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Il petroliere – There will be blood

“I find these guys incredibly heroic. If you learn enough about them and you see the dangers of that work, it’s hard not to be impressed by the kind of animal attack that they had.”

Paul Thomas Anderson, 2007

 “If you have a milkshake and I have a milkshake, and my straw reaches across the room…I’ll end up drinking you milkshake!”

Sen. Albert Fall, Congressional Hearings on Teapot Dome Scandal, 1924

Paul Thomas Anderson torna alla regia dopo cinque anni, scegliendo di adattare per lo schermo la parte iniziale del romanzo Oil! di Upton Sinclair.

Ma mentre lo scrittore e politico socialista era interessato a mettere in luce la rapacità disumana del capitalismo nascente, per attenuarne gli spiriti più anti-sociali, la riflessione del regista californiano supera le divisioni ideologiche novecentesche, per confrontarsi direttamente col mito del progresso americano, in cui fanatismo religioso e libera iniziativa appaiono solo apparentemente distanti, in una storia  di dimensioni bibliche, che parla all’America di oggi, quasi fosse una profezia per il nuovo secolo.

Il petroliere – There will be blood trascende il suo contesto storico and it’s pleasures are unapologetically aesthetic. It reveals, excites, disturbs, provokes, but the window it opens is to human consciousness itself.[1]

I primi quindici minuti del film ci raccontano già tutto sul protagonista, Daniel Plainview.

In un silenzio rotto solo dalla straniante colonna sonora, lo vediamo prima solitario e caparbio, chiuso in una buca nel terreno, impegnato ad estrarre argento: una caduta rovinosa gli spezzerà la caviglia, senza impedirgli di portare a termine la ricerca.

E’ il 1898, Plainview arriverà in paese, trascinandosi su una gamba sola e comincerà così la sua fortuna imprenditoriale.

Pochi anni dopo lo ritroviamo, sempre in una buca, alla ricerca del petrolio: uno dei suoi operai gli muore accanto, improvvisamente, e Plainview ne adotta il figlio,  H.W., facendone il partner più adatto ad “un’impresa familiare”: forse solo un altro strumento per raggiungere il successo.

Anche se proprio con il figlio, il protagonista mostra gli unici barlumi di umanità: nella bellissima scena in cui se ne prende carico e nelle successive, ambientate 10 anni dopo, in cui il piccolo ragazzino appare uno dei pochi capaci di tenere testa alla bramosia del padre ed avere un ruolo nelle sue scelte.

L’impresa di trivellazioni di Coyote Hill, che frutta a Plainview cinquemila dollari a settimana, lo spinge verso nuove frontiere: a Little Boston, in California, dove una terra apparentemente arida e incontaminata nasconde la più preziosa delle risorse.

Grazie alle informazioni del giovane Paul Sunday, Plainview acquista tutti i terreni della zona, già accerchiata dalla potente Standard Oil.

Ma presto si renderà conto che il suo vero avversario non è tanto la compagnia petrolifera, quanto il fratello di Paul, Eli Sunday, un fervente pastore della Chiesa della Terza Rivelazione, che cerca di sfruttare, a proprio favore, la ricchezza prodotta dalle trivellazioni.

Ma il confronto con Eli Sunday non è certo un richiamo alla coscienza e all’umanità, che Plainview sta sacrificando sempre di più sull’altare del successo.

Il predicatore è solo un altro abile venditore, che usa forse una retorica diversa da quella del petroliere, ma che si affida al medesimo carisma per ammaliare i fedeli e costruire un potere altrettanto forte ed assoluto di quello imprenditoriale.

Anderson has set up a kind of allegory of american development in which two overwhelming forces – entrepreneurial capitalism and evangelism – both operate on the border of fraudolence: together they will build Southern California.[2]

Il film è in gran parte ambientato nel 1912, nella cittadina immaginaria di Little Boston, dove la ricerca del petrolio e della ricchezza mieterà le sue vittime innocenti e farà da sfondo all’epica battaglia tra Plainview ed il predicatore.

