Hollywood: sliding doors alla Mecca del Cinema

Hollywood **1/2

Hollywood è la storia di un gruppo di aspiranti attori che, nell’America che si sta ricostruendo dopo la seconda guerra mondiale, cerca di trovare la propria strada nel mondo dello spettacolo scontrandosi non solo con una concorrenza agguerrita, ma anche con pregiudizi e stereotipi. Del gruppo fanno parte Raymond Ainsley (Darren Criss), un giovane regista filippino-americano, Anna May Wong (Michelle Krusiec), un’attrice sino-americana, Archie Coleman (Jeremy Pope), uno sceneggiatore gay afroamericano, Camille Washington (Laura Harrier), un’attrice afroamericana, Rock Hudson (Jake Picking), un attore gay, Claire Wood (Samara Weaving) a cui sembra preclusa la carriera cinematografica perché figlia del capo della Ace Picture ed infine Jack Castello (David Corenswet), un ragazzo reduce dal fronte.

Questo gruppo di outsider destinato a cambiare il sistema hollywoodiano si coagula attorno alla pellicola Meg, la storia di una giovane attrice di colore che cerca successo ad Hollywood. Una storia che solo una serie particolare di circostanze rende possibile realizzare, ma che è destinata a trasmettere alla società americana dei valori completamente diversi da quelli fin ad allora veicolati dai media e dal cinema in particolare.

La serie miscela abilmente realtà e finzione, descrivendo molti personaggi realmente esistiti: da star del cinema classico come Vivian Leigh (Rossella O’ Hara in Via col vento) e Rock Hudson (Il gigante), ad attrici emarginate da Hollywood come la prima star sino-americana Anna May Wong (Il ladro di Bagdad, Piccadilly) ed Hattie McDaniel, la prima donna di colore a vincere un Academy Award per l’interpretazione di Mammy in Via Col vento. C’è molto delle loro vite nel racconto di Murphy: davvero ci vollero ben 37 ciak per far dire la prima battuta a Rock Hudson, solo che il film non era Meg, ma Falchi in picchiata!

Davvero Rock incontrò Wilson che gli consigliò di cambiare nome e rifare i denti. Diverso, molto diverso, sarà invece l’approccio con la propria sessualità se è vero che, probabilmente proprio su consiglio del suo manager, Rock arriverà al punto di sposare la segretaria per mettere a tacere le molte voci sulla propria omosessualità. Bello e prestante, Hudson era particolarmente adatto ad interpretare il maschio americano e l’accoppiata con Doris Day, la donna intraprendente e romantica che tutte le americane volevano essere, era perfetta, al punto da tradursi non solo in tre pellicole di successo (Il letto racconta …, Amore, ritorna! E Non mandarmi fiori!), ma anche in una solida amicizia. Corrisponde ad un fatto realmente accaduto che ad Hattie McDaniel non fosse stato permesso di sedersi insieme al resto del cast di Via col vento alla cerimonia di premiazione degli Oscar.

Henry Wilson, interpretato nella serie da Jim Parsons (Big Bang Theory) potente agente di attori come Lana Turner, Joe Derek, Guy Madison, aveva davvero una dubbia reputazione ed è stato accusato a più riprese di sfruttare ed intimidire i propri clienti, specie i più giovani. Ernie West (un ottimo Dylan McDermott), al secolo Scott Bowers, nel 1946 incominciò a lavorare alla Richfield Oil Gas Station, offrendo con successo servizi di natura sessuale alle star del cinema, grazie al posizionamento del distributore, nei pressi dell’Hollywood Boulevard.

Sulla sua figura è stato da poco rilasciato su Sky Arte un interessante documentario, Scotty and the Secret Story of Hollywood. Anche i party a bordo piscina di George Cukor sono eventi reali, con tanto di accompagnatori maschili appositamente selezionati per intrattenere gli ospiti. Gli altri personaggi appartengono invece al campo dell’immaginario, ma sono ispirati a persone realmente esistite, adattate alle esigenze narrative con arte sottile da Murphy e Brennan: tra questi, difficile non restare affascinati dal carisma di Patti LuPone (American Horror Story, Pose) la moglie del capo degli Ace Studios.

E’ un tratto comune a tutti i personaggi della serie il fatto di essere outsider amabili, senza cattiveria e lati oscuri e con poche ambiguità. Psicologicamente risultano personaggi piatti, diversamente dalle opere migliori di Murphy, come Pose. Per lo spettatore è difficile trovare un solo carattere che non abbia tratti positivi: anche i più discutibili, come Claire Wood che in ospedale si preoccupa più per la propria audizione che per il padre ricoverato, o Ernie West, il gestore del distributore dei ragazzi squillo, con il passare del tempo sviluppano sinergie negoziali con lo spettatore.

Anche per Ace Amberg (Rob Reiner!), il proprietario degli Studi Ace che sembra incarnare i disvalori di Hollywood e del business americano, c’è redenzione. Come nelle favole, direbbe qualcuno. No, perché nelle favole i cattivi di solito restano tali fino alla fine, assolvendo al compito  di costringere gli altri a cambiare, crescere, lottare. Un processo sofferto e per nulla facile che aiuta a confrontarsi con le difficoltà che affronteremo nella vita, mentre qui la lotta è davvero poca cosa per essere uno strumento di crescita.

