Shirley

Shirley **1/2

Dopo aver portato al Sundance e a Berlino il suo terzo film Madeline’s Madeline, due anni fa, la giovane regista Josephine Decker ha bissato l’esperienza con l’ultimo Shirley, ottenendo lo Special Jury Award for Author Filmaking.

Un premio dal nome così impegnativo, finisce tuttavia per raccontare il film della Decker in modo sin troppo evidente.

Sì siamo dalle parti del cinema d’autore e di una regia altrettanto personale, che vuole mostrarsi senza timori, trasfigurando sullo schermo il mondo interiore della sua protagonista.

Siamo nell’America dei primi anni ’50 e una giovane coppia raggiunge in treno il Bennington College nel Vermont.

Fred Nemser infatti farà da assistente per un semestre al professor Hyman, che tiene un corso di miti e folcklore americano. E’ una grande opportunità per lui che aspira ad una carriera universitaria.

Fred, assieme alla moglie Rose, saranno ospiti a casa di Hyman, che li accoglie con una festa esagerata. Seduta in disparte, oggetto di curiosità e timore reverenziale, c’è la moglie del professore, Shirley Jackson, che ha pubblicato racconti e romanzi dell’orrore sul New Yorker e che conduce una vita molto riservata.

Non esce mai di casa, passa le sue giornate a letto, a fumare e bere, in attesa dell’ispirazione per un nuovo lavoro.

Emarginata e chiacchierata dalla piccola comunità del Vermont, sostenuta, ma anche tradita e manipolata dal marito, libertino impenitente, Shirley finisce per trovare in Rose un’improbabile alleata, una fonte d’ispirazione, una compagna su cui riversare un po’ del suo dolore esistenziale.

Il film della Decker sembra voler mostrare la psiche tormentata della protagonista e come questa finisca per influenzare anche quella di Rose, una donna semplice, che sembra aderire perfettamente allo stereotipo femminile della brava moglie americana di quegli anni.

Tuttavia la follia di Shirley, i suoi disturbi, ma anche la sua lucidità anticonformista contagiano i pensieri della più giovane Rose, che comprende le vere dimensioni di quella prigione dorata di ipocrisie e falsità in cui il marito vorrebbe rinchiuderla.

Il film si muove in una prospettiva, che nega qualsiasi valore ad una biografia tradizionale della grande scrittrice americana e ne mostra invece una sola stagione, quella che dopo la fama improvvisa, seguita alla pubblicazione di The Lottery, la porterà nel 1951 alla scrittura suo secondo romanzo, Hangsaman.

Il mistero della creazione artistica, l’identificazione dei propri demoni con il destino delle persone che ci circondano, la capacità di trascendere il realismo, per ricostruire poeticamente la realtà in forma letteraria, sono tutti elementi che innervano un racconto che ha evidentemente un coté femminile e femminista, nel mettere in scena il paternalismo sessista della società americana di quegli anni, che condannava persino un talento riconosciuto come la Jackson ad una minorità familiare e ad una serie di compromessi miserabili.

Vessata sin dalla giovinezza dalla madre, la quale non aveva mai approvato il suo matrimonio con il professore ebraico, che era stato invece il primo a sostenerla negli anni complicati della definizione della propria voce autoriale, la Jackson si era poi isolata dalla comunità piccolo borghese del Vermont, fino a fare la protagonista del suo racconto più famoso, quel crudele e scioccante The Lottery, che suonava come una glaciale vendetta.

Il film inventa l’episodio dei due giovani coniugi Nemser, per cercare di portare un po’ di luce nella vita solitaria della Jackson, nei meccanismi oscuri della sua mente e della sua ispirazione, nella natura gotica e perturbante dei suoi lavori.

La Decker alterna primi e primissimi piani, soggettive e deviazioni oniriche, flashback e flashforward, cercando un correlativo oggettivo al meccanismo inafferrabile della creatività.

Non sempre tuttavia questo accumulo di stili è davvero necessario, anzi finisce per essere spesso superfluo e un po’ tedioso. Altrettanto posticcia appare la banalissima storia dei tradimenti del giovane Nemser, circondato e circuito dalla belle studentesse della facoltà, mentre la moglie incinta lo aspetta a casa degli Hyman: l’idea di raddoppiare il rapporto sentimentale del tutto particolare tra Shirley e il marito Fred, sembra un’inutile sottolineatura, volta a chiarire, persino ai più duri d’orecchie, quanto quella società fosse misogina e tradizionalista.

Il valore del lavoro della Decker sta tutto nella solita magistrale interpretazione di Elisabeth Moss, che pur avendo ormai interpretato molte volte donne disturbate, geniali e tormentate, come in Queen of the Eath, Her Smell, Top of the Lake, Handmaid’s Tale, Invisible Man, riesce ogni volta a declinare il suo personaggio in modo differente, riesce a pescare nel suo inconscio sfumature nuove, dolori e paure inediti.

I duetti tra la sua Shirley e la Rose di Odessa Young sono l’ossatura su cui il film plasma la sua struttura e avrebbero meritato un maggior rigore, mentre la Decker li sfrutta per mostrare i muscoli di una regia ombrosa e volubile.

Consigliato ai lettori della Jackson e a coloro che non temono le derive arty di un certo cinema indie americano. Tra i produttori figura Martin Scorsese.

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