Paranoid Park

“Different filmmakers do it different ways. My way was to make something for cheap. It’s a good deal for people to give me $3 million for a movie. So they don’t have a lot of requirements. If I was looking for $30 million, then they need more requirements. They need movie stars, and they need backup for their money. The drawback is, when they spend small amounts of money, the studios don’t tend to release the movie very wide since they don’t have that much at stake. Which is O.K. because the films can fend for themselves and be seen by word of mouth.”

“Credo che continuare a ripetersi non sia un fatto positivo.”

Gus Van Sant 

Gus Van Sant, regista originario di Louisville, cresciuto artisticamente a New York, ma stabilitosi a Portland da molti anni, è uno dei più singolari narratori americani.

Nella sua carriera ultra ventennale ha cercato di raccontare l’adolescenza e la gioventù, come condizione privilegiata, ma sempre sull’orlo dell’abisso ed ha spesso alternato ad un rigoroso percorso autoriale nel cinema indipendente a bassissimo budget, opere mainstream, in cui la sua personalità ed il suo stile originalissimo sembrano scomparire del tutto, per privilegiare una narrazione invisibile, iperclassica, decisamente convenzionale.

Agli esordi di Mala noche, Drugstore Cowboy, Belli e Dannati, segnanti anche dall’influenza di William Burroughs, sono seguiti il notevole apologo sulla notorietà di Da Morire, che ha lanciato la carriera di Nicole Kidman, ed il lacrimevole Will Hunting, da una sceneggiatura di Matt Damon e Ben Affleck, premiata con un affrettato premio Oscar.

Quindi nel 1998 è la volta del film più controverso di Van Sant, il ricalco-fotocopia di Psycho, a colori: un’opera da falsario, uno sberleffo alla Warhol, la cui necessità ancora oggi sfugge ai non iniziati al culto del regista di Paranoid Park.

A chiudere un’ideale trilogia “hollywoodiana” un altro racconto di formazione piuttosto deludente: Scoprendo Forrester, interpretato da Sean Connery nei panni poco credibili di un genio precoce, esiliatosi dal mondo, nell’incapacità di ripetere la magia del proprio esordio letterario.

Con l’inedito Gerry, ambientato nella Death Valley, di nuovo con Matt Damon e Casey Affleck, il celebrato Elephant,  sulla strage di Columbine, e la rievocazione degli ultimi giorni di Kurt Cobain nel controverso Last Days, Van Sant è invece tornato al rigore degli esordi, continuando il suo personalissimo racconto crudele della giovinezza.

Paranoid Park, di nuovo in corso a Cannes, dopo la Palma d’oro ed il premio alla migliore regia del 2003, torna sul tema d’elezione di tutto il suo cinema: gli adolescenti come vittime sacrificali e capri espiatori di una società del tutto indifferente, alla ricerca di un impossibile posto, in un mondo di adulti gretti, manipolatori e non interessati.[1]

Eppure l’apparente contiguità con i temi e le modalità produttive della trilogia precedente sono del tutto contraddette da uno sguardo ancora una volta sorprendente.

Van Sant deve fare a meno del produttore Dany Wolf, impegnato a New York con i fratelli Weinstein, e perde anche il fidato direttore della fotografia Harris Savides, impegnato in due progetti hollywoodiani (American Gangster e Zodiac): si affida quindi a Christopher Doyle, già utilizzato in Psycho, ma più famoso come occhio delle visioni elegantissime e lussureggianti di Wong Kar-Wai.

E la sua presenza si sente moltissimo, nel corso del film: i lunghi piani sequenza e la camera a mano di Savides lasciano spazio alle accelerazioni, ai sontuosi rallenti di Doyle, alla sua steadycam ed al suo cromatismo del tutto antinaturalista.

La messa in scena di Van Sant ne è stata indubbiamente molto influenzata, tanto che il film appare del tutto inedito e spiazzante, anche per coloro, che dovrebbero essere più abituati ai bruschi cambi di direzione del regista. [2]

Paranoid Park, tratto da un romanzo di Blake Nelson ed adattato con fedeltà dallo stesso Van Sant, è il racconto onirico, narrato come una lunga confessione, dal protagonista Alex – un giovane skater di Portland – che si trova del tutto casualmente a dover fare i conti con il senso di colpa e con la scoperta del delitto senza castigo.