L’incendio improvviso del primo pozzo, provocato dall’eruzione del petrolio è una di quelle scene che rimangono nella memoria: la fuga degli operai, il getto potentissimo che si innalza sino al cielo, il piccolo H.W scaraventato lontano, l’accorrere di Plainview, per evitare inutilmente che la torre si incendi, mentre il petrolio gli ricopre la faccia: resterà tutta la notte ad osservare le fiamme, simbolo della sua fortuna, mentre il figlio, abbandonato su un tavolo della mensa perderà l’udito per sempre.

Da quel momento, ogni residua umanità sarà bandita dal cuore di Daniel, con l’allontanamento progressivo del figlio: come se la menomazione di H.W. fosse insieme il prezzo da pagare per il proprio successo e la profezia della sua in trasmissibilità.

La hubrys di Plainview non può essere trasmessa, non ci saranno eredi.

E la profezia sembra essere confermata ancora una volta quando il contratto, per la costruzione dell’oleodotto verso il mare, viene accompagnato dalla scoperta che il fratellastro di Plainview, che aveva sostituito H.W. come socio fidato dell’impresa familiare, non è che un impostore.

Il successo si accompagna al sangue ed alla totale impotenza nel costruire rapporti umani.

Daniel non ha nessun vero legame.

Il figlio non è suo, il fratello è un imbroglione, non ci sono donne: l’unico essere femminile è la Terra della California.

Plainview vi si immerge sin dalla prima scena, affonda nel fango e nella polvere, ma in fondo non fa che violentarla, trivellarla, costruendo pozzi e canali, per sfruttarne la ricchezza nascosta.

Nell’ultima parte, dopo che il petroliere sarà disposto a sottomettersi al battesimo nella chiesa di Eli Sunday, pur di completare l’oleodotto, ritroviamo Plainview in una enorme villa, in cui vive isolato da tutti.

E’ il 1927, è diventato un grande tycoon, ma sembra ancora sporco, ha le mani luride e la faccia bruciata dal sole.

Nella sua follia progressiva, sembra aver raggiunto il punto di non ritorno: “I hate people. I look at people and and I see nothing worth liking. I want to earn enough money so I can get away from everyone”.

Vive circondato solo da silenti camerieri, come un Howard Hughes o un William R. Hearst.

Affronterà un’ultima volta il figlio, che vuole lasciare l’impresa familiare, per mettersi in proprio, e quindi Eli Sunday, in uno scontro grottesco, ferocissimo e surreale, ambientato nella sala da bowling che Plainview si è fatto costruire nella sua magione.

La scena è parsa a molti eccessiva, quasi fosse l’eruzione di uno dei pozzi del petroliere: the scene is a mistake, but I think I know why it happened… in “Blood”  Anderson has taken on central American themes end enstabilished a style of prodigious grandeur. Yet some part of him must have rebelled against canonization. The last scene is a blast of defiance – or perhaps of despair. But like almost everything else in the movie, it’s astonishing.[3]

Negli Stati Uniti si è spesso associato il film a Quarto Potere, eppure i due protagonisti appaiono lontanissimi.

Mentre Plainview è il capitalista che si è costruito la ricchezza con le proprie mani, Kane ha invece ereditato la propria fortuna, senza lavorare un solo giorno in vita sua.

Mentre il primo è un misantropo ossessionato dal controllo e dal successo, l’altro invece ricerca il consenso, vorrebbe essere amato e si lancia con generosità nel giornalismo, come nella politica, sperperando la propria ricchezza, senza fortuna.

L’isolamento finale li accomuna, ma è l’approdo conclusivo di due percorsi molto diversi: Plainview è un personaggio arcaico, patriarcale, meno evoluto di Kane e altrettanto solo, ma senza il conforto ed il rimpianto di un’infanzia felice.

Kane ha perso la sua innocenza con Rosebud, Plainview forse non l’ha mai avuta.

Il petroliere – There will be blood, come quasi tutte le opere di Anderson è un film di padri e figli.

Padri veri e putativi, spesso assenti, totem che si abbattono da soli.

Figli naturali o acquisiti, che forse tradiscono le aspettative, in cerca di riscatto.

