Godless, il diario di un’America senza Dio

Godless, ovvero, alla lettera, I senza Dio, si apre con un massacro indicibile e si chiude con una panoramica bellissima, uno sguardo gettato sull’Oceano Pacifico. Tra l’inferno di partenza e il paradiso guadagnato si schiude una narrazione tutta americana di violenza e di riscatto. Godless è una serie Netflix sviluppata in sette puntate. Ideatori e produttori esecutivi sono Scott Frank e Steven Soderbergh. Il primo è una delle firme più apprezzate di Hollywood: al suo attivo, la sceneggiatura di Logan, Wolverine, The Interpreter, Minority Report e Out of Sight; il secondo, è appena il caso di presentarlo. Vincitore della Palma d’oro nel 1989 grazie a Sesso, bugie e videotape e dell’Oscar come miglior regista nel 2001 con Traffic, il cineasta di Atlanta è indiscutibilmente un peso massimo del cinema mondiale. Chi scrive questa recensione non gli perdona l’eresia di aver provato a rifare, con esiti mediocri, Solaris, capolavoro di Andrej Tarkovskij, e pensa anche che, dopo la pregevole doppietta sul Che, le polveri della creatività si siano bagnate. Detto ciò, Godless è un piatto prelibato tra i prodotti seriali del 2017.

Il genere western tagliato per il piccolo schermo ha subìto uno scossone evolutivo, una decina d’anni fa, per merito di Deadwood. Di recente, il pioneristico Westworld gli ha inferto una torsione distopica inaspettata e salutare. Godless introduce altri elementi di novità, in una logica di superamento di vecchi cliché. New Mexico, 1884. Una minuscola città, La Belle, abitata e amministrata quasi esclusivamente da donne, tutte vedove. Una donna sindaca, lesbica, carismatica e dal grilletto facile. Uno sceriffo quasi cieco. Un eroe dal cuore tenero che non sa né leggere né scrivere. Un ragazzino mezzosangue che ha paura di cavalcare. Un’ex prostituta riadattata a maestra di scuola. Una proto-hippie a cui piace girare per strada completamente nuda. Un vicesceriffo bianco innamorato di una ragazza di colore. Una finta suora a capo di un orfanotrofio. Un killer messianico fissato con una profezia su se stesso, clamorosamente errata. Ecco descritto, in rapida sintesi, il caos di una terra senza Dio.

Un doppio big bang innesca Godless. Nei pressi di Creede, Colorado, un assalto ad un treno pieno di dollari segna la fine del rapporto tra Frank Griffin, spietato capobanda, e Roy Goode, suo amico e figlio adottivo. Roy, già distaccatosi dal gruppo, aspetta che i fuorilegge guidati da Frank si impossessino del bottino, per derubarli a sua volta. Durante l’inseguimento, Roy, pistolero formidabile, spara a Griffin e gli tronca un braccio. La banda torna indietro, brucia le case e si accanisce contro la popolazione, bambini compresi. Un’azione in stile Isis. L’altra tragedia, accaduta un paio di anni prima, è la morte collettiva degli uomini di La Belle, impiegati nella locale miniera di argento. Un disastro minerario li uccide tutti e costringe alla vedovanza, in un colpo solo, l’intera componente femminile del villaggio. Roy giunge a La Belle e qui le due vicende si incrociano. Griffin è mosso dalla sete di vendetta e lo cerca ovunque. In una scena chiave, profana una chiesa in sella al suo cavallo e proclama, davanti a fedeli attoniti, una sentenza di morte per tutti coloro che avranno la cattiva idea di aiutare il ribelle nel suo tentativo di fuga.

Alice Fletcher, interpretata da Michelle Dockery (la Lady Talbot di Downtown Abbey), è la bella ‘strega’ del luogo. Accusata di gettare il malocchio sull’intera cittadina, in realtà, è solo più sfortunata di altri. Alice è lacerata da sentimenti antagonisti. Tornare a Boston o restare nelle pianure con il figlio e la suocera paiute? Cedere alle lusinghe dello sceriffo McNue o accettare la solitudine? Il giovane Roy Goode, ovvero Jack O’Connell (il James Cook della serie britannica Skins), nel suo peregrinare incontra casualmente Alice e ne sconvolge la quotidianità. Tra i due, è attrazione. Ma Roy si porta appresso una lettera ricevuta da Jim, fratello lontano. Il fuggitivo non sa leggere. Alice diventa sua insegnante e, grazie al dono della lettura, Roy scopre che nella missiva è contenuta una speranza.

Godless non è una serie ideologicamente neutrale. C’è un dialogo significativo. Nel secondo episodio lo sceriffo McNue dice alla sorella, vedova e sindaca della città al posto del defunto marito: “Guardati. Non sei più la stessa. Non ti vedo più materna”. Materna? La risposta è bruciante come una pallottola sparata da una calibro 38. “Non tollero più che io e le mie sorelle dobbiamo realizzarci attraverso il parto e la maternità”. In quali film western si è mai sentito un assunto femminista così esplicito? Merrit Weaver, trentottenne attrice con una solida esperienza teatrale e cinematografica alle spalle, trasmette, anche fisicamente, un senso di forza. Mary Agnes McNue sta a Godless come Eileen Candy Merrell sta a The Deuce. In entrambi i casi, donne che rivendicano un’autonomia e alla fine la conquistano, innanzitutto riacquistando il potere sul proprio corpo. Fuori dagli schemi del politically correct è la scelta di rappresentare la violenza patriarcale nella figura dei neri Buffalo Soldiers accampati a Blackdom, maschilisti e, verità storica, assassini di Cheyenne su mandato del governo centrale.

