Non è un paese per vecchi

“La gente dice che è stato il Vietnam a mettere in ginocchio questo paese. Ma io non ci ho mai creduto. Questo paese era già messo male. Il Vietnam è stato solo la ciliegina sulla torta. Non avevamo niente da dare a quei ragazzi, da portarsi dietro… Non si può andare in guerra a quel modo. Non si può andare in guerra senza Dio. Io non so cosa succederà quando arriverà la prossima. Non lo so proprio.”

Cormac McCarthy, No country for old men, 2005

Cormac McCarthy è uno dei più lucidi narratori del West americano. Fin dal suo primo libro del 1965, Il guardiano del frutteto, racconta l’America attraverso i suoi miti e le sue angosce, dal punto di vista della Frontiera, trasformando spesso il sogno di libertà e di conquista in un incubo di orrore e violenza.
No country for old men è il suo penultimo romanzo, scritto nel 2005 ed ambientato nel Texas dei primi anni ottanta, al confine con il Messico.
Il titolo è tratto dal primo verso di Sailing to Byzantium di William B.Yeats.
Diversamente da altre sue opere non è un vero western: l’inseguimento a tre tra il killer spietato, lo sceriffo anziano ed il giovane reduce del Vietnam, affonda nelle radici dell’hard boiled.
I fratelli Coen, dopo due prove di maniera, poco convincenti – Intolerable Cruelty e The Ladykillers – adattando per lo schermo il romanzo di McCarthy, è come se avessero deciso di ritornare all’esordio della loro straordinaria avventura artistica: alle suggestioni del thriller ed al Texas di Blood Simple, per ritrovare volti e luci, su cui costruire un’altra parabola segnata dall’imprevedibilità del destino e dall’ineluttabilità della violenza.
Il film si apre con la splendida voce di Tommy Lee Jones, nella parte del vecchio sceriffo Ed Tom Bell, che appare fin da subito l’anima del film, il suo respiro profondo.

Le immagini ci mostrano invece il secondo protagonista della storia, il brutale killer Anton Chigurh, in azione: viene arrestato durante un banale controllo, ma appena entrato negli uffici della contea, uccide il vicesceriffo, si toglie le manette e si allontana tranquillamente su una macchina della polizia.
Il terzo protagonista è Llewelyn Moss, un semplice saldatore, reduce dal Vietnam: è a caccia di antilopi, quando improvvisamente si ritrova davanti ad una spianata in cui è appena avvenuto un violentissimo scontro a fuoco.
Si tratta di trafficanti di droga. Qualcosa deve essere andato storto e la transazione è finita nel sangue.
Sui pickup crivellati di colpi, solo un uomo è ancora vivo: chiede inutilmente dell’acqua a Llewelyn.
Moss trova la droga, ma i soldi sembrano spariti, finchè si imbatte nell’ultimo dei trafficanti, the last man standing, disteso sotto un grande albero.
E’ morto anche lui, ma a fianco al suo corpo c’è una valigetta con due milioni di dollari: la tentazione è troppo forte, Llewelyn sa che tutta la sua vita cambierà di colpo.
Con la valigetta in mano, torna a casa dalla moglie Carla Jean, che lo aspetta in un trailer park.
Potrebbe essere l’inizio di una nuova vita, nessuno l’ha visto, nessuno sa che ha preso i soldi, ma la notte è piena di incubi e Llewelyn compie il più grande degli errori.
Torna sul luogo della carneficina, per portare l’acqua all’ultimo sopravvissuto.
Ma lì non è più solo: altri emissari dei due gruppi di trafficanti sono sul posto per recuperare la droga ed i soldi.
Scoprono Moss, che è costretto a fuggire nella notte, attraverso i campi ed il fiume.
Sulle sue tracce ora ci sono i trafficanti messicani e quelli americani, il killer Chigurgh, assunto da uno dei gruppi e lo sceriffo Bell, che scoperti i cadaveri e riconosciuta l’auto di Moss, comprende subito in che guaio si è andato a cacciare.

