C’era una volta a… Hollywood

C’era una volta a… Hollywood ***

Il nono film di Quentin Tarantino, per la terza volta in concorso a Cannes, dopo la Palma a Pulp Fiction e Bastardi senza gloria, è un viaggio nostalgico e sentimentale nel crepuscolo degli anni ’60, una lettera d’amore alla Los Angeles della sua infanzia, quella in cui tutto sembrava possibile, la città del sogno e della controcultura, dei grandi set a cielo aperto, delle ville sulla collina e dei drive in di periferia.

Qui vive e lavora Rick Dalton, un attore quarantenne, noto soprattutto per uno show televisivo ambientato nel west, chiamato Bounty Law. Rick ha girato qualche b-movie da protagonista, ma i giorni migliori sembrano essere alle sue spalle. È un attore della vecchia Hollywood, quella che Il laureato, Easy Rider, Bonnie & Clyde stanno spazzando via.

Le parti che gli propongono ora sono sempre quelle del villain e, come gli spiega il suo agente – l’astuto produttore Marvin Schwarz – interpretare il ruolo del malvagio, quello che finisce sempre battuto e sconfitto dall’eroe di turno, è il modo più semplice per trasformare Rick in un eterno caratterista, agli occhi del pubblico, affossando definitivamente la sua carriera d’attore.

Il suggerimento di Schwarz è quello di varcare l’oceano, partecipando, come protagonista, ad uno di quei nuovi western, prodotti a Roma e girati in Spagna, che Dalton tanto disprezza.

Inseparabile da Rick c’è la sua storica controfigura, Cliff Booth, uno stuntman formidabile, che lavora per lui, anche come autista, accompagnandolo sul set e nelle sue serate di ‘gloria’. Cliff è circondato da un’aura misteriosa, dopo che la moglie è morta in circostanze mai chiarite.

Nel frattempo Sharon Tate e Roman Polanski, una delle coppie più glamour di Hollywood, si sono da poco trasferiti a Cielo Drive, proprio accanto alla villa di Dalton.

E mentre la Tate, biondissima in Valley of the Dolls, dopo diverse apparizioni televisive, si gode i primi successi anche a cinema – grazie al ruolo in Wrecking Crew con Dean Martin, appena uscito nelle sale – Dalton è sul set dell’ennesimo western, vestito come un hippie con baffoni, giacca con le frangie e capelli lunghi.

Cliff, invece, si imbatte in una giovanissima ragazza, Pussy, che lo porta al Ranch Spahn, dove una volta si girava Bounty Law e dove ora si è radunata una comune, quasi solo femminile, guidata da un misterioso santone.

Quentin Tarantino si è raccomandato di non raccontare di più, lasciando agli spettatori che vedranno il suo film in sala tra due mesi – ma in Italia solo a settembre – il piacere di scoprire come la storia prosegue. Lo facciamo volentieri, come nostra abitudine.

Il film è ambientato l’8 e il 9 febbraio del 1969 e poi l’8 agosto dello stesso anno. Di quello che accade l’ultimo giorno non riveleremo nulla.

Eppure bisognerebbe comprendere che, per analizzare davvero un lavoro come questo, occorre ragionare sui suoi motivi, sulle sue scelte drammatiche, sul rapporto tra la Storia, che tutti conosciamo, e la fabula, ideata da Tarantino per il suo film.

Il racconto della Hollywood al tramonto del febbraio 1969 è memorabile. L’amore di Tarantino per il cinema e la città della sua infanzia è ossessivo e maniacale. La ricostruzione d’ambiente è incantevole e anche la costruzione dei personaggi principali è altrettanto felice.

L’idea di mettere in scena quegli anni di passaggio, tra gli ultimi bagliori dello studio system e la nascita dei movie brats, è indovinatissimo.

Cliff e Rick sono uomini del passato, vivono un’amicizia virile, che sembra uscita da uno di quei vecchi western, nei quali hanno lavorato. Solo che Rick vive ancora nell’illusione di avere un’opportunità, mentre Cliff, più saggiamente, ha capito che la vita ha avuto la meglio sulle sue illusioni ed ha assunto una imperturbabilità cool leggendaria.

Sharon Tate rappresenta invece il mondo nuovo, per età ovviamente e anche dal punto di vista cinematografico, grazie al sodalizio artistico e sentimentale con Polanski.

La musica che ascoltano è diversa, i locali che frequentano pure.

C’è poi il quarto personaggio principale, ovvero la ragazza della Manson Family, frutto deviato e corrotto di quella rivoluzione culturale.

La precisione scenografica è sensazionale, la ricostruzione di quel mondo è evidentemente frutto di un ricordo personale: la Los Angeles di Musso & Frank, del Cinerama theatre, del Bruin dove la Tate si rivede in uno spettacolo pomeridiano o quella delle feste alla Playboy Mansion è la città del mito.

A Tarantino però non interessa il realismo: i suoi sono i personaggi di un racconto del tutto originale. Come mostra il cartello finale, questa è una favola, un sogno lisergico magari, ma non la realtà. Rick Dalton e Cliff Booth sono il frutto della fantasia fervida del loro creatore, anche se il contesto storico è assolutamente fedele alla realtà.