Mai però si era vista una figura di padre fondatore più torva e tenebrosa: forse solo Scorsese aveva provato a raccontare, nel suo Gangs of New York, la nascita dell’America moderna, come un inferno di violenza.

Non a caso i due film cominciano sottoterra, nel cuore di tenebra del paese.

Non a caso Bill the Butcher e Daniel Plainview hanno entrambi il volto asimmetrico di Daniel Day Lewis, che qui fornisce una delle prove più stupefacenti della sua luminosa carriera.

Ispirandosi alla cadenza ed alla voce di John Huston, ci restituisce un personaggio allucinato, mefistofelico, che perde progressivamente ogni residuo d’umanità, avvicinandosi all’Achab di Melville.

The actor seems to have invaded Plainview’s every atom, filling an otherwise empty vessel with so much rage and purpose you wait for him to blow.

It’s a thrilling performance, among the greatest I’ve seen, purposefully alienating and brilliantly located at the juncture between cinematic realism and theatrical spectacle.[4]

Daniel Plainview è il lato oscuro della storia del trionfo americano.

E’ uno sfruttatore spietato, un imbroglione, un grande lavoratore: è disposto a sacrificare tutto in nome del progresso, fino all’alienazione più totale, fino all’omicidio, fino a diventare estraneo alla specie umana.

Non solo, ma il contrappunto morale del film, il suo contraltare, il pastore evangelico Eli Sunday, non è meno subdolo e falso.

Paul Thomas Anderson non avrebbe potuto essere più chiaro nel mostrare la follia, la menzogna ed il sangue scolpiti nella storia americana, con una radicalità di sguardo che lo accomuna ai grandi iconoclasti del passato – Von Stroheim, Welles, Kubrick – che hanno smantellato la mitologia del successo.

La sua regia alterna straordinari movimenti di macchina, attraverso gli spazi, a primi piani sul volto scavato di Daniel Day Lewis.

Il film procede con una narrazione ellittica, in cui ogni singola scena sembra voler ambire alla perfezione: quadri assoluti di una lenta discesa agli inferi.

La fotografia di Robert Elswit riesce a rendere il fascino materico del fango e del petrolio, nelle viscere della terra, così come gli scenari desertici, solcati dalle torri in fiamme e dal fumo nero.

La scenografia di Jack Fisk, storico collaboratore di Terrence Malick, contribuisce a rendere vivi i personaggi di un passato ormai lontano.

La colonna sonora d’avanguardia di Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead, segna, con un’esplosione di suoni, una vera rivoluzione nella musica da film, che spazza via ogni consuetudine sinfonica.

Oltre alla straordinaria interpretazione di Daniel Day Lewis, lascia senza fiato la prova del giovanissimo Paul Dano, perfetto nell’incarnare l’angelico, fervente pastore, Eli Sunday, pronto a trasformare la quieta rassegnazione in una forza retorica travolgente.

Da segnalare anche il piccolo Dillon Frasier, nella parte di H.W., who dutifully stands by Plainview’s side as quiet as his conscience[5], donando al protagonista quella maschera di umanità di cui ha bisogno, per presentarsi ai proprietari delle terre.

Le immagini iniziali delle colline desertiche, accompagnate dalle note dissonanti della colonna sonora, sembrano alludere all’inizio di 2001: Odissea nello spazio, le cui scimmie assassine sono parte della stessa evoluzione che ha condotto a Daniel Plainview: partendo dalla terra da scavare, come un primate, fino ad arrivare alla mano che si abbatte sul rivale, in una casa che sembra fuori dal tempo e dallo spazio.

Luogo terminale di un’odissea, in cui il nero del petrolio è tutt’uno con il nero dell’anima.

“I’m finished”.

There will be blood ****

 


[1] Manhola Dargis, An american primitive, forged in a crucible of blood and oil, New York Times, 26.12.2007

[2] David Denby, Hard Life, The New Yorker, 17.12.2007

[3] David Denby, Hard Life, The New Yorker, 17.12.2007

[4] Manhola Dargis, An american primitive, forged in a crucible of blood and oil, New York Times, 26.12.2007

[5] Manhola Dargis, An american primitive, forged in a crucible of blood and oil, New York Times, 26.12.2007

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