Da questo momento in poi il film diventa una straordinaria e spietata caccia all’uomo, in cui, alla luce accecante del giorno e dei gradi spazi deserti, fa da contrappunto il buio delle stanze d’albergo in cui Moss tenta di rifugiarsi, per scappare da tutti quelli che lo stanno cercando.
Il ritmo è sostenuto, rallentato solo dagli incontri dello sceriffo Bell, che è costretto ad inseguire tutti, trovandosi necessariamente un passo indietro.
La fuga si snoda on the road, sullo splendido confine col Messico, in cui le auto rubate o noleggiate, i vestiti insanguinati e poi ricomprati, i motel sulla strada sono gli elementi essenziali di un inseguimento che non lascia respiro.


Ma che si chiude sorprendentemente ed improvvisamente a tre quarti del film, con una soluzione impietosa e tragica, che lascia aperta una porta che nessuno sarà in grado di chiudere.
Ed è proprio allora, nella parte finale, che il film, così come il romanzo di McCarthy diventa più imprevedibile, trasformandosi nel racconto di un addio: No country for old men si leva di dosso il sangue dei cadaveri e prorompe in un poetico e densissimo finale.
La voce del vecchio sceriffo Bell diventa l’unica davvero importante: di fronte alla disgregazione personale e civile di un’intera nazione, l’uomo della legge, simbolo di un America che non c’è più, ha perso ogni illusione, ogni speranza.
Neppure la voce di Dio si fa sentire: di fronte alla violenza insensata ed alla promessa facile del denaro, Bell finisce per deporre le armi, quelle vere e quelle metaforiche, che gli consentono di interpretare il mondo.
Come ha scritto Ferzetti in questa parabola vibra un’inquietudine nuova. Come se i tre protagonisti fossero tre volti di uno stesso personaggio… ed il dio del racconto si divertisse a giocare a dadi con i loro destini, sullo sfondo di un’America sempre più barbarica e regressiva.[1]
E’ un mondo al collasso, intriso di sangue, dollari e follia.
La decadenza dell’impero è ormai alle porte: No country for old men è già la campana a morto di un Paese opulento, che tenta di sopravvivere a se stesso. [2]

E’ difficile ricordare un connubio più riuscito di quello tra i Coen e McCarthy, forse solo Altman era riuscito ad interpretare Carver, con la stessa forza devastante.
E la cosa stupefacente è che Joel ed Ethan Coen, autori anche della sceneggiatura, non hanno avuto bisogno di stravolgere il testo originale: hanno solo limato dialoghi e riflessioni, eliminando qualche personaggio minore e mantenendo intatta la struttura.
Il film si apre con le prime parole scritte da McCarthy e si chiude con le ultime, entrambe affidate alla voce ed all’interpretazione superlativa di Tommy Lee Jones, che sembra nato per la parte di Ed Tom Bell: le rughe, lo sguardo triste, l’accento del sud.
Ancora una volta sceriffo nel sud di frontiera, ancora una volta disilluso dal mondo.


Il monologo iniziale sull’assassinio di una ragazzina quattordicenne e sulla sentenza capitale che ne seguì, segnano il tono di tutto il film: la voce piatta, rassegnata, precisa, anche nel trattenere l’emozione, si interroga sull’esistenza del male, sulla giustizia, sul perdono.
Poi, nel corso del film, lo sceriffo Bell sembra perdere centralità, a favore di Moss e Chigurh, ma la riguadagna alla fine, quando la caccia è terminata e quello che resta sono solo morte e desolazione: è allora che la sua voce ritorna ad essere il cuore morale del film, nelle due scene con lo zio, anche lui sceriffo molti anni prima, e con la moglie, a cui racconta il sogno, che chiude inaspettatamente il film.
Ma No country for old men è anche uno studio di caratteri, posti di fronte all’ineluttabilità della violenza ed all’imprevedibilità del destino: oltre al saggio sceriffo Bell, c’è lo straordinario villain interpretato da Javier Bardem, Anton Chigurh, che i Coen si sono diverti a trasformare, con un orribile caschetto lungo, stile paggetto, il volto pallido, i modi serafici, ma implacabili ed una voce che sembra uscire direttamente dall’inferno.
L’interpretazione dell’attore spagnolo è indimenticabile, ricca di uno humor nerissimo, come nella scena alla stazione di benzina, in cui si diverte a prendere in giro il vecchio proprietario, invitandolo infine a giocarsi la vita a testa o croce.
Anche qui, le parole di McCarthy, la violenza che scorre sotto i modi cortesi, ma fermi di Chigurh, vengono esaltate dalle scelte dei Coen e dalla prova di Bardem.

