Venezia 2015. Ti guardo – Desde Allà

Ti Guardo - Desde Alla

Ti guardo – Desde Allà **

Film d’esordio del regista venezuelano Lorenzo Vigas, Desde Allà è prodotto da Guillermo Arriaga e si giova di molti dei collaboratori che hanno fatto grande il cinema di un altro sudamericano, Pablo Larrain, a partire dal protagonista, l’impassibile Alfredo Castro.

Armando, che lavora in un laboratorio di protesi dentarie, pedina e paga giovani ragazzi, per accompagnarlo a casa e spogliarsi. Non c’è alcun contatto. L’eccitazione è solo voyeristica, avviene a distanza.

Siamo in una Caracas caotica e rumorosa. La routine onanista di Armando viene bruscamente interrotta quando porta a casa sua il giovane e violento Elder, che non ci pensa proprio a prestarsi alle curiose pratiche sessuali dell’uomo: finisce quindi per picchiarlo e rubargli i soldi, scappando al garage dove lavora.

Armando però non si dà per vinto e continua a seguire e pagare Elder. Quando il ragazzino viene pestato a sangue dai fratelli della sua fidanzata, come vendetta per una precedente aggressione, che rimane senza spiegazione, sarà il protagonista a prendersi cura di lui.

Pian piano tra i due comincia a instaurarsi un rapporto diverso, che avrà conseguenze imprevedibili nella vita di entrambi.

Il film di Vigas ha un unico grande pregio, ed è la direzione degli attori: il giovane ribelle Luis Silva, ed il magnifico Alfredo Castro (Tony Manero, Post Mortem, No, El club), qui un po’ invecchiato e imbolsito, ma con la consueta malinconica imperturbabilità, capace di esplodere improvvisamente.

Il pregio però si trasforma paradossalmente in difetto, perchè il volto di Castro è sì iconico, ma ricorda immediatamente i capolavori del regista cileno, la forza del suo cinema, le radici storiche e politiche dei suoi lavori.

Tutte qualità che Desde Allà non ha: schiacciato sul presente dei suoi personaggi, lo sfondo ed il contesto gli sfuggono completamente. Caracas stessa poteva essere una qualunque grande metropoli, tanto poco ha valore nella storia di Armando e Elder.

Il film è reticente sui motivi e le cause, sulla natura e lo scopo, si limita a pedinare i suoi personaggi per strada e dentro l’appartamento di Armando, registrandone umori e istinti, con un realismo senza originalità.

Tutta la parte relativa al padre di Armando ed al rapporto con la sorella rimane completamente sospesa.

Per quale motivo i due figli sono in cerca di vendetta? Perchè lo pedinano per strada? Quale oscuro rimosso si portano dentro? Vigas non lo spiega e nemmeno lo suggerisce.

Lo stesso rapporto tra Armando e Elder è davvero troppo macchinoso, ai limiti dell’implausibilità. Ed è proprio questo il limite di un melò glaciale, nel quale la svolta finale suona come troppo costruita e scritta, mai veramente necessaria o giustificata, nè dal punto di vista psicologico, nè da quello drammatico.

Il regista vorrebbe forse mostrare il tracollo emotivo di chi dopo aver passato la vita in una sorta di mondo protetto e distante dalla realtà, decide finalmente di sporcarsi le mani con l’amore, la vendetta, il desiderio, la morte.

Eppure, dietro le decisioni di Armando si sente sempre la penna dello sceneggiatore.

Il film rimane così a metà strada: un piatto che appariva gustoso e insolito alla vista, si rivela in fondo piuttosto insipido e ordinario.

Una delusione.

desde alla film still

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