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Vizio di forma

Vizio di Forma

Vizio di forma ****

Doc: “Does that man have a swastika on his head?”
Dr. Threeplay: “No, he doesn’t. That’s an ancient Hindu symbol meaning ‘all is well.’
It brings good fortune, luck and well-being, what do you mean?

Inherent Vice, 2014

Inherent Vice – Vizio di forma, tratto dal romanzo di Thomas Pynchon, è un ritratto struggente e lucidissimo della Los Angeles del 1970, tra hippie che fanno gli informatori, poliziotti dalla dubbia moralità, FBI, traffico di droga, speculazione immobiliare.

Paul Thomas Anderson chiude idealmente la sua trilogia sul mito del progresso americano e sulla perdita dell’innocenza, cominciata con Il petroliere e proseguita con The Master.

Se il primo colpiva le fondamenta stesse della nazione, mostrando l’avidità senza scrupoli del capitalismo ed il secondo esplorava tutta la fragilità psicologica del paese, uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, Vizio di Forma racconta invece l’America paranoica e complottista del Presidente Nixon e del governatore Reagan.

Il protagonista è un detective privato, che vive in un piccolo appartamento a Gordita Beach, L.A.: Larry ‘Doc’ Sportello ha i capelli lunghi, basette enormi, camicie a fiori, sandali e fuma erba in continuazione.

E’ un figlio della controcultura degli anni ’60, costretto a fare i conti con l’avidità di una città giovane, ancora in pieno sviluppo.

Ha amato una ragazza bellissima e ambiziosa, Shasta Fay, che l’ha abbandonato troppo presto. Ora si vede di nascosto con un sostituto procuratore distrettuale, Penny Kimball.

Una sera Shasta Fay ricompare nella sua vita. Piange, forse è in pericolo: la moglie del ricchissimo costruttore Mickey Wolfmann, di cui Shasta è diventata l’amante, ha deciso di far sparire il marito, perchè mostra segni evidenti di ‘follia’.

Il magnate vuole liberarsi delle sue ricchezze, costruendo una città nel deserto in cui nessuno sia costretto a pagare mutui o affitti.

E’ sempre una donna pericolosa il motore di ogni noir. E Vizio di forma non fa eccezione.

Shasta chiede aiuto a ‘Doc’, ma Wolfmann è protetto dai motociclisti della Fratellanza Ariana. Nell’ufficio di Sportello si presenta anche l’ex detenuto Tariq Khalil della Black Guerilla Family, che lo incarica di rintracciare proprio una delle guardie del corpo di Wolfmann, Glen Charlock, con cui ha dei conti in sospeso.

‘Doc’ Sportello si mette sulle tracce dei bikers nazisti.

Troverà però Glen Charlock già cadavere, in un bordello gestito da una ragazza cinese, Jade, che appartiene ad una misteriosa società, la Golden Fang. Il bordello è l’unica attività esistente sui terreni di Channel View di proprietà di Mickey Wolfmann.

Il Tenente ‘Bigfoot’ Bjornsen, che Sportello conosce da molto tempo, si occupa del caso Charlock. Ma capisce subito che c’è qualcosa di più grande, dietro la morte di un motociclista della Fratellanza Ariana.

Wolfmann in effetti è sparito, così come Shasta.

Bigfoot cerca di incastrare ‘Doc’ nel delitto Charlock, per costringerlo a collaborare con lui. Lo stesso cercano di fare gli uomini in nero dell’FBI. A salvare Sportello arriva l’amico Sauncho Smilax, un avvocato che si occupa di questioni portuali.

Sauncho sa che la Golden Fang è proprietaria anche di una bellissima e misteriosa nave, appartenuta ad un divo di Hollywood finito nella Lista Nera di McCarthy, che fa rotta nei Caraibi e trasporta eroina.

L’attore, dopo il suo esilio, ha fondato una comunità  di recupero, la Chryskylodon, che in greco significa proprio ‘golden fang’.