Il terzo protagonista, Llewelyn Moss era certamente il carattere più sfuggente, meno convenzionale: è il bravo ragazzo di provincia, reduce del vietnam, un tipo semplice e sfortunato, che non avrebbe mai violato la legge, fino a che si trova di fronte una valigetta, che gli può cambiare la vita.
E’ il personaggio più hitchcockiano, l’ordinary guy caught in extraordinary circumstances, che qui però sembra sempre cedere il passo agli altri protagonisti della storia, più spietati o più saggi di lui.


Josh Brolin è stata indubbiamente un’altra scelta felice, per una parte che ha pochissimi dialoghi e richiedeva una forte presenza fisica: Moss è un cowboy fuori tempo massimo.
I suoi momenti di tenerezza con la moglie Carla Jean, interpretata da una bravissima Kelly McDonald, rappresentano le uniche pause che Llewelyn si concede, durante la fuga.
La fotografia, sontuosa negli spazi desolati della frontiera e crepuscolare nelle camere d’albergo e nelle notti agitate del film, è del bravissimo Roger Deakins.
Le grandi distese texane sono intrise di sangue e rese aride dal sole: a questi esterni così luminosi si contrappongono il buio degli interni ed i colori della notte.
La colonna sonora di Carter Burwell è molto discreta, quasi impercettibile, come se non volesse aggiungere nulla alla tensione straordinaria, su cui si regge tutto il film.
Il silenzio che avvolge le gesta dei tre protagonisti, accentua la dimensione minacciosa del racconto: non è un caso se una delle scene più incredibili del film, quella in cui Moss attende l’arrivo di Chigurh chiuso in una stanza d’albergo, si gioca tutta sull’assenza di rumori.
Nonostante sia il film più violento dei Coen, non c’è mai compiacimento nel mostrare sangue e corpi straziati: mentre all’inizio vediamo chiaramente di cosa è capace Chigurh e come funziona la terribile arma da fuoco, che si porta appresso, mano a mano che il film procede, i suoi omicidi avvengono prima fuori campo, poi sono completamente omessi, grazie ad ellissi narrative del tutto inconsuete, che caratterizzavano il romanzo e che i Coen hanno intelligentemente mantenuto.
Non è un paese per vecchi è un film profondamente morale, in cui il bene ed il male appaiono ancora distanti.
Eppure il confine comincia ad assottigliarsi, corrotto dall’avidità e dal denaro facile: persino i più giovani sono in vendita.
Basta una banconota, anche sporca di sangue.
Il denaro è il motore di tutto, non importa da dove provenga.
L’illusione di felicità che lo accompagna, travolge tutti: lo sceriffo Bell, che deve deporre le armi e rassegnarsi, l’onesto Llewelyn, che lascia morire un uomo e ruba la valigetta, trascinando con se anche la moglie incolpevole ed infine il cattivo per eccellenza, Chigurh che, assoldato da un gruppo, comincia a lavorare per sé, diventando un fantasma vendicativo.
Il male unito alla follia, in uno dei personaggi più spaventosi che la penna e la macchina da presa abbiano mai creato.
Difficilmente dimenticheremo il suo occhi ed il suo sorriso, mentre cammina con la bombola ad ossigeno o mentre lancia la monetina, per un ultimo testa o croce.
“Call it, it’s just you!”

Non è un paese per vecchi ****

 


[1] Fabio Ferzetti, No Country For Old Men, Il Messaggero, 19.5.2007

[2] Cfr. Giuseppe Genna, Non è un paese per vecchi, Carmilla, 25.3.2006

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