Onora il padre e la madre

“The world is an evil place, some people make money from it and some people are destroyed by it.”

Kelly Masterson, Before the devil knows you’re dead, 2008 

Sidney Lumet, insignito dell’oscar alla carriera nel 2005, è stato, sopratutto negli anni settanta, uno dei più straordinari artigiani della New Hollywood.

Dopo l’esordio fortunatissimo di La parola ai giurati, che gli frutto la prima nomination nel 1958, ha realizzato una quarantina di film tra i quali spiccano Il lungo viaggio verso la notte, L’uomo del banco dei pegni, La collina del disonore e poi Serpico, Quel pomeriggio di un giorno da cani e Quinto Potere, che hanno rappresentato con la forza dei loro personaggi esplosivi, il realismo brutale e pessimista della New Hollywood.

Lumet ha svelato la corruzione nella polizia newyorkese, la disperazione dei reduci, la dinamica diabolica dell’audience televisiva e la tensione soffocante della famiglia, con uno stile classico, senza ricercatezze formali, più vicino alla prosa dei grandi commediografi e scrittori suoi contemporanei, che non alla poesia urbana di Scorsese o alla magica confusione altmaniana, curando soprattutto la direzione degli attori e spingendoli al massimo nella caratterizzazione di personaggi esemplari, frustrati, nevrotici, spesso perdenti: i tipici antieroi del cinema della renaissance americana.

Oggi ad ottantatrè anni torna al cinema in un contesto fatto di thriller luccicanti, montati a ritmo vertiginoso, gonfiati all’eccesso per le esigenze del pubblico dei popcorn ed il suo Before the devil knows you’re dead looks like poetry, after all… it’s proof that Sidney Lumet is, in every sense, timeless.[1]

Scritto dal commediografo Kelly Masterson, che non si era mai cimentato in una sceneggiatura cinematografica, il film è l’ultima delle prestigiose collaborazioni di Lumet con i più importanti playwriters del novecento: da O’Neill a Miller, da Chayefsky a Mamet.

E mentre l’influenza del suo cinema è evidente in molti dei film di questa stagione, a cominciare dall’elettrico American Gangster, sino a Michael Clayton, fratello minore del Frank Galvin de Il verdetto, Lumet ci regala una tragedia nerissima, che risuona a lungo, anche quando le luci del cinema si riaccendono.

Il film comincia con una torrida scena tra Andy, un manager di una compagnia immobiliare di Manhattan e la sua incantevole moglie Gina.

Ma fin da subito capiamo che le cose non vanno per il verso giusto: il film ci trasporta direttamente al “giorno della rapina”.

E’ un sabato mattina Westchester, uno dei sobborghi di New York, quando l’anziana Nanette viene raggiunta da un rapinatore con passamontagna. Le intima di consegnare l’incasso e aprire la cassaforte con i gioielli.

Ma qualcosa va storto, la vecchia proprietaria impugna una pistola e fa fuoco, il ladro risponde.
Il palo, all’esterno della gioielleria scappa impaurito.

Scopriamo subito che si tratta di Hank, il fratello minore di Andy.
Il film ruota tutto intorno alla rapina. La sua struttura a flashback ci riporta indietro nel tempo, non tanto per frammentare la narrazione a fini spettacolari, quanto per farci conoscere le motivazioni di tutti i personaggi.

Cominciamo a capire quindi che il tranquillo ed imperturbabile Andy, nasconde sotto la apparente serenità, una quotidianità fatta di cocaina ed eroina, che paga, sottraendo contanti dalle casse della società che è oggetto di una severa verifica contabile.
Conosciamo quindi le debolezza di Hank, padre divorziato, impiegato nella stessa società del fratello, in un ruolo decisamente inferiore.

Hank fatica a pagare gli alimenti alla moglie ed alla figlia, che vuole partecipare ad una costosa gita di classe, per vedere una rappresentazione de Il re Leone.

Ma ogni giovedì si incontra con Gina, la moglie di Andy, in una relazione fondata solo sull’attrazione.
Entrambi hanno un problema di soldi ed Andy propone a Hank quella che dovrebbe essere una rapina perfetta.

Senza vere armi, senza sangue, senza vittime. La gioielleria prescelta è fuori città, la commessa è una anziana signora quasi cieca ed il furto è coperto dall’assicurazione.
I due fratelli la conoscono bene: è quella dei propri genitori.

Il proposito sembra ad Hank del tutto irrealizzabile, ma la logica del denaro gli farà cambiare idea.

Il film ritorna quindi a raccontare il momento della rapina per poi proseguire nuovamente diviso, per immortalare le reazioni dei due fratelli e del padre, disperato per aver perso inspiegabilmente l’amore di tutta una vita, in una ricostruzione meticolosa di come questo crimine perfetto si sia trasformato inevitabilmente in una tragedia annunciata.

