolci.

E nonostante qualche caduta e qualche incertezza nei toni, ci riesce.

Il film si muove tra gli interni romani, dell’ospedale e della casa di Bruno, e la Livorno dove il passato lo riporta, in cerca di una speranza e di una nuova famiglia.

Anche se non scivola nei cliché del cancer movie, nel suo percorso di risalita, il film passa attraverso tappe risapute e piuttosto ordinarie.

Tuttavia la sincerità dell’ispirazione, l’autoironia e la generosità di Rossi Stuart, prima scavato e ingrigito, poi maschera dolente e disumanizzata dalla battaglia, gli consentono di far dimenticare qualche macchiettismo di troppo.

Aperto dalle note di Perfect Day di Lou Reed e chiuso da Altrove dei Bluvertigo, Cosa sarà restituisce bene, anche nel finale, il senso di provvisorietà, il sollievo per aver aver vinto una battaglia, in un conflitto che vale una vita.

E’ un film di resistenza e di affetti quello di Francesco Bruni, ancor più necessari in questo tempo sospeso. 

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