Nel frattempo, ‘Doc’ viene incaricato di ritrovare un sassofonista apparentemente morto di overdose, Coy Harlingen. La moglie – che non ha potuto effettuare il riconoscimento del cadavere e che si ritrova con un grosso versamento sul conto corrente – non ci crede.

In effetti…

Vizio di Forma Doc Sportello

La storia scritta Pynchon e adattata per lo schermo dallo stesso Paul Thomas Anderson è debitrice delle trame oscure e intricate di Raymond Chandler, del noir classico di Hawks, Lang, Huston, Tourneur, così come delle sue rivisitazioni moderne, da Chinatown e Il lungo addio.

Rileggendo il romanzo, dopo aver visto il film, si nota lo straordinario lavoro di scrittura Anderson, che è riuscito contemporaneamente a restare fedele al testo, restituendo tutta la ricchezza narrativa di Pynchon, ed a farlo completamente suo, con aggiunte e cambiamenti, condensando eventi e situazioni, introducendo la voce narrante di Sortilège, amica, veggente e collaboratrice di Sportello.

Il protagonista si trova coinvolto in una storia molto più grande di lui, di cui non riesce a comprendere sino in fondo tutte le implicazioni.

Molti personaggi si rivolgono a ‘Doc’ per sapere qualcosa o per raccontargli una storia: il puzzle che l’investigatore privato riesce pian piano a ricostruire è incompleto, frammentato, ma non è meno potente.

Anderson non pretende di spiegare tutto, accumula indizi e possibili soluzioni, ma il cerchio non si chiude completamente: la realtà rimane complessa, sfuggente, sovente inafferrabile.

Il regista rompe le regole della detective story: il suo film è irriducibile agli stereotipi classici. Pur sfruttando sapientemente i codici di genere, li forza sino al punto di rottura.

E non per un mero gioco cinefilo, ma per un’esigenza squisitamente narrativa, quella di restituire tutta la precarietà del nostro sapere, la provvisorietà delle nostre conclusioni. I personaggi di Vizio di forma sono costretti a vivere in un mondo che li sfrutta, ma non si cura di loro, in cui la forza del destino e del potere è capace di travolgere ogni cosa.

Il film ha l’andamento ipnotico del grande Jazz-Rock di quegli anni: proprio nel 1970 Miles Davis incideva il suo capolavoro più inquietante, Bitches Brew, andando sino alle radici africane della musica nera e contaminandole con la modernità più scandalosa del rock psichedelico e dell’amplificazione elettrica.

Vizio di forma restituisce sullo schermo la stessa ricerca: parte dagli elementi più puri del noir, a partire dalla voice over di uno dei personaggi, per ibridarli con sensibilità del tutto differenti e successive, sino a contenere in sè persino lo sberleffo postmoderno dei fratelli Coen.

Ma la straordinaria ricerca formale e cinematografica di Anderson sembra persino cedere il passo, rispetto alla potenza del suo racconto, capace di restituire le contraddizioni inconciliabili della Los Angeles corrotta e innocente dei nostri sogni, con una chiarezza cristallina.

E’ vero, l’intreccio di Vizio di forma è stratificato, difficile da seguire, ma il sottotesto è invece manifesto, limpido.

E non è lontano dall’amarezza tragica dei romanzi di James Ellroy, capace di raccontare la grande Storia del suo paese, attraverso le storie personali di coloro che sono rimasti dietro le quinte, ad un passo dal proscenio.

L’illusione della California felice e senza pensieri degli anni ’60, diventa uno schermo dietro cui si nasconde il Potere, con le sue miserie e infedeltà, i suoi crimini e misfatti. Il sogno hippie è già svanito: la strage di Manson a Bel Air aleggia sui protagonisti, con tutto il suo carico di tragedie e rimpianti.

Difficile ricordare un film su quegli anni così onesto e struggente, così nero e comico assieme.