Novello Raskolnikov, Alex pare più preoccupato di non essere scoperto, che del contrario: non sa come affrontare le responsabilità, per un evento del tutto casuale e non voluto, ma non trova nessuno con cui confidarsi.

Il mondo degli adulti è come sempre distante e corrotto nel cinema di Van Sant: le tre figure dello zio, della madre e del padre di Alex sono riprese sempre di spalle, o sullo sfondo oppure ostentatamente fuori fuoco.

Lo stesso poliziotto Lu, nella sequenza memorabile dell’interrogatorio, è lentamente emarginato dall’inquadratura, in un carrello lentissimo, che finisce sul primo piano di Alex.

Ma neppure i coetanei riescono ad aiutarlo: non il suo amico Jared, che lo ha trascinato al Paranoid Park, dove si esibiscono skaters, dropout ed emarginati; non la sua fidanzata-barbie Jennifer, con cui finisce per perdere la verginità, ma con cui non ha alcun rapporto comunicativo, tanto che sembra del tutto assente, anche in quel momento così unico.

Non a caso, quando Alex decide di lasciarla, il dialogo tra i due è completamente sovrastato dalla musica: sono le note di Nino Rota per l’Amarcord di Fellini!

E’ l’ennesimo effetto di straniamento di una colonna sonora da urlo, curata, come di consueto, dal sound designer Leslie Shatz – con Van Sant fin dal 1993 e prim’ancora con Coppola e Lucas – che mescola rumori, fruscii, flusso di coscienza interiore e tanta musica hard rock, folk, hip-hop, oltre a Beethoven ed alle partiture di Rota per Giulietta degli spiriti.

Ed è proprio il sonoro, insieme alle riprese in rallenti del protagonista, mescolate a quelle in super 8 delle evoluzioni di strada degli skaters di Portland, che donano al film il suo straordinario ritmo interiore.

L’unica che sembra capire Alex è l’amica Macy: è lei a suggerirgli di scrivere tutto quello che lo angoscia in una sorta di lettera-confessione, “per fare uscire quello che hai dentro”.

Forse la straordinaria eleganza formale di Paranoid Park dispiacerà ai fan degli estenuanti piani sequenza di Elephant e Last Days, ma è invece un’altra variazione sul tema, da parte di un regista che ha scelto di lavorare costantemente sul linguaggio del cinema, cambiando sguardo e prospettive, senza timore di apparire contraddittorio o di cedere alla maniera.

La visionarietà prodigiosa della camera di Christopher Doyle si sposa qui perfettamente con la qualità onirica del cinema di Van Sant, trasformando in poesia le lunghe sequenze silenziose, in cui esploriamo lo spazio urbano, attraverso i movimenti sinuosi e l’equilibrio precario degli skaters.

Van Sant e Doyle donano al vagabondare vuoto di Alex ed alla sua doccia  hitchcockiana, un senso di angoscia, di morte e di solitudine, che il ragazzino affronterà da solo, lentamente, gorgo dopo gorgo.[3]

La profondità e lo spessore del volto efebico del protagonista sembrano così quasi galleggiare sul vuoto devastante della sua esistenza: Alex è incapace di assumersi sino in fondo la responsabilità di quanto è accaduto.

Forse è la stessa frequentazione di un posto “da grandi”, come il Paranoid Park – origine dei suoi cattivi incontri – a simboleggiare quel lento processo di corruzione che, nella filosofia di Van Sant, coincide con il fatto stesso di iniziare a diventare adulto.[4]

Paranoid Park ***1/2

 


[1] Alberto Morsiani, Skaters senza rete, Cineforum n.471

[2] Cfr. Antonio Termenini, Van Sant in chiaroscuro, Cineforum n.471

[3] Nicola Dusi, Paranoid Park, Segnocinema n.150

[4]              Alberto Morsiani, Skaters senza rete, Cineforum n.471

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