Io non sono qui

“Non mi interessa che il pubblico colga tutti i riferimenti o riconosca tutti i personaggi. Il film deve coinvolgere lo spettatore, portarlo da qualche parte, avere lo stesso effetto che, in genere, ha la musica.”

Todd Haynes, 2007

“Something is happening here

But you don’t know what it is

Do you, Mr.Jones?”

Bob Dylan, Ballad of a thin man, 1965

Con Io non sono qui, Todd Haynes ritorna in concorso alla Mostra di Venezia, dopo il trionfo di Lontano dal Paradiso, premiato con la Coppa Volpi a Julianne Moore, nel 2002.

Mettendo da parte le suggestioni alla Douglas Sirk, il regista si è proposto un’impresa realmente ardua: raccontare la vita di una delle icone musicali del ‘900, cercando di superare l’approccio semplicistico e schematico, adottato negli ultimi anni dai sempre più numerosi film biografici.

Ray, Walk the line, Dreamgirls, lo stesso La vie en rose, nel tratteggiare la vita di Ray Charles, di Johnny Cash, delle Supremes o di Edith Piaf costruiscono delle narrazioni classiche, tutte incentrate sulla formula  del successo contro le avversità della vita, della fama accompagnata dalle tentazioni o dalla depressione, dello sfaldamento dei rapporti familiari e d’amicizia ed infine della conquista di una nuova consapevolezza, accompagnata da una ritrovata lucidità.

E’ in fondo la stessa parabola, edificante e moralista, di tutto il cinema mainstream americano, riproposta ora con l’aggiunta di un protagonista realmente esistito e con il surplus di un pugno di canzoni, che spesso hanno rappresentato una parte importante della nostra storia personale.

Haynes rifugge completamente questa prospettiva ed invece di semplificare e rendere tutto “esemplare”, cerca di penetrare la complessità di una figura tanto carismatica, quanto sfuggente.

Bob Dylan ha sempre rifiutato qualsiasi etichetta e ha cercato ogni volta di evitare di assecondare i clichè che gli adoratori tentavano di cucirgli addosso.

La sua natura schiva e provocatoria, al tempo stesso, ha innescato incomprensioni, abiure, accuse di tradimento.

Le sue svolte artistiche e personali sono state segnate da polemiche infinite.

Haynes si propone con in suo film di rappresentarle tutte, senza alcuna pretesa di fedeltà, consapevole che, per costruire un film veramente dylaniano, è necessario tradire, mescolare le carte, imbrogliare, raccontare senza spiegare.

Io non sono qui offre una lettura plurale e non univoca, inventa sei Dylan diversi, tutti assolutamente credibili, tutti certamente (in)fedeli e (im)possibili.

Haynes cerca di non omettere nulla: la vita, gli amori, le canzoni, il cinema, le conversioni. C’è persino l’incidente in moto.

Ma c’è soprattutto il tentativo di sottrarre il suo protagonista da ogni facile lettura, da ogni fiacco pregiudizio.

Dylan, il cui nome non viene mai citato nel film, è rappresentato innanzitutto come un ragazzino di colore, che viene dal sud e si chiama Woody (Marcus Carl Franklin).

Si guadagna da vivere suonando la chitarra, in una sorta di favola rurale alla Huckleberry Finn: viene accolto da una ricca famiglia di provincia, suona nel loro salotto i blues degli schiavi, in una scena che mette i brividi, quindi scappa, per andare alla alla ricerca di Woody Guthrie, icona folk, ormai sul letto di morte.

E’ poi la volta del personaggio di Arthur Rimbaud (Ben Whishaw), il poeta visionario, ripreso mentre concede un’intervista: un’altra delle più importanti fonti d’ispirazione di Dylan.

Le successive incarnazioni sono quelli di Robbie (Heath Ledger), star del cinema e marito di Claire (Charlotte Gainsbourg) e di Jack (Christian Bale), il cantautore di protesta che diventa, nel finale, un pastore evangelico.

Quindi le due interpretazioni più stupefacenti: Jude (Cate Blanchett), il ‘giuda’ della svolta elettrica, ripreso nel famoso biennio 65-66, quello della tournée inglese, alle prese con Allen Ginsberg, i Beatles ed il Mr.Jones di Ballad of a Thin Man.

E Billy the Kid (Richard Gere), metafora dell’eroe al tramonto, parte di in un mondo ormai superato.

Ad incarnare tutte queste possibili biografie c’è un gruppo di attori superlativi. A cominciare da Cate Blanchett nella parte di Jude, che fornisce una prova mimetica stupefacente.

La sua adesione al personaggio è totale, eppure la Blanchett non cerca l’imitazione, ma ne restituisce le sfumature, i gesti, la fragilità.

Haynes mescola i piani, alterna i vari frammenti girati in bianco e nero, a colori, con una fotografia ora vivida, ora sgranata, sempre affidata al bravissimo Ed Lachman.

Il regista riempie il film di false tracce, false testimonianze, false fotografie, film nel film e riproduce brani di tutti i documentari su Dylan, da Don’t look back (1967) di Pennebacker, sino a No direction home (2005) di Scorsese, per creare un’opera volutamente complessa, non lineare, in cui “non occorre conoscere Bob Dylan, per riuscire ad entrare nel film. I’m not there è un esperienza nella quale ci si può tuffare e rimanerne emozionato, senza dover necessariamente capire ogni singolo dettaglio”.[1]

Haynes dimostra di aver metabolizzato la lezione di Citizen Kane: il senso di una vita così straordinaria, non è riassumibile in un singolo episodio o in una solo parola.

Si può solo tentare di raccontare le contraddizioni, scomponendo l’oggetto d’analisi.

Inedita e struggente è la sequenza di Robbie, alle prese con il fallimento del primo matrimonio, che ricorda le atmosfere dei film di Godard con Anna Karina, ma la parte più emozionante e riuscita è quella di Jude, che riprende esplicitamente suggestioni felliniane e replica lo stile dei film anni ’60, dalla fotografia in bianco e nero, fino agli echi bergmaniani dell’episodio dell’incontro con Ginsberg.

Ma è proprio 8 e ½ ad essere richiamato esplicitamente, con l’artista continuamente assillato dal critico, in questo caso rappresentato da un enigmatico Mr.Jones, che lo segue, cerca di interpretarlo e renderlo riconoscibile.

Dylan è ancora una volta sfuggente, non assimilabile, colto nel pieno della svolta elettrica, quando il pubblico lo fischiava, accusandolo di essersi svenduto ai decibel rock, perdendo la purezza del folksinger.

Qui Cate Blanchett è superlativa, surreale e la scena in cui il gruppo attacca Maggie’s Farm, davanti al pubblico del Newport Folk Festival, imbracciando i mitra invece delle chitarre è un altro dei momenti indimenticabili del film.

Forse Io non sono qui funziona meglio nel frammento, nella scheggia fulminante –  come nello sketch dei Beatles, risolto alla maniera di A Hard Day’s Night di Lester – piuttosto che nella sua struttura complessiva, ma davvero, per apprezzarlo appieno, occorre abbandonarsi al flusso delle suggestioni, senza cadere nella tentazione di individuare personaggi, situazioni e riferimenti precisi.

Il film sposta costantemente i punti di riferimento, uscendo da ogni celebrazione agiografica, per esaltare invece i momenti critici, siano essi musicali, coniugali o sociali.

Such is the talent of Haynes that chasing Dylan’s shape-shifting shadows becomes an unmissable movie event.[2]

Io non sono qui è anche la storia di un rivoluzionario che perde la sua innocenza, il suo idealismo, la sua famiglia, il rapporto con il suo pubblico, la fede e persino il suo cane. Yet the ultimate thing that’s lost is what his music is – and Dylan, in the sublime final moments, is right to say that we always knew it wasn’t “folk”. It’s something holy and unnameable and beautiful and pure. I’m not there lets you hear it again, more majestically than ever.[3]

Ma la riflessione più originale è quella sulla perdita di identità tra attore e personaggio.

Così come già in Palindromes di Todd Solondz, qui il protagonista assume addirittura sei nomi diversi e sei fisionomie differenti, quasi fosse un riflesso della cultura visiva dei nostri giorni, in cui le identità si infrangono, si moltiplicano e si ricompongono, senza soluzione di continuità.[4]

E’ la stessa riflessione che troviamo in tutti gli ultimi film di Lynch, da Strade perdute, a Mulholland Drive sino ad Inland Empire, pieni di personaggi che ritornano diversi, che si scambiano ruoli e nomi, che vivono vite parallele.

Haynes sperimenta un racconto fatto di echi, suggestioni, risonanze, tracce che prendono vita sullo schermo e si fanno materia narrativa, per sei personaggi in cerca d’autore.

E come ha scritto Roger Ebert, we’ve been left not one step closer to comprehending Bob Dylan. Which is as it should be.[5]

Io non sono qui ***

 


[1]              Intervista a Todd Haynes, cinemanotizie.blogspot.it

[2]              Peter Travers, I’m not there, Rolling Stone, 15.11.2007

[3]              Owen Gleiberman, I’m not there, Entertainement Weekly, 21.11.2007

[4]              Marco Luceri, Sei attori in cerca di Dylan, www.drammaturgia.it, 13.9.2007

[5]              Roger Ebert, I’m not there, Chicago Sun-Times, 21.11.2007

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