Nel grande affresco di Anderson non manca davvero nessuno. Tutti sono pedine di un gioco troppo grande da comprendere, quasi come se la realtà fosse drogata, più degli stessi protagonisti.

Quando finalmente anche ‘Doc’ Sportello lo intuisce, non gli resta che fare la cosa giusta, restando fedele allo spirito di un’epoca arrivata precocemente al crepuscolo.

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Il meraviglioso finale del film, che Anderson ‘aggiunge’ al romanzo di Pynchon, è tra le cose migliori di tutta la sua carriera e rievoca in qualche modo anche la bellezza struggente e la malinconica provvisorietà di un altro grande neo-noir, il Blade Runner di Ridley Scott.

Anderson, che aveva cominciato seguendo le orme postmoderne di Altman, Coppola e Scorsese, ha dimostrato nell’ultimo decennio di aver raggiunto una maturità espressiva del tutto personale e non derivativa.

Messa la sordina ad alcuni eccessi formalistici degli esordi, si è accreditato sempre di più come un narratore formidabile, capace di raccontare la Storia Americana attraverso i suoi punti di frattura, le sue contraddizioni più forti, siano esse economiche, culturali, religiose.

Se Il petroliere e The Master erano racconti imponenti, capaci di andare oltre ogni attesa, fino ad esplorare l’abisso dell’animo umano, la manipolazione e la sete di potere, Vizio di forma è invece un’odissea non meno affascinante e politica, ma capace di una malinconia ed una tenerezza, estranee ai precedenti.

Ed il merito di questa ritrovata umanità, va condiviso tra i personaggi creati da Anderson e le interpretazioni superlative dei suoi attori.

Joaquin Phoenix era l’unica scelta possibile per ‘Doc’ Sportello, un detective sempre stropicciato e ‘strafumato’, con i capelli lunghi ed il cappello di paglia, i piedi sporchi ed il sorriso sincero del loser.

Come al solito, la sua interpretazione è sublime e rarefatta, piena di piccole espressioni buffe, battute fulminanti, occhi sgranati.

Accanto a lui è una vera sorpresa Katherine Waterston. Nonostante una carriera già piuttosto lunga, cominciata con Motel Woodstock di Ang Lee e proseguita con Night Moves della Reichardt e Eleanor Rigby di Benson, il ruolo di Shasta Fay è quello che cambia le carte in tavola.

Nonostante abbia solo un paio di scene oltre a quella iniziale, il suo personaggio è quello di cui tutti parlano ed è sempre costantemente al centro del film.

Bravissimo anche Josh Brolin nei panni del poliziotto ‘rinascimentale’ e represso, ‘Bigfoot’ Bjornsen, che tanto vorrebbe la libertà di cui gode Doc.

Robert Elswit torna come direttore della fotografia, dopo la felice parentesi di Mihai Malamaire jr. Il film è girato in 35mm e la sua fotografia è come sempre impeccabile, giocata, sin dalla prima scena, sulla contrapposizione di colori primari e luci fluo. Gli anni ’70 si prestano perfettamente allo scopo, anche grazie a scenografie e costumi da urlo.

La colonna sonora di Jonny Greenwood dei Radiohead è l’ennesimo capolavoro, questa volta anche molto accessibile, rispetto quelle precedenti per Il petroliere e The Master. La scelta poi di affidare a Harvest e Journey through the past di Neil Young i momenti più romantici del film è indovinatissima. E restituisce, in pochi istanti, il rimpianto per una promessa che non si è mai davvero avverata.

Non perdetelo, per nessun motivo.

Bigfoot:”Chooto, Kenichiro! Dozo, Motto Pannukeiku!”
Inherent Vice, 2014

vizio di forma 14

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Comments
2 Responses to “Vizio di forma”
  1. Gio ha detto:

    Splendida recensione. Fatta con anima e passione.
    Sono curioso di scoprire se davvero può fare meglio di the master..

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  1. […] Marco Albanese @ Stanze di Cinema [Italian] […]



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