Che la linea gotica passi da questo confronto tra la tradizione e la trasformazione sociale è confermato dall’irruzione della compagnia Argento Vivo a La Belle, e in particolare degli uomini di Ed Logan, capo della sicurezza, subito autoproclamatosi nuovo sceriffo. In una riunione che ricorda molto le atmosfere de Il Petroliere di Paul Thomas Anderson, i padroni di Argento Vivo fanno un’offerta alla comunità. Sono disposti a rilevare le attività minerarie, bloccate dopo la tragedia. Mary Agnes, dura negli affari come in tutto il resto, giudica irricevibile la proposta, ma viene messa in minoranza dal voto delle sue concittadine. Cosa cercano le donne di La Belle? Soldi o compagnia maschile? Alletta di più la prospettiva di diventare ricche o quella di avere un nugolo di giovani operai attorno a loro? La bella maestra locale fiuta l’aria quando dice ad Alice Fletcher: “ci sono più sinonimi per ‘puttana’ che per ‘dottore’ o ‘avvocato’”. Le solitarie donne del paesino del New Mexico per l’occhio maschile sono prede. All’avvicinarsi della banda di Griffin, l’antipaticissimo Ed Logan se la svigna con tutti i suoi guardiaspalle. Toccherà alle vedove difendere la cittadina, in una sequenza memorabile, degna di un film di John Ford. La parità è raggiunta nella battaglia.

Godless è una serie dai ritmi lenti. Lunghe panoramiche si alternano a silenzi. Momenti estatici alla Sergio Leone sono intervallati ad esplosioni di efferata violenza. Scott Frank usa, classicamente, l’espediente dei flashback per indagare il vissuto dei protagonisti, volti segnati da irreparabili perdite e sradicamenti. “A volte quelli che ami sono anche quelli che odi, soprattutto quando sei in culo al mondo e in mezzo al nulla”, dice un tagliagole a giustificazione del massacro familiare perpetrato dai sanguinari fratelli Devlin. Uomini e bestie condividono l’orizzonte di una nazione senza regole. Lo sceriffo McNue perde la vista, come i muli usati in miniera. Il malvagio Griffin addomestica i cavalli selvaggi citando Senofonte. Nello stato di natura la morte è un evento altamente probabile, legato a parametri casuali. Il confine tra civiltà e barbarie è tracciato dalla buona volontà di uomini di legge fatalmente soli.

Quale malattia circola nelle vene dell’arcaica America, confusa tra pionieri e segni miracolosi? Griffin, interpretato da un perfetto Jeff Daniels, si definisce predicatore. Il suo Verbo, più che l’amore, è la spada. Certo, non lesina gesti di pietà. Quando s’imbatte in un gruppo di vaiolosi moribondi, a rischio di infettarsi, decide di seppellire i morti. Dopo uno sterminio, piange sui cadaveri versati, chiedendosi il perché di tanta oscenità. Autentica misericordia? No. In Griffin vi è l’urgenza di purificare il mondo dal male e di formare un erede. Fino al tradimento, Roy Goode è il rampollo del clan, plasmato in un ferino processo di apprendistato. “Un fucile a ripetizione trasforma un uomo in venti uomini”. “La famiglia è tutto, figliolo, senza famiglia saremmo perduti”. Quando gli volta le spalle, l’ex trovatello entra nella sua lista di impurità da spazzare via. La coppia Frank/Soderbergh lancia un messaggio politico contro il neopuritanesimo, principio egemone della Bible Belt, fiore velenoso sbocciato definitivamente con la presidenza Trump.

Godless è una serie prossima, per caratteri e complessità, agli splendidi racconti di Percival Everett sull’ovest contemporaneo (In un palmo d’acqua, Nutrimenti, 2015). In Godless è dipinto un far west allo stesso tempo riconoscibile e anomalo. Gli Stati Uniti emergono per ciò che sono, un grande Paese costruito su omissioni della memoria e insanabili contraddizioni. Bianchi e neri, pellerossa e mezzosangue, donne e uomini, ingaggiano una lotta per la sopravvivenza, nell’anarchia di una terra selvaggia dove i serpenti portano il peccato strisciando e le pallottole volano come mosche.“Qualche volta è più facile tornare a casa e portare rancore, con l’orgoglio ferito, che andarsene in giro a farsi ammazzare”. Parole rivolte da Roy Goode a Truckee, il figlio quasi adolescente di Alice Fletcher, impaziente di vendicarsi per un’offesa subita. Il lungo cammino verso la civilizzazione passa da tappe intermedie, e progressive. Viviamo in un’epoca, la nostra, in cui questa linea proiettata al futuro sembra essersi interrotta.

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