Espiazione

“Espiazione è un film sul dire la verità. Un bambino, per quanto innocente, non può sfuggire al senso di colpa. Anche se non esiste una colpa, non si può non provare il senso di colpa.”

Joe Wright, 2007

Espiazione, opera seconda del giovane regista inglese Joe Wright, ha aperto la 64° edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Ian McEwan, ambientato nell’Inghilterra del 1935, dove la ricca famiglia Tallis vive in una grande casa di campagna, aspettando il ritorno del figlio maggiore, insieme ad un ricco ereditiere, mentre la più piccola, Briony, ha appena terminato la sua prima commedia e vuole metterla in scena con l’aiuto dei tre cugini.

In un’atmosfera sospesa e carica di lussuria, in cui arrivano echi delle imprese hitleriane nel continente, Cecilia, la terza sorella, duetta con Robbie, il figlio della governante, a cui il capofamiglia ha deciso di concedere la chance di andare a Cambridge, per studiare medicina.

I due sono innamorati, ma le convenzioni sociali e di classe li tengono distanti.

Una brocca rotta e una fontana faranno scoppiare la passione, mentre la piccola Briony dalla sua finestra osserva la scena e nella sua ingenuità adolescenziale, travisa ogni cosa.

Una lettera, aperta e consegnata per errore, e la scoperta di Cecilia e Robbie abbracciati nella biblioteca, condurranno Briony a false certezze e ancor più false accuse, che sconvolgeranno la vita di tutti.

Cecilia lascerà la famiglia per stare vicino a Robbie, mantenendosi come infermiera, Robbie finirà in prigione ed al fronte della Seconda Guerra Mondiale, mentre Briony continuerà a convivere con i fantasmi di quell’estate e con una colpa destinata a non trovare mai pace.

Occorre essere reticenti sulla trama, perché Espiazione, è un film che, come il romanzo da cui è tratto, benefits more than usual by being experienced with as little knowledge as possibile of precisely where it is going.[1]

Christopher Hampton, nell’adattare il romanzo di McEwan, ne mantiene la struttura tripartita, raccontando, nella prima parte, l’estate del 1935, nella seconda parte la guerra sul fronte francese del 1940, mentre l’ultima parte è ambientata alla fine del secolo scorso.

I continui salti temporali del romanzo sono ridotti al minimo ed evidenziati da alcune didascalie, mentre il copione conserva intatti i continui mutamenti del punto di vista sui due eventi chiave della storia: l’incidente della fontana e la scena d’amore nella biblioteca.

La prospettiva personale ed allarmata di Briony precede una rappresentazione “oggettiva” delle due scene.

Cecilia, Robbie e Briony vivono lo stesso momento in maniera differente e gli stessi eventi, filtrati dalla fantasia immaginifica di una tredicenne, segneranno la vita dei tre, indelebilmente.

Briony mente sapendo di mentire, forse delusa da un’impossibile infatuazione per Robbie.

I suoi lunghi spostamenti nelle stanze e nei corridoi della grande casa di campagna sono metafora evidente della sua condizione emotiva: è come se fosse intrappolata in un labirinto, in cui anche le convenzioni sociali hanno la consistenza di pareti indistruttibili.

La stessa struttura labirintica si ripete anche nelle stanze e nei corridoi dell’ospedale, nella seconda parte del film, sino a sciogliersi nella fissità dei primi piani dell’intervista finale, laddove la confessione non può trovare il conforto del perdono.

La struttura tripartita, il continuo alternarsi dei piani spaziali e temporali ed una certa freddezza formale servono a Wright per indurre lo spettatore a non identificarsi troppo con i personaggi ed a non fidarsi di quello che la storia racconta.

L’età dell’innocenza è messa in discussione, perché l’adolescenza di Briony manifesta i segni di una crudeltà emotiva forse indotta dalla gelosia per la sorella Cecilia.

Le due sorelle vivono due stagioni distanti sul piano umano e questa incomunicabilità delle esperienze le porta ad interpretare la realtà in modo differente.