Così come nei romanzi di Wu Ming o nel suo Bastardi senza gloria, il punto di vista scelto, per raccontare i delitti di Cielo Drive, ovvero la strage più terribile e sanguinosa del Novecento americano, è quello dei testimoni inconsapevoli, dei caratteristi della Storia.

L’idea di affrontare una delle pagine più nere della rivolta sessantottina americana, quella che – assieme alla tragedia di Altamont al concerto degli Stones – ha scritto la parola fine sulla Summer of Love, da un punto di vista laterale, ma prossimo, è una scelta problematica.

La doppia strage Tate/La Bianca ha rappresentato la fine di una breve stagione magica, la fine dell’innocenza degli anni ’60 e l’inizio della paranoia nixoniana, come racconta magnificamente Vizio di forma di Anderson.

Tarantino si prende il suo tempo, per raccontare chi sono davvero i suoi personaggi: Rick e Cliff soprattutto, ma anche Sharon e le ragazze della Manson Family.

Il montaggio dei suoi film, da quando è improvvisamente mancata Sally Menke, è diventano però meno puntuale, meno incalzante, più meditativo.

Tarantino costruisce, con tutta la maestria di cui è capace, una sorta di favola nera. Non c’è nulla di autentico, sembra quasi dirci il regista di Bastardi senza gloria: è tutta pulp fiction. In quel mondo dorato, fatto di nomi su un cartellone e sogni ad occhi aperti, tutto può accadere, la morte più atroce, il successo più inatteso. E la realtà può essere piegata alla dolce menzogna del cinema.

Questa era la forza del cinema classico, con i suoi eroi tutti d’un pezzo e le parole The End a chiudere su una nota lieta e conciliante ogni racconto.

Prima di arrivare all’ultima parte del suo film, Tarantino rende un gustoso e sentito omaggio al nostro cinema di genere, quello amatissimo di Sergio Corbucci e degli altri gloriosi artigiani italiani degli anni ’60 e ’70.

Sensazionale Brad Pitt, nel suolo di Cliff: poche parole, una presenza fisica travolgente, il dono di far sembrare giusta ogni scelta. Tarantino gli ha tagliato su misura un personaggio taciturno, apparentemente remissivo, ma letale. Memorabile il suo scontro con Bruce Lee, ma non meno formidabile la lunga sequenza al ranch di Manson. Ogni volta che è sullo schermo il film si accende, nonostante lui asciughi il suo ruolo di ogni orpello.

Leo Di Caprio è invece l’attore mediocre, baciato dal destino, depresso e bisognoso di continue conferme, insicuro di ogni cosa e vulnerabile ad ogni critica.

Margot Robbie è una Sharon Tate ancor più incantevole dell’originale, ma Tarantino non le dà molto su cui lavorare, giusto un paio di scene e pochissime battute.

Molto più interessante il ruolo di Margaret Qualley, figlia di Andie McDowell, già in Fosse/Verdon e in The Leftovers, qui seduttiva e pericolosa adescatrice.

Tuttavia Once upon a time in… Hollywood soffre di una scrittura drammatica meno precisa e focalizzata e sfrutta uno stragemma già utilizzato, con ben altra forza e risonanza narrativa, in passato.

Quando potremo dirne di più, torneremo su questo pezzo, per approfondire e chiarire ulteriormente, perchè la scelta dell’ultimo atto continua ad apparirci piuttosto forzata e discutibile.

Un piccolo indizio però ve lo possiamo lasciare.

Il segreto di questo suo Once upon a time in… Hollywood sta forse proprio in quei puntini di sospensione, che spezzano il titolo in due parti, in modo molto, molto significativo.

Convocato un gruppo di attori fenomenali, Tarantino offre poi quasi solo a Di Caprio un paio dei suoi celeberrimi dialoghi: il primo con Al Pacino, il secondo con un’attrice bambina, sul set del suo ultimo western. In entrambe le occasioni, tuttavia, il ruolo di Rick si riduce a quello dell’ascoltatore, intimorito dalla fama del primo interlocutore e dall’età del secondo.

Paradossalmente manca un po’ di quell’ironia fulminante e feroce a cui Tarantino ci aveva abituati, quella capacità di costruire personaggi, anche secondari che si stampano indelebilmente nella memoria collettiva e che hanno fatto la fortuna di Tim Roth e Steve Buscemi, di Michael Madsen e Samuel L.Jackson, di Harvey Keitel e Christoph Waltz, di Robert Foster e David Carradine, di Sonni Chiba o Christopher Walken.

Alla fine Once upon a time in… Hollywood rimane un film di nostalgie e rimpianti, di appuntamenti mancati col destino e con la Storia, una ballata dedicata ad una città, in cui era bello perdersi, per recuperare un po’ di quella magia artigianale, che era la sostanza più vera in quel mondo di sogni e promesse di gloria.

Annunci

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.