Anche il messaggio è dannatamente amabile. Chi non potrebbe essere favorevole all’idea di un’industria cinematografica più aperta ed inclusiva, senza sfruttamento e discriminazioni? Attraverso i film, usando le parole di Raymond Ainsley, la serie vuole vedere il mondo non com’è, ma come potrebbe essere. E’ una dichiarazione d’intenti che trasporta la storia in un contesto irreale dal tono leggero che spesso però sconfina nella (facile) retorica egualitaria, specie nell’episodio finale, fatto più di proclami che di persone in carne ed ossa. L’architettura della serie rimanda proprio all’imprinting della Hollywood degli anni d’oro, con la differenza che il politically correct ha sostituito i disvalori sociali allora in vigore.

Questa serie oggi riproduce lo stesso meccanismo dei film Hollywoodiani degli anni ’40: produce ideologia, perpetuando una visione dell’individuo come parte di un meccanismo culturale che annulla le differenze e relega ai margini chi da questa ideologia si differenzia.

Da un certo punto di vista è rassicurante assistere ad una rappresentazione che ci fa capire come sia cambiata la sensibilità del pubblico e della società, ma questa operazione rischia di portare con sé il senso di una superiorità culturale che guarda dall’alto in basso i rozzi valori del passato, senza concentrarsi sul rapporto tra la sovra-struttura dell’industria culturale e le sperequazioni della società. Siamo d’accordo sul fatto che lo spettatore durante la visione di un film abbia un’esperienza negoziale per molti aspetti rilevante per la definizione della propria identità e del proprio ruolo sociale ed è altrettanto evidente che la riproposizione di stereotipi e ruoli definiti per le donne, gli afroamericani o le persone asiatiche o l’assenza assoluta di rappresentabilità per gli omosessuali e le lesbiche non facciano altro che supportare e perpetuare la visione dell’élite culturale dominante sui ruoli sociali che queste categorie devono assumere.

Ma è altrettanto vero che il primo problema da superare è l’accesso alla sala (audience) ed il secondo l’avere le capacità critiche per decifrare il meccanismo (spectatorship), per capire le regole del gioco e smascherarlo. Cambiare le caselle serve fino ad un certo punto. Ricordiamoci che il cinema prima di influenzare la società, la rappresenta: tra i due poli in un costante rimando bidirezionale. Se analizziamo la questione dal punto di vista narrativo i disvalori del maschio bianco americano vengono superati con un meccanismo radicale e semplicistico: una volta rimosso Ace Amberg tutto diventa incredibilmente agevole. Non c’è alcuna analisi degli aspetti economici e culturali: il cinema cambia la società in un modo troppo diretto. Sì, c’è un po’ di resistenza, qualche croce bruciata, qualche buu, qualche silenzio imbarazzato durante la premiazione, ma poi tutto scivola via con una semplicità sorprendente. Così come le storie d’amore, naturalmente tutte a lieto fine. Perfino un divorzio finisce con l’essere una situazione propizia per scambiarsi parole di incoraggiamento.

E sia, in ogni caso perdersi nei meandri dell’ultima creazione di Ryan Murphy è piacevole ed avvolgente, soprattutto per quanto riguarda le qualità stilistiche della regia, una scenografia che ha il sapore del grande cinema,  il sapiente uso della musica degli anni ’50 con funzione di accompagnamento, le sontuose interpretazioni di attori in stato di grazia, una sceneggiatura per lo più briosa e ritmata che si sviluppa senza esitazioni né divagazioni nell’arco degli episodi che compongono la serie. Almeno fino al sesto, il penultimo.

Terminata la visione, resta però il senso di una bella idea sprecata e trattata con troppa superficialità e permane anche un po’ di irritazione intellettuale per le reiterate declamazioni dell’ultimo episodio che fa dimenticare anche il piacere estetico provato fino a quel momento.

Titolo originale: Hollywood
Durata media degli episodi: 45 minuti

Numero degli episodi: 7
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: drama

Consigliato: a chi vuole immergersi in un periodo straordinario per la storia del cinema, mettersi in coda in cerca di un’audizione, varcare dopo lunghe fatiche il cancello degli Studio’s, pranzare con le star ed accompagnare la nascita di un film, passo a passo.

Sconsigliato: a chi pensa che non basti una buona idea ed un alto budget per fare una serie degna di memoria.

Visioni parallele: C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. Un’operazione simile, ma dagli esiti diversi: identificare un momento critico, una sliding door a partire da cui la storia (del cinema) avrebbe potuto prendere una strada molto diversa. A Tarantino della società importa poco o semplicemente è al di fuori del suo universo rappresentativo, incentrato più sull’individuo che sul contesto sociale. Comune è l’amore per il cinema, vissuto come folclore, epos popolare, leggenda: rileggerlo è un modo per rileggere la nostra storia.

Scotty and the Secret Story of Hollywood, su Sky, documentario del 2017 sulla vita di Scott Bowers, prodotto e diretto da Matt Tyrnauer, corrispondente di Vanity Fair. Un film che racconta una lunga serie di aneddoti e storie riguardanti la vita sessuale delle star di Hollywood dagli anni’40 in poi.

Un’immagine: la sigla di apertura con i ragazzi che salgono sulle lettere di Hollywoodland poste sul Monte Lee per poter ammirare il paesaggio: a ben pensarci qui troviamo già i tratti salienti della serie: la facilità irreale con cui il gruppo compie la scalata e la descrizione di un’azione senza altro fine che il piacere estetico. Non c’è l’urgenza del gesto di Peg Entwistle nel loro comportamento.

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