Dire di più sarebbe fare un torto agli autori di questa tragedia quotidiana, che va assaporata senza troppe anticipazioni.

Before the devil knows you’re dead è la cronaca di una distruzione fisica e spirituale, prima ancora che morale, in cui vittime e carnefici sono parte della stessa famiglia, in un crescendo di soffocante fatalismo che sembra richiamare un altro grande film di questo inizio del 2008, quel No country for old men, che i Coen hanno adattato da un romanzo di McCarthy.

Anche qui la sete di denaro, l’avidità, la stupidità e la vanità innescano una spirale di violenza senza fine.

Ma non ci sono angeli sterminatori con strane armi ad aria compressa, just small, sad, ordinary people.[2]

Il film mette al centro la rapina, per poi accompagnarci in viaggio senza fine nell’anima dei suoi protagonisti: nella debolezza di Hank, interpretato da Ethan Hawke, che tutti chiamano ancora “baby” ed a cui nessuno affiderebbe mai un’impresa delicata, come quella architettata dal fratello maggiore.

Andy, un contabile apparentemente imperturbabile, scostante, che tende a sopravvalutare la propria intelligenza, sottovalutando la sua disperazione: è un altro dei ritratti indimenticabili di Philip Seymour Hoffman, che ci regala un personaggio che non ci sollecita alcuna simpatia, gelido nei suoi modi cortesi e nei suoi capelli sempre perfettamente pettinati, apparentemente privo di sentimenti e persino di rabbia, come nella straordinaria scena che segue l’abbandono della moglie Gina: Andy comincia a buttare all’aria gli oggetti di casa sua, come si è visto in decine di altri film, ma lo fa in modo del tutto diverso, controllato, trattenuto.

Andy non distrugge nulla, anche quando rovescia lentamente una coppa di pietre levigate su un tavolino di vetro in cui si specchia.

Anche quando le cose vanno storte, mantiene la calma e sembra non provare alcun rimorso.

C’è poi il padre Charles, interpretato dal grande Albert Finney che, investito da una tragedia inaspettata, vuole cercare di capirne i motivi, arrivando a scoprire una verità insostenibile.
In una scena, che forse solo Eugene O’Neill avrebbe potuto scrivere con altrettanta efficacia, Andy confida a Charles, mentre sono seduti nel piccolo giardino di casa, dopo il funerale, che non si è mai sentito davvero parte di quella famiglia.

Forse attraverso le sue parole, comprendiamo che, in fondo, il piano ingegnoso era anche una sorta di contorta vendetta.

Il finale è agghiacciante, insostenibile, senza redenzione: il sangue e la vendetta si perpetuano ancora una volta, annullati in una luce bianca accecante.
Come ha scritto David Denby we can enjoy the mayhem without feeling sorry for any of them.[3]

Lumet dimostra tutta la sua maestria nella direzione degli attori, anche nei ruoli apparentemente più piccoli, come quello di Gina, interpretata con prepotente fisicità da Marisa Tomei, quello del ladruncolo che accompagna Hank alla rapina e quello dell’anziano gioielliere, che si incarica di aprire gli occhi di Charles su un abisso di dolore.

La tragedia del sangue diventa la tragedia della mediocrità… conseguenza inevitabile di un mondo dove il miraggio di pochi soldi ha cancellato ogni altra forma di valore. Lasciando campo libero solo all’odio ed alla ferocia.[4]

Before the devil knows you’re dead è solo l’ultimo di una serie di film che raccontano la disgregazione civile e morale di un paese: gli Stati Uniti sembrano sprofondati in una crisi nerissima, stretti da una congiuntura economica disastrosa, una guerra impossibile da vincere ed una presidenza, che ha lacerato ogni sentimento patriottico.

E non è un caso allora che ritornino prepotentemente la radicalità ed il pessimismo, che ha caratterizzato tutto il cinema civile degli anni ’70.

In questo orizzonte il regista newyorkese ha ritrovato la forza ed il coraggio delle sue opere migliori, regalandoci un ritratto familiare indimenticabile.

Non c’è salvezza possibile, per nessuno dei personaggi: forse solo l’umanesimo dolente di Lumet può sembrare un’ancora a cui aggrapparsi, per cercare di non sprofondare nell’abisso della volgarità e della vendetta: may you be in heaven half an hour, before the devil knows you’re dead.

Onora il padre e la madre ***

 


[1] Owen Gleiberman, Before the devil knows you’re dead, Entertainement Weekly, 23.10.2007

 

[2] A.O.Scott, Robbing a Mom and Pop Store, Too Close to Home, New York Times, 26.10.2007

[3] David Denby, Bad relations, The New Yorker, 29.10.2007

[4] Paolo Mereghetti, Onora il padre e la madre, Corriere della Sera, 14.3.2008

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