La passione di entrambe per Robbie le travolgerà, così come la guerra imminente sconvolgerà l’intera nazione.

Tutti e tre i protagonisti ne rimarranno coinvolti: Robbie al fronte, Briony e Cecilia, infermiere negli ospedali militari.

Ma è solo nel finale, amarissimo, che comprendiamo quanto stupidamente Briony, per tutta la vita e sino all’ultimo istante, abbia tradito la memoria di Cecilia e Robbie e forse anche se stessa.

Ad una prima parte immersa nel verde della campagna del Surrey, ed illuminata dalla luce chiara di una giornata di sole, che si riflette nei corpi accaldati e nelle guance arrossate dal calore e dalle parole d’amore, fa da contraltare una seconda parte dai colori desaturati, opprimente, materica.

Sono i colori del sangue, del fango, della sabbia, che avvolgono il giovane soldato Robbie, disperso nella campagna francese e sulla spiaggia di Dunkerque, in una delle sequenze più straordinarie viste al Lido.

Un unico interminabile piano sequenza che racconta l’arrivo dei soldati inglesi sulla spiaggia.

Certo raccontare l’orrore della guerra attraverso una scelta calligrafica così evidente, attraverso un virtuosismo così esibito, rischia di distogliere lo sguardo dalla fibra drammatica degli eventi, per limitarsi ad ammirare superficialmente l’abilità stilistica della messa in scena.

Come ha scritto A.O.Scott, sul New York Times, “the most impressive sequences have an empty, arty virtuosity”.[2]

Ma forse Espiazione non ha la pretesa di raccontare la Storia, limitandosi ad illustrare un racconto di ferocia e colpa, in cui persino la guerra appare come una conseguenza di quell’errore fatale.

Wright fonda la sua regia sugli sguardi e sui gesti, più che sui brillanti dialoghi tra i personaggi e gli oggetti assumono una valenza del tutto particolare.

Una macchina da scrivere, un vaso rotto, una vespa sulla finestra, una lettera, un fermaglio sul tappeto, una lampada accesa su una scrivania ed una torcia nel buio della notte: ognuno di loro è fondamentale per raccontare la storia di Briony.

Espiazione è un racconto sul senso di colpa e sul potere bugiardo e tragicamente imperfetto dell’arte di compensare i crimini ed i misfatti, commessi durante la vita.

Le parole di Briony, nel finale, reflecting on life’s tendency to wound and art’s propensity to heal. Can artist make amends for her sins through her art?[3]

Il film è ossessionato dal potere delle parole.

La colonna sonora, che pure ha una consistenza sinfonica che rimanda a Beethoven, riempie l’atmosfera del ticchettio incessante di una macchina da scrivere e del suono ripetuto dei tasti di un pianoforte, quasi a voler palesare la natura effimera del racconto a cui stiamo assistendo.

Gli attori scelti dal regista inglese sono poco meno che perfetti.

La Briony tredicenne, interpretata da Saoirse Ronan, è un miracolo di semplicità e di ostinazione.

Vanessa Redgrave che incarna lo stesso personaggio, nell’ultima parte del film, è altrettanto straordinaria e i due giovani Keira Knightley e James McAvoy sono perfettamente a loro agio e credibili nei panni di Cecilia e Robbie, “il ragazzo con l’ottimismo negli occhi”, come lo descrive McEwan.

Ed anche la limitata gamma espressiva della Knightley, appare qui come un fulgido esempio di recitazione minimalista.

La fotografia scintillante di Seamus McGarvey ed il montaggio di Paul Tothill, contribuiscono, insieme ai preziosi costumi di Jaqueline Durran, to blow the dust off historical drama to find its beating heart.[4]

Espiazione ***

 


[1] Kenneth Turan, Atonement, Los Angeles Times, 7.12.2007

[2] A.O.Scott, Lies, Guilt, Stiff Upper Lips, New York Times, 7.12.2007

[3] Peter Travers, Atonement, Rolling Stone, 13.12.2007

[4]  Peter Travers, Atonement, Rolling Stone, 13